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Economia

La Svizzera si appresta a diventare un hub al centro dell’Europa per i capitali cinesi? Dopo l’accordo bilaterale di libero scambio (Als) raggiunto tra Berna e Pechino lo scorso maggio, dopo due anni di trattative (la firma ufficiale è stata apposta qualche giorno fa dal consigliere federale Schneider-Ammann e dal ministro cinese del commercio Gao Hucheng, anche se i parlamenti dei due paesi debbono ancora ratificare l’intsa), qualcuno vorrebbe andare oltre.

Secondo quanto segnala il quotidiano elvetico Le Matin, infatti, il consigliere nazionale Markus Hutter (eletto all’assemblea federale svizzera per il Plr, partito libero-radicale) ha proposto che le esportazioni verso la Cina non avvengano più in dollari ma direttamente in yuan. La proposta non ha per il momento suscitato grandi entusiasmi, anzi il Consiglio federale ha già fatto notare che un eventuale accordo in tal senso “non eliminerebbe i rischi (di cambio, ndr), ma li sposterebbe solo dal dollaro al renminbi” (il nome ufficiale dello yuan).

Anzi, visto che la valuta cinese tuttora non è pianamente convertibile all’estero, vi sarebbero “rischi e costi delle transazioni potenziali anche enormi per la Svizzera”. L’eletto del cantone di Winterthur non pare tuttavia intenzionato a mollare: secondo Hutter la Svizzera potrebbe entro un paio d’anni diventare “il primo paese europeo a concludere un accordo valutario con la Cina”, accordo che per i sostenitori del progetto completerebbe l’Als e consentirebbe di aprire nuovi mercati per la piazza finanziaria svizzera in quanto eventuali conti in yuan porrebbero meno problemi rispetto ai conti in dollari”.

In questo modo, tuttavia, le banche elvetiche, che sembrano avere a cuore il progetto mirando alla crescente ricchezza in mano alla classe media cinese, lasciano trasparire la vera motivazione di fondo: trovare il modo di rimediare allo scontro fiscale in atto da alcuni anni con gli Stati Uniti (e l’Eurozona). Ma rischiano di arrivare in ritardo, visto che già un’altra piazza finanziaria europea, Londra, ha aperto le porte ai conti in reminbi nell’aprile del 2012, quando le banche centrali cinese e britannica hanno siglato un’intesa per sostenere i reciproci business in yuan.

Gli effetti si sono subito visti: il giro di affari legato alla moneta cinese è salito lo scorso anno a 33,6 miliardi di renminbi, raddoppiando i livelli segnati nel 2011 e dando il via ad una corsa all’imitazione che ha già contagiato l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada, mentre anche la Francia sembra tentata dal siglare accordi di cooperazione valutaria (anche se nel caso di Parigi si dovrà attendere il via libera della Bce). In tutto una ventina di paesi al mondo hanno già attivato linee di swap con Pechino , ma la Banca nazionale svizzera (Bns) non sembra propensa a seguire questa strada, non al momento almeno.

Il portavoce dell’istituto centrale elvetico, Walter Meier, ha anzi ribadito proprio a Le Matin che “nessuna trattativa è stata per ora avviata sulla cooperazione o accordi di swap”, pur aggiungendo che l’ipotesi “non è esclusa in futuro”. L’apparente disinteresse delle autorità di Berna ad estendere anche al campo valutario la cooperazione economica con Pechino sembra motivata dal fatto che, per ora, i pagamenti in valuta cinese oscillano tra lo 0,1% e lo 0,3% del totale (mentre a livello internazionale, le transazioni in yuan hanno rappresentato lo 0,84% del totale a maggio, con la valuta cinese in tredicesima posizione tra tutte le valute utilizzate nei commerci internazionali).

Ma le banche svizzere, a caccia di nuovi clienti, non demordono: secondo l’Associazione svizzera dei banchieri (Asb), i patrimoni in gestione in valuta cinese oscillano già oggi tra 1,6 e 3,2 miliardi di franchi svizzeri, mentre lo yuan è già quotate sulla piattaforma multi-valute della borsa svizzera SIX Swiss Exchange per cui “tecnicamente tutto è pronto e tutto funziona, anche se lentamente “, come ha riferito il portavoce dell’Asb, Alain Bichsel. Così nella speranza di recuperare il tempo perduto e attrarre capitali cinesi nelle casse degli istituti rossocrociati l’Asb chiede alla Bns di aprire una linea di swap con la Banca nazionale del popolo cinese, per migliorare le condizioni operative e far decollare il business con Pechino.

Luca Spoldi

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