Benzina e diesel, perché i prezzi restano alti nonostante il boom delle rinnovabili: il peso di accise e Iva
L’aumento della produzione di rinnovabili e biocarburanti, e la riduzione della domanda di gas descrivono alcuni mutamenti in corso nel sistema energetico europeo. Tuttavia, nonostante i propositi del piano europeo RepowerEU, di cui vi abbiamo raccontato nelle settimane scorse, i biocarburanti rappresentano oggi ancora meno del 10% del carburante alle pompe italiane. Per questo l’impegno sulle rinnovabili non spiega direttamente l’andamento dei prezzi di benzina e diesel, che sono ancora prodotti perlopiù dai combustibili fossili e rispondono alle dinamiche del mercato petrolifero, oltre che a logiche di tassazione.
La crescita delle rinnovabili può ridurre la dipendenza energetica europea dall’approvvigionamento dei prodotti russi, ma i suoi effetti non sono uguali in tutti i settori e non si traducono automaticamente in una diminuzione dei prezzi alla pompa.
A tutto questo si sommano fattori di carattere nazionale, che contribuiscono a definire il prezzo dei carburanti. Quest’ultimo, infatti, è la somma di tre macro-elementi: la componente industriale, vale a dire il costo del prodotto vero e proprio, contrattato in dollari; le accise, ossia imposte indirette che si applicano sulla produzione o sul consumo di beni specifici (carburanti, ma anche alcolici o tabacco), e infine l’IVA.
Al 1 settembre 2026 le accise, che prevedono una quota fissa, erano state fissate a circa 0,67 euro per ogni litro di benzina. L’IVA, invece, è sempre il 22% della somma tra componente industriale e accise. A conti fatti, il 1 settembre 2026 la tassazione (accise e IVA) su un litro di benzina ammontava a circa 0,91 euro per litro di benzina.
I grandi stravolgimenti geopolitici degli ultimi anni rendono ancora più evidente quanto sia importante per l’Europa una transizione verso le energie rinnovabili e verso una reale indipendenza energetica dai paesi produttori di gas e petrolio.


