“L’economia italiana cammina sul filo”: l’analisi di Antonio Tognoli tra inflazione e debito
Mentre l’inflazione torna a salire spinta dai rincari energetici e dalle tensioni geopolitiche internazionali, l’Italia si trova ad affrontare una fase delicata tra crescita debole e vincoli di finanza pubblica. Da una parte il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti difende una manovra improntata alla prudenza per contenere il debito e rientrare nei parametri europei, dall’altra le famiglie e i settori produttivi fanno i conti con la perdita del potere d’acquisto e l’aumento dei costi di produzione.
Ma qual è il reale impatto dello shock energetico sul tessuto economico del Paese? La strategia di rigore del governo è sufficiente per mettere al sicuro i conti senza soffocare la ripresa? E soprattutto, l’Italia rischia di scivolare verso una nuova stagione di stagnazione oppure esistono i margini per sostenere consumi e investimenti?
A fare il punto è Antonio Tognoli, economista e analista finanziario, che ad Affaritaliani analizza i rischi dell’inflazione, le prospettive del PIL e l’efficacia della legge di bilancio: “La stabilità dei conti è una scelta obbligata, ma da sola non basta a generare la crescita di cui il Paese ha bisogno”.
Giorgetti ha definito l’inflazione una conseguenza diretta dell’aumento dei prezzi dell’energia legato alle guerre. Quali rischi corre oggi l’Italia su questo fronte?
Quando Giorgetti definisce l’inflazione una “drammatica conseguenza” dei conflitti e del rincaro energetico, non si limita a un’analisi tecnica, ma descrive la realtà che l’Italia sta vivendo in modo particolarmente acuto, come confermano i dati Istat di ottobre. L’inflazione è salita al 5,4% (dal 4,2% di settembre), guidata dall’accelerazione dei beni energetici (+31,4% su base annua, con i regolamentati al +59,5%). La struttura del nostro mix energetico, ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili, rende l’Italia più esposta della media eurozona, trasferendo rapidamente gli shock internazionali sui prezzi interni.
Il rischio principale è il contagio all’economia reale: gli alimentari freschi accelerano, i trasporti rincarano e il “carrello della spesa” torna a salire, con l’inflazione di fondo arrivata al 2%. Se questa trasmissione si rafforzasse, le famiglie vedrebbero un’ulteriore erosione del potere d’acquisto e le imprese un aumento dei costi di produzione. Inoltre, per un Paese ad alto debito pubblico, un’inflazione persistente mantiene elevati i rendimenti dei titoli di Stato, appesantendo il costo del servizio del debito e riducendo i margini di manovra della politica economica.
Banca d’Italia prevede un rientro progressivo dell’inflazione (3,2% nel 2026 e 2,4% nel 2027), ma sottolinea che i rischi restano orientati al rialzo. Tutto dipenderà dalla durata delle tensioni in Medio Oriente e dai prezzi dell’energia, ma assistiamo a un processo di disinflazione, non di deflazione.
Quanto potrebbe incidere il caro energia sulla crescita del PIL italiano nei prossimi mesi? C’è il rischio di una nuova frenata dell’economia?
Il caro energia sta già incidendo in modo misurabile sull’economia. Nel terzo trimestre del 2026 il PIL è rimasto fermo e la crescita su base annua è scesa allo 0,8%, portando la crescita acquisita a livelli deboli. L’impatto si scarica sulla domanda interna: le famiglie riducono i consumi per coprire i rincari e le imprese affrontano costi energetici più alti della media europea (con l’elettricità italiana superiore di circa il 35% a quella tedesca nei primi nove mesi dell’anno), frenando investimenti e competitività.
Le previsioni convergono su un PIL attorno all’1% per il 2026, ma il quadro peggiora dal 2027, quando Confindustria stima un rallentamento allo 0,6%, con il rischio di azzeramento della crescita in scenari negativi di prezzi energetici elevati. Banca d’Italia e Ufficio parlamentare di bilancio confermano che i rischi sono orientati al ribasso.
Non siamo in una recessione tecnica: l’economia cammina sul filo, tenuta a galla da un mercato del lavoro solido e dalla tenuta di turismo ed export, ma resta vulnerabile se lo shock energetico non dovesse attenuarsi.
La manovra punta soprattutto alla stabilità dei conti pubblici con un approccio prudente. È una scelta sufficiente per sostenere la crescita o rischia di penalizzare investimenti e consumi?
La legge di bilancio rispecchia la priorità del ministro Giorgetti per la stabilità dei conti. Il deficit 2026 è previsto al 2,9% — sotto la soglia del 3% necessaria per uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo —, mentre per il 2027 e 2028 si sfrutta la clausola di salvaguardia nazionale (con deficit al 3,4% e 3,2%) per finanziare spese in difesa e sicurezza energetica. È una scelta prudente e quasi obbligata per un Paese con un debito al 138% del PIL.
Questo approccio conserva la fiducia dei mercati e delle agenzie di rating, ma lascia poco spazio agli stimoli: l’impatto stimato della manovra sul PIL 2027 è di appena 0,2 punti percentuali. Misure come l’allargamento del secondo scaglione Irpef a 55 mila euro, le detassazioni e i fondi per la sanità sostengono i redditi medi e bassi, ma non costituiscono un vero piano di rilancio per investimenti privati e consumi.
Il rischio è che una politica di bilancio cauta, unita a inflazione e tassi ancora alti, comprima la domanda interna. La stabilità è necessaria, ma da sola non basta a generare la crescita strutturale utile ad alleggerire il debito. Molto dipenderà dall’evoluzione dello shock internazionale e dalla capacità di mettere a terra gli investimenti in sicurezza energetica e le risorse residue del PNRR.
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