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Economia
Btp a 5 anni, Enel, Buzzi, Fca... Il portafoglio anti-autunno caldo
Borsa di Milano

La sicurezza non è di questo mondo e se la volete dovete pagarla, soprattutto, ma non solo, nei volatili mesi estivi. Lo sanno bene gli investitori tedeschi, che ormai subiscono un interesse negativo su tutta la curva dei tassi, perdendo dallo 0,546% all’anno se investono in bond a 3 mesi, allo 0,817% se investono in bond a tre anni, ovvero lo 0,5% annuo se investono in un Bund decennale, lo 0,066% annuo anche se decidono di “parcheggiare” il loro denaro su un titolo a 25 anni e lo 0,002%  annuo se puntano su un trentennale.

Al confronto i risparmiatori italiani potendo ottenere ancora rendimenti positivi dai 2 anni (+0,005%) ai 30 anni (+2,8%), ed in particolare dell’1,533% sui Btp decennali,dormono “sonni tranquilli”, si fa per dire. Tra le tensioni causate dalle guerre commerciali in corso (tra Usa e Cina, ma anche tra Giappone e Corea del Sud), quelle che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi (tra Usa e Ue), il rischio di una Brexit più o meno “al buio”, i dubbi sull’efficacia residua di politiche monetarie (un tempo) “non convenzionali” e l’immobilismo delle politiche fiscali, la crescita economica resta una chimera non solo ma anche in Italia.

Italia che di suo ha una serie di problemi strutturali che vanno da una produttività inferiore alla media europea, ad un invecchiamento precoce della popolazione. Problemi che oltre a pesare sui conti pubblici finiscono con lo zavorrare la redditività delle imprese tricolori, che infatti per tornare a crescere e migliorare i margini di profitto sempre più puntano sui mercati esteri, rimanendo comunque sottoposte al rischio collegato alle tensioni commerciali di cui sopra.

Così un investitore italiano può ancora ottenere un rendimento reale dai titoli di stato nazionali a patto di guardare a scadenze non inferiori ai 5 anni (a giugno l’inflazione italiana è risultata pari allo 0,7% annuo, i bond con scadenza a 4 anni rendono il 5,7%). Oppure può provare a investire in azioni italiane, possibilmente di aziende che riescono a ottenere commesse e fatturato all’estero, in particolare negli Stati Uniti, o che operano in settori anticiclici come i servizi di pubblica utilità, come Enel, Buzzi Unicem, Campari o Fiat Chrsysler Automobiles.

Il rischio è, in entrambi i casi, di pagare molto ciò che si compra e poter subire correzioni di prezzo se lo scenario dovesse modificarsi anche marginalmente o qualche trimestrale non apparisse così brillante. Ne sanno qualcosa gli azionisti di Ferrari, apparsa “troppo cara” dopo i numeri del primo semestre 2019 (che pure ha visto ricavi e utili record, pari rispettivamente a 1,92 miliardi e 364 milioni di euro) e finita anche sospesa in borsa per eccesso di ribasso prima di chiudere la seduta di venerdì in calo del 4,35%.

Altra possibilità molto rischiosa è puntare sulle materie prime: petrolio, metalli industriali, ma anche oro e metalli preziosi, possono fungere da “beni rifugio” e veder salire le proprie quotazioni se la crescita mondiale proseguirà, ma una frenata di quest’ultima porterebbe molti investitori a vendere istintivamente asset fortemente “pro-ciclici” (sia per quanto riguarda Etf, future o opzioni sulle singole materie prime, sia azioni di produttori di metalli industriali, petrolio e gas naturale, cemento e così via).

Si potrebbe allora tornare a guardare al vecchio, “caro” mattone. La situazione qui appare variegata: in alcune città e in alcune aree specifiche la ripresa dei prezzi è già evidente dopo anni di mercato stagnante. Ma non ovunque e non per tutte le tipologie di immobili. In generale, anche in questo caso, le valutazioni seguono l’andamento dell’attività economica, per cui investire a Milano non è la stessa cosa che puntare su Napoli o Alessandria.

Così se la ripresa dei volumi di compravendita, come ha segnalato l’Istat, è ormai consistente (siamo ormai un 35,7% al di sopra ai minimi del 2013, pur se ancora del 28,9% al di sotto dei massimi del 2006), anche grazie a tassi sui mutui sempre vicino a zero e destinati a rimanere tali a lungo, nel primo trimestre dell’anno l’indice dei prezzi delle abitazioni (Ipab) acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, ha mostrato ancora un calo dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% su base annua.

Insomma: investire nell’epoca dei tassi a zero è un esercizio che richiede pazienza, attenzione e grande discernimento, in estate come nel resto dell’anno. E può significare guardare all’estero più che a qualsiasi asset italiano, anche per ridurre il rischio, non del tutto trascurabile, di ulteriori rallentamenti a cui dovesse andare incontro il paese nei trimestri a venire. Con buona pace dei proclami dei politici di turno, sempre pronti a preannunciare riforme “epocali” e anni “meravigliosi” che raramente si sono dimostrati tali ex-post.

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