No, il Natale 2013 non sarà un Natale d’oro: dopo 12 anni consecutivi di rialzi che ne avevano moltiplicato per sette il valore, il metallo biondo quest’anno ha smesso di brillare tanto che i maggiori produttori mondiali, a partire da Barrick Gold, stanno pensando di tornare alla pratica dell’hedging (la vendita anticipata di parte della produzione annuale per proteggersi dal rischio di ulteriori cadute delle quotazioni), una pratica che nel primo decennio del secolo era stata abbandonata in quanto troppo costosa a fronte della continua crescita di valore dei metalli preziosi.
Alla debolezza delle quotazioni, che per gli analisti di Goldman Sachs si prolungherà almeno per tutto il prossimo anno prima di vedere, forse, qualche segnale di ripresa nel corso del 2015, un investitore in euro deve anche sommare il rischio di un possibile ulteriore indebolimento, almeno a brevissimo termine, del dollaro, che nonostante il recente taglio dei tassi da parte della Bce e la “minaccia” di un rallentamento degli acquisti di bond sul mercato da parte della Federal Reserve nelle ultime settimane anziché recuperare terreno è tornato a indebolirsi contro l’euro.
Una tendenza come detto di breve termine, perché comunque la banca centrale americana prima o poi (probabilmente da inizio 2014 una volta verificatasi la “staffetta” tra Ben Bernanke e Janet Yellen ai vertici dell’istituto centrale, il 31 gennaio prossimo) dovrà smettere di pompare liquidità al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese. Mossa che, per inciso, rischia di far più rapidamente perdere terreno ai T-bond (provocando una ulteriore sia pure graduale risalita dei rendimenti a lungo termine) che non farne guadagnare al biglietto verde, tanto che in questi giorni a Piazza Affari i trader sul mercato forex non escludono che la divisa unica europea possa chiudere l’anno a 1,38 contro dollaro, circa un 8%-10% sopra i livelli correnti.
Nel frattempo l’oro potrebbe vedere le quotazioni tornare a lambire la soglia psicologica dei 1.200 dollari l’oncia, col rischio che nel corso del prossimo anno il trading range, quest’anno visto attorno ai 1.350-1.250 dollari l’oncia, possa scivolare in area 1.150-1.250. Se i metalli preziosi perdono appeal c’è tuttavia un settore che continua a fare, letteralmente, affari d’oro: quello del lusso e in particolare della gioielleria italiana. Un settore che dopo il passaggio di Pomellato a Kering potrebbe vedere nuove acquisizioni e fusioni, se è vero che Lvmh, di recente concentratosi più sul settore moda (con l’acquisizione del controllo di Loro Piana) più che sui gioielli (il gruppo francese controlla da anni la maison romana Bulgari) ha voglia di fare ulteriori acquisti nel Bel Paese e potrebbe tornare a guardare anche alla gioielleria.
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Ma non è solo il gruppo di Antoine Arnault ad amare i gioielli “made in Italy”: se Guido Damiani, amministratore delegato dell’omonima azienda la valenzana da tempo quotata in borsa (Banca Imi ha alzato in questi giorni da 1,09 a 1,30 euro per azione, confermando il proprio “hold”, mantenere in portafoglio, sul titolo) ribadisce che “a vendere noi non ci pensiamo neanche”, altri gruppi come Stroili Oro, diventata in questi anni la principale catena italiana con 370 punti vendita in tutta la Penisola (24 dei quali aperti nel corso di quest’anno), hanno già aperto il capitale a investitori finanziari come Investindustrial, 21 Investimenti, Intesa Sanpaolo, Wise Venture, Ergon Capital e L Capital (che poi altro non è che il fondo di private equity di Lvmh).
La pattuglia dei soci italiani guidata dalla investment company dei Bonomi controlla al momento il 65% del capitale ma potrebbe cercare nei prossimi anni una “way out” attraverso la quotazione in borsa, se continuerà il “momento magico” del settore del lusso, o passando la mano ad altri investitori (nel qual caso Lvmh potrebbe sfruttare la conoscenza che ha già dei conti del gruppo e fare un’offerta quanto mai “mirata”). Se poi temete che le periodiche crisi di credibilità che l’Italia affronta da anni possano finire col pesare sulle quotazioni anche del lusso tricolore, potete sempre scommettere sulla crescita dei gioiellieri asiatici.
Chow Tai Fook Jewellery, ad esempio, principale catena cinese con oltre 1.850 negozi in costante espansione (entro la fine del 2014 il gruppo conta di superare quota 2.000 negozi), sembra piacere molto ai grandi broker di Wall Street, forse anche perche quest’anno il titolo ha corso molto meno dei suoi concorrenti (compresa Damiani). Così Goldman Sachs consiglia l’acquisto del titolo (“buy”), per Credit Suisse farà meglio del mercato (“outperform”), mentre Jp Morgan suggerisce di sovrappesarlo in portafoglio (“overweight”).
Se poi pur volendo guardare all’estero preferite non scommettere su un emittente attivo principalmente sui mercati emergenti (che in questi mesi hanno mandato segnali contraddittori dal punto di vista macroeconomico e hanno deluso in termini di performance borsistiche) potete sempre puntar su un “bel nome” americano come Tiffany (che per Credit Suisse vale un “outperform”) o sulla danese Pandora (“overweight” per Jp Morgan). Insomma: il Natale 2013 non sarà d’oro, ma potrebbe consentirvi di fare affari d’oro.
Luca Spoldi
