Brand o brand…elli / La storia di Alibaba, il colosso nato in un bar di Los Angeles che ora sfida Nvidia sui chip per l’AI
Alibaba rilancia la sfida ai giganti americani dei semiconduttori. Alla conferenza annuale Apsara di Hangzhou, l’amministratore delegato Eddie Wu ha presentato lo Zhenwu V900, definito il chip per l’intelligenza artificiale più potente mai sviluppato in Cina. Sviluppato da T-Head, la divisione semiconduttori del gruppo, il nuovo processore promette prestazioni triple rispetto al predecessore Zhenwu M890 e potrà essere collegato in cluster fino a 500mila unità per l’addestramento dei modelli più avanzati. La produzione di massa è prevista per il primo trimestre del 2027.
Non è un annuncio isolato. Wu ha delineato una strategia su tre pilastri – modelli di intelligenza artificiale, chip proprietari e cloud computing – sostenuta da un piano di investimenti da 380 miliardi di yuan (circa 53 miliardi di dollari) in tre anni. L’obiettivo è portare la capacità dei data center di Alibaba Cloud oltre i 20 gigawatt entro il 2032, mentre il team che sviluppa la famiglia di modelli Qwen lavora a un nuovo sistema tra i 5 e i 10 trilioni di parametri. Sullo sfondo, le restrizioni statunitensi all’export dei semiconduttori più avanzati, che dal caso Nvidia in poi hanno spinto Pechino a investire sull’autosufficienza tecnologica. Per capire perché un gigante dell’e-commerce si ritrovi oggi a giocare la partita dei chip contro Nvidia, bisogna tornare indietro di quasi trent’anni, a un’idea nata non a Hangzhou ma in un bar di San Francisco.
Dal villaggio globale al villaggio digitale
Correva il 1999 quando Jack Ma, allora insegnante di inglese, fondò insieme ad altri diciotto soci Alibaba.com, un servizio pensato per collegare i piccoli produttori cinesi con acquirenti e distributori stranieri. Il nome, come lo stesso Ma ha raccontato più volte, nacque in un bar di San Francisco: una cameriera, interrogata se conoscesse Alibaba, rispose subito “Apriti Sesamo”, la formula magica della fiaba di Alì Babà e i quaranta ladroni. Convinto di aver trovato un nome universale, Ma ripeté la domanda a decine di passanti – dall’India alla Germania al Giappone – ottenendo sempre la stessa reazione di riconoscimento. Un nome facile da scrivere, capace di evocare ovunque l’idea di aprire, come nella fiaba, l’accesso a un tesoro: in questo caso, il mercato globale per le piccole e medie imprese cinesi.
Da lì la crescita è stata rapidissima. Nel 2003 nasce Taobao, la piattaforma di e-commerce diretta ai consumatori, che oggi conta centinaia di milioni di utenti registrati e figura tra i siti più visitati al mondo. L’anno successivo arriva Alipay, il sistema di pagamento online che introduce in Cina un meccanismo di deposito a garanzia per rassicurare gli acquirenti in un mercato dove la tutela del consumatore era ancora acerba – un tassello che diventerà poi il cuore di Ant Financial. Nel 2008 debutta Tmall, la piattaforma B2C per i grandi marchi, mentre nel 2009 nasce Alibaba Cloud, il ramo che oggi è al centro della strategia sull’intelligenza artificiale.
La Borsa, il record e le difficoltà
Il momento simbolo arriva nel settembre 2014, quando la quotazione di Alibaba a Wall Street raccoglie inizialmente 21,8 miliardi di dollari, saliti poi a 25: la più grande IPO della storia. Quattro anni dopo, nel gennaio 2018, la capitalizzazione del gruppo tocca i 500 miliardi di dollari. Il percorso, però, non è stato senza scosse. Nel 2011 uno scandalo interno travolge Alibaba.com: oltre duemila fornitori avevano ottenuto fraudolentemente il titolo di “Gold Supplier”, pensato per garantire l’affidabilità dei venditori. Il titolo in Borsa crolla del 15% e l’Economist commenta l’episodio parlando di “Alibaba e i 2.236 ladroni”. Un decennio più tardi, nel 2021, è Pechino a colpire il gruppo: una sanzione da 2,79 miliardi di dollari per comportamenti monopolistici, nell’ambito della più ampia stretta regolatoria cinese sulle grandi piattaforme tecnologiche.
Molti anni dopo, nell’aprile 2023, Alibaba presenta Tongyi Qianwen, il suo modello linguistico di intelligenza artificiale generativa, poi confluito nella famiglia Qwen. Da lì la traiettoria è stata unica: non più solo commercio elettronico e pagamenti digitali, ma modelli linguistici sempre più grandi e, ora, i chip per farli funzionare.
Il presidente del gruppo, Joe Tsai, ha parlato apertamente del valore di controllare l’intera filiera, dal data center fino all’accesso ai modelli. Non ha però nascosto anche i rischi di questa corsa, mettendo in guardia da una possibile bolla nella costruzione di data center, spesso avviati senza una domanda già garantita. Una tensione – tra investimenti giganteschi e incertezza sui ritorni – che accompagna Alibaba fin dalle origini, solo con qualche zero in più.


