Di questo passo l’economia italiana rischia di rimanere avvitata in un loop recessivo molto pericoloso: mentre l’Europa nel suo complesso continua a recuperare, l’ex “bel paese” ha visto il Pil calare di uno 0,1% nel terzo trimestre rispetto al trimestre precedente ovvero dello 0,4% rispetto al terzo trimestre 2013. Unici “compagni di sventura” dell’Italia sono risultati nel trimestre Cipro (-0,4%) e su base annua Cipro (-2%) e la Finlandia (-0,3%). Nel frattempo non si arresta neppure la corsa delle sofferenze su crediti, con l’Abi che nel suo ultimo outlook (un mese fa) ha segnalato come a fine agosto le sofferenze nette in pancia alle banche italiane fossero salite a 79,5 miliardi dai 78,2 di fine luglio, pari al 4,41% (dal 4,30% del mese prima) del totale dei crediti concessi alla clientela, crediti pari (a fine settembre) a 1819,5 miliardi di euro contro depositi nel complesso pari a 1708,5 miliardi.
La crisi resta dunque più italiana che europea ed è interessante, per un investitore ma non solo, capire lo stato di salute dei singoli istituti che emerge dai risultati dei primi nove mesi dell’anno resi noti in questi giorni dai principali istituti italiani. Dei primi dieci gruppi quotati (nell’ordine, in base all’ammontare dei prestiti erogati: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi Banca, Banco Popolare, Bper, Bpm, Banca Carige, Credem e Banco Desio) soltanto due (Mps e Carige) hanno segnato delle perdite operative sull’arco dei nove mesi, per complessivi 2,6 miliardi (Siena ha accumulato perdite per 1407 milioni, Genova per 216,5), mentre gli altri otto istituti hanno accumulato utili operativi per complessivi 11,15 miliardi di euro circa (di cui 2,206 segnati da Intesa Sanpaolo e 3,935 da Unicredit).
L’attività creditizia sembra dunque ancora in grado di generare profitti, nonostante la prolungata fase di recessione, il cui impatto si nota a livello di utili netti, realizzati da sette istituto per meno di 4,1 miliardi complessivi (il risultato migliore l’ha ottenuto Unicredit con 1837 milioni di utili nei primi nove mesi, seguito da Intesa Sanpaolo con 1642 milioni), mentre tre istituti (Mps, -1.150 milioni; Banco Popolare, -122 milioni; Banca Carige, -328,8 milioni) perdono circa 1,6 miliardi in tutto da inizio anno, a causa in particolare dell’impatto di accantonamenti e svalutazioni per rischio su crediti.
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Quello dei crediti deteriorati e delle sofferenze nette in particolare resta il tallone d’Achille delle banche italiane: chi sta messo peggio a livello assoluto sono, come prevedibile, Unicredit (19,3 miliardi netti) e Intesa Sanpaolo (13,6 miliardi netti), ma in entrambi i casi le sofferenze nette rappresentano poco più del 4% dei crediti netti alla clientela. Allineati su queste percentuali anche Bpm (1,276 miliardi netti, il 3,98R% dei crediti) e Banco Desio (429,4 milioni, il 4,35%), mentre brilla per la sua prudenza Credem (337,4 milioni, appena l’1,66% dei crediti). Banco Popolare e Bper (4,545 miliardi pari al 5,32% dei crediti e 2,708 miliardi, il 6,07% dei crediti) sembrano stare ancora a metà del guado e dunque se volessero partecipare al “risiko” che in molti pronosticano si aprirà a breve dovrebbero stare molto attenti a ciò che andranno a rilevare e alle valutazioni in base alle quali potrebbero essere effettuate le acquisizioni.
Difficile in somma che entrino nelle due partite più importanti, quelle di Carige e Mps, che con 1,246 miliardi (il 5,31% dei crediti) e 9,754 miliardi (il 7,72%) rispettivamente potrebbero rappresentare due discrete gatte da pelare anche per Ubi Banca, che di sofferenze nette a fine settembre ne presentava in bilancio 9,45 miliardi, pari all’11,12% dei crediti netti. Alla fine l’unico vero “cacciatore” potrebbe rimanere Bpm, che ha sofferenze all’incirca pari, in valore assoluto, a Banca Carige, o meglio ancora il Credem, che presenta sofferenze nette pari a circa un quarto di quelle dell’istituto ligure pur a fronte di prestiti quasi di pari importo (20,3 miliardi circa contro i 23,5 circa di Carige). Qualche spiraglio potrebbe però aprirsi anche al Banco Desio, che di sofferenze non ne ha molte (meno di 430 milioni netti, pari al 4,35% dei crediti netti) e che potrebbe essere tentato dal fare il salto dimensionale, visto che con meno di 10 miliardi di prestiti in essere è attualmente abbastanza distaccato dalle altre concorrenti.
C’è tuttavia un ultimo parametro da considerare, ossia il rapporto tra depositi e prestiti. Da questo punto di vista potrebbero muoversi abbastanza agevolmente Intesa Sanpaolo, che vede 37,3 miliardi di depositi a fronte di 33,7 miliardi di impieghi, ma anche il Banco Popolare (8,4 miliardi di depositi, 8,5 miliardi di impieghi) e, a sorpresa ma non troppo, Mps (poco più di 12,6 miliardi in entrambi i casi) hanno già riequilibrato le due voci e potrebbero dunque tornare a crescere in modo organico o tramite aggregazioni. Tutti gli altri, chi più chi meno, devono ancora finire di riequilibrare le due voci prima di poter tornare ad allargare i cordoni della borsa, vuoi per finanziare la ripresa vuoi per effettuare qualche acquisizione. Sempre che, ovviamente, non entri in campo qualche gruppo estero (si parla di un possibile interesse di Bnp Paribas, che in Italia controlla Bnl, per un’eventuale aggregazione con Mps) o la politica italiana, cosa invece molto probabile se non altro a livello di Fondazioni. Un’eventualità che potrebbe portare ad un’interpretazione differente dei numeri di bilancio e dunque favorire, o ostacolare, matrimoni “d’interesse” tra le banche tricolori.
Luca Spoldi
