Brand o brand…elli / La storia di Inditex tra numeri record e nuove sfide
Il titolo Inditex ha perso circa il 3,6% a Madrid dopo la pubblicazione dei conti del primo semestre 2026. Non per i ricavi, saliti del 7,6% a 19,7 miliardi di euro, né per l’utile netto, cresciuto del 6,8% a 3 miliardi: a deludere il mercato è stato l’ebit, fermo a 3,8 miliardi contro attese di 3,92. Un dettaglio, se si guarda al quadro complessivo: margine lordo in miglioramento, generazione di cassa solida, guidance confermata e un avvio di stagione autunno-inverno che tra agosto e i primi di settembre ha fatto segnare vendite in crescita del 9%. Eppure, la reazione nervosa della Borsa racconta quanto il mercato sia diventato esigente nei confronti di un gruppo che, da oltre vent’anni, non fa che stupire per la propria capacità di crescere.
Gli inizi
Tutto comincia negli anni Sessanta a La Coruña, in Galizia, dove Amancio Ortega Gaona, figlio di un ferroviere, lavora ancora ragazzo come fattorino in un negozio di abbigliamento e sartoria. È lì che conosce Rosalía Mera Goyenechea, modellista nello stesso negozio, che diventerà sua moglie e sarà, a tutti gli effetti, co-fondatrice dell’impero che nascerà negli anni successivi.
Nel 1963 Ortega si fa concedere un prestito da una banca e si mette in proprio, fondando insieme alla compagna Confecciones Goa (il nome è l’acronimo del suo cognome letto al contrario): i primi capi vengono realizzati in casa e venduti inizialmente proprio all’ex datore di lavoro. L’attività cresce, ma il vero salto arriva solo nel 1975, quando Ortega apre nella via principale di La Coruña il primo negozio con il nome Zara, dedicato all’abbigliamento femminile a basso prezzo (in origine avrebbe dovuto chiamarsi “Zorba”, in omaggio al film Zorba il Greco, ma il nome era già registrato da un bar della zona). Il concetto è rivoluzionario per l’epoca: copiare rapidamente le tendenze delle grandi passerelle e portarle nei negozi a prezzi accessibili, in tempi molto più brevi rispetto alla concorrenza. Nasce così quello che oggi chiamiamo fast fashion, anche se il termine sarà coniato solo decenni più tardi.
Un passaggio chiave arriva già nel 1976: Ortega, intuendo l’importanza crescente dell’informatica per la gestione della filiera, apre una sede ad Arteixo – dove tuttora si trova il quartier generale del gruppo – e affida a un professore locale, José María Castellano (che diventerà amministratore delegato di Inditex nel 1984), il compito di studiare come ridurre i tempi tra progettazione e distribuzione dei capi. Nasce così il modello che renderà celebre il gruppo: produzione in piccoli lotti, forte ascolto del cliente e controllo verticale dell’intera filiera, per portare la produzione il più vicino possibile al momento della vendita e rifornire i negozi su base settimanale. Nel 1978 apre il primo negozio Zara a Madrid e negli anni seguenti la catena si diffonde in tutta la Spagna; nel 1984 viene inaugurato il primo grande centro logistico del gruppo.
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La nascita di Inditex
Nel 1985 viene costituita la holding Industria de Diseño Textil, S.A. – Inditex, che riunisce Zara e i suoi impianti produttivi sotto un unico gruppo. Negli stessi anni comincia l’espansione fuori dai confini spagnoli: il primo negozio all’estero apre a Porto, in Portogallo, nel 1988, seguito da New York nel 1989 e Parigi nel 1990. Il decennio successivo porta anche la diversificazione dei marchi: nel 1991 nasce Pull&Bear e il gruppo acquisisce una quota di Massimo Dutti; nel 1998 arriva Bershka, pensata per un pubblico più giovane, mentre Stradivarius entra nel gruppo nel 1999.
Il 2001 è un anno chiave: Inditex sbarca alla Borsa di Madrid con una quotazione che conferma il valore di un modello di business fino ad allora poco compreso fuori dalla Spagna, basato su produzione in gran parte europea e nordafricana (a differenza dei concorrenti, che delocalizzavano in Asia), controllo verticale della filiera e capacità di portare un capo dalla progettazione allo scaffale in poche settimane. Nello stesso anno debutta Oysho, dedicato all’intimo femminile; nel 2003 apre Zara Home, il primo marchio del gruppo dedicato alla casa, e nel 2008 viene lanciata Uterqüe, catena di accessori e capi più esclusivi, poi chiusa nel 2020 e in parte confluita in Massimo Dutti.
L’ombra del Rana Plaza
La crescita del gruppo non è stata priva di ombre. Nel 2013 il crollo del complesso industriale Rana Plaza a Savar, alla periferia di Dacca, in Bangladesh, costò la vita ad almeno 1.134 operai tessili impiegati in alcuni stabilimenti che lavoravano, tra gli altri, anche per fornitori di Inditex. La tragedia portò alla luce le criticità dei controlli sulla sicurezza lungo le catene di subappalto dell’industria della moda a basso costo, e il gruppo galiziano fu tra le aziende accusate di non aver vigilato a sufficienza sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche dei propri fornitori. Da allora Inditex ha rafforzato i propri protocolli di audit sulla filiera, ma l’episodio resta un riferimento costante nel dibattito sulla sostenibilità sociale del fast fashion
Sul fronte della sostenibilità, il gruppo è stato più volte al centro del dibattito sull’impatto ambientale del fast fashion, a cui ha risposto con piani di utilizzo di materiali riciclati e obiettivi di neutralità climatica. Sul piano competitivo, Inditex si trova oggi a fare i conti con la concorrenza dei giganti asiatici dell’ultra-fast fashion, come Shein e Temu, capaci di operare con cicli produttivi e prezzi ancora più aggressivi.


