Banca Carige, la ruggine sotto la lanterna: mentre il titolo continua a recuperare terreno in borsa, guadagnando anche oggi in modo deciso (+6,17%) pur restando sotto i prezzi dell’aumento di capitale da 500 milioni di euro (0,86 centesimi per azione contro 1 centesimo per azione a cui venne effettuata la ricapitalizzazione), tra i soci dell’istituto ligure inizia a emergere qualche tensione e non poteva essere diversamente. Il movimento di recupero in borsa è iniziato il 16 febbraio scorso, quando il titolo oscillava tra 0,74 e 0,75 centesimi pare azione, nel momento in cui è arrivata la conferma che il finanziere Raffaele Mincione aveva acquistato una quota del 5,428% del capitale della banca attraverso il fondo Capital Investment Trust spendendo poco più di 22 milioni di euro.
Non solo: secondo alcune indiscrezioni anche alcuni altri fondi avrebbero imitato sia pure con maggiore discrezione Mincione (mentre tra i venditori vi sono stati sicuramente Chenavari e Credito Fondiario, entrati con poco più del 5% durante l’aumento di capitale ma già scesi al di sotto di tale soglia dopo aver rilevato rispettivamente la società di credito al consumo del gruppo, Creditis, e una parte dei crediti deteriorati), sfruttando quotazioni che restano a livelli bassissimi (nonostante il recupero di quasi 20 punti percentuali in poco più di una settimana, il titolo resta di un 60% abbondante sotto i livelli di soli 12 mesi fa), così da piazzare con poca spesa una puntata al “casinò del risiko bancario italiano”, dove in molti danno Carige destinata ad accasarsi da qui a uno o due anni al massimo.
Una prospettiva che non piace chiaramente a Vittorio Malacalza, socio al 20,64% dell’istituto che nell’avventura Carige ha finora investito poco più di 400 milioni registrando perdite per 230 milioni prima dell’ultimo aumento più quasi altri 5 milioni da allora. Visto che Banca Carige stasera capitalizza 450 milioni di euro in tutto, Malacalza è destinato a chiudere in rosso la partita salvo che la capitalizzazione non risalga almeno a 1,95 miliardi di euro, una cifra che, nonostante le buone notizie giunte dall’ultimo Outlook Abi-Cerved sulle sofferenze delle imprese (che ha segnalato non solo il calo delle sofferenze bancarie a 87 miliardi netti, ovvero 167 miliardi lordi, ma soprattutto il calo al 2,6% del tasso di ingresso, ossia della percentuale di nuovi crediti che si trasformano in sofferenze, un livello che non si registrava da prima delle crisi 2008-2009), per il momento è pura fantascienza.
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Così non sarà un caso che qualche giorno fa il presidente (su indicazione di Malacalza) di Banca Carige, Giuseppe Tesauro, abbia gettato una secchiata d’acqua gelata sull’ipotesi di un prossimo “matrimonio” come quella studiata da Equita Sim (che ha ipotizzato una futura aggregazione a 5 tra Mps, Banco Bpm, Bper, Creval e appunto Banca Carige) o quelle circolate a livello di voci di mercato nei mesi scorsi (con Cariparma-Credit Agricole, Unipol Banca o Banca Bper), lanciando anche una stilettata a quei soci che a differenza di Malacalza, “uno che viene dall’economia reale”, “hanno giocato a monopoli tutta la vita”.
Una frecciatina che è sembrata indirizzata a Gabriele Volpi (9% di Carige) e allo stesso Mincione, che potrebbero essere tentati da far fronte comune con una manciata di altri investitori istituzionali nel caso di un’offerta d’acquisto o di integrazione che, per quanto “generosa” rispetto alle quotazioni attuali non potrebbe mai, al momento, consentire a Malacalza di chiudere l’avventura senza danni. Per sperare di limitare i danni, semmai, Malacalza deve augurarsi che il piano messo a punto da Paolo Fiorentino (terzo amministratore delegato che prova a rilanciare l’istituto da quando l’imprenditore ligure figura tra i soci di riferimento e già “chiamato a rapporto” da Malacalza) inizi a produrre risultati più che tangibili sia sotto il profilo dell’azione di de-risking in corso sia sotto l’aspetto commerciale e di riduzione dei costi, così da riportare in equilibrio i conti come continua a chiedere anche la Bce.
Soprattutto deve sperare che Fiorentino non riesca a coagulare attorno a sé proprio Volpi, Mincione, qualche fondo e forse anche quel 5,4% in mano a Sga (la “bad bank” del Tesoro che negli scorsi giorni si è vista affidare le sofferenze delle due ex banche popolari venete Bpvi e Veneto Banca). In quel caso il gioco potrebbe farsi duro e Malacalza dovrebbe o esercitare fino in fondo il via libera ottenuto da Bankitalia e Bce per salire sino a un massimo del 28% (ma questo vorrebbe dire rischiare altri capitali, sia pure ottenendo di abbassare il costo di carico della partecipazione), o rassegnarsi ad essere chiuso in un angolo, col rischio di dover subire un’operazione di fusione sulla base di valutazioni distanti da quelle ritenute “corrette”. In entrambi i casi a Genova sono in molti a prevedere che la ruggine sotto la lanterna è destinata a crescere da qui alla prossima primavera. Luca Spoldi
