Crollata la produzione
I dati disponibili per il periodo marzo-maggio 2026 mostrano un crollo verticale dell’estrazione mondiale di petrolio (93,7 mbg, da 107,3). Tutto concentrato negli 8 paesi del Golfo: di più in Arabia e Iraq, meno in Iran che è parte in causa nella guerra, risparmiando solo l’Oman. Il motivo principale è la prolungata restrizione dei transiti nello stretto di Hormuz, insieme ai limiti fisici nella capacità di stoccaggio di greggio in tali paesi: ciò non solo ha impedito a circa 20 mbg (valore pre-guerra) di uscire dal Golfo, ma ha anche costretto alla chiusura di molti impianti funzionanti. Hanno contribuito anche i danneggiamenti a varie strutture petrolifere nell’area.
Risalita lenta e parziale
Le stime della EIA indicano una risalita lenta e parziale della produzione nel Golfo (ancora -5,6 mbg a fine 2026), anche dopo una riapertura stabile di Hormuz ipotizzata completarsi nel 3° trimestre: smaltire l’ingorgo di petroliere richiede tempo, ripristinare gli impianti danneggiati ancor di più. Invece, la produzione fuori dal Golfo non ha subito cadute ed è attesa in aumento, specie nel 2027: il motivo è l’elasticità al prezzo dello shale oil negli USA, che è atteso crescere molto spinto dai prezzi alti degli ultimi mesi. Questo dovrebbe calmierare le quotazioni petrolifere, e giustifica un cauto ottimismo per le economie occidentali dato che il balzo nell’inflazione in Europa e America dovrebbe rimanere in larga parte temporaneo.
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L’offerta rimarrà per mesi inferiore alla domanda
Tuttavia, sul breve-medio termine, anche con la riapertura completa dello Stretto, l’andamento atteso nella produzione rimarrà molto al di sotto della domanda a livello mondiale. Secondo lo scenario elaborato da EIA, si avranno ben 10 mesi di forte decumulo di scorte (-5,2 mbg in media da marzo a dicembre): un evento raro. Questo scenario incorpora anche una contrazione della domanda mondiale, causata da due fattori: l’aumento del prezzo, che nel 2026 interromperà la tendenza decennale di espansione dei consumi petroliferi; le misure restrittive adottate in Asia. Ciò aiuta a contenere la distanza tra domanda e offerta mondiale, ma non ad annullarla.
Impatti differenziati
In un tale scenario, ci sarebbero grandi differenze tra le principali aree. Gli USA sono grandi produttori di petrolio e di recente sono diventati esportatori netti di raffinati (5,2 mbg), sebbene resti un piccolo import netto di greggio (2,3 mbg); nel caso di scarsità di petrolio a livello internazionale, saranno moderate le ricadute in America. Viceversa, UE e ancor più Cina e Giappone, dipendono quasi interamente dalle importazioni per il petrolio: prima della guerra, provenivano in buona misura proprio dal Golfo.
Un cuscinetto rassicurante
Un fattore molto positivo è che prima del conflitto in Medio Oriente, in particolare nel 2025, c’è stato un significativo accumulo di scorte commerciali di petrolio, perché l’offerta ha superato a lungo la domanda mondiale: lo shock è arrivato nel momento migliore. Inoltre, i paesi occidentali hanno messo da parte negli anni passati un livello significativo di riserve strategiche, proprio per fronteggiare situazioni come quella attuale (1.406 mb nella UE). Negli USA, lo scenario EIA prevede un decumulo di scorte commerciali e un utilizzo massiccio di quelle strategiche (1,0 mbg in media per 6 mesi), senza scarsità.
Servono misure addizionali sui consumi?
L’utilizzo delle scorte disponibili e il freno ai consumi dettato dai prezzi alti dovrebbero essere sufficienti a superare la dinamica “a forma di U” nella produzione di petrolio, attesa restare scarsa fino a fine anno. Il momento più critico sarà l’estate 2026: tutto dipenderà da quanto ancora rimarrà limitato il transito per Hormuz. Se resterà a lungo, il rischio è che servano anche in Occidente delle misure restrittive per ridurre i consumi ed evitare la scarsità.
Dove morderebbe la scarsità
Se si verificasse una carenza di petrolio, alcune attività economiche sarebbero direttamente colpite. In Italia, i dati sul 2024 del Bilancio Energetico Nazionale mostrano che greggio e raffinati sono consumati soprattutto per il trasporto merci e le auto/moto private (84,8%); il resto è ripartito tra industria (5,6%, in particolare la petrolchimica già in difficoltà), agricoltura (4,8%), riscaldamento di casaufficio (4,6%); minima ormai la quota usata per la generazione di elettricità.

