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Sorrenti: “Attacco hacker contro Binance? Essere grandi non basta: innovare senza investire in sicurezza produce sistemi più potenti, ma anche più fragili”

L’intervista di Affaritaliani a Serafino Sorrenti, Executive Vice President dell’European Digital Infrastructure Consortium dopo l’attacco hacker che ha colpito il colosso Binance

Sorrenti: “Attacco hacker contro Binance? Essere grandi non basta: innovare senza investire in sicurezza produce sistemi più potenti, ma anche più fragili”

Il maxi-attacco hacker che ha colpito il colosso Binance, con asset coinvolti per circa 6,3 miliardi di dollari, sta generando un vero e proprio terremoto nel mondo delle criptovalute. Un’operazione “fuori dagli schemi”, sia per la modalità d’azione che per la velocità d’esecuzione, che riaccende- in modo inevitabile- il dibattito sulla sicurezza degli exchange e solleva interrogativi che vanno ben oltre il singolo episodio: quanto sono davvero protette le infrastrutture delle principali piattaforme di scambio? E quali garanzie hanno gli investitori quando affidano i propri asset a operatori centralizzati? Per capirne di più, Affaritaliani ha interpellato Serafino Sorrenti, Executive Vice President dell’European Digital Infrastructure Consortium.

Sorrenti: “Attacco hacker contro Binance? Essere grandi non basta: innovare senza investire in sicurezza produce sistemi più potenti, ma anche più fragili”
Serafino Sorrenti, Executive Vice President dell’European Digital Infrastructure Consortium.

Come è stato possibile hackerare un sistema così grande e prelevare una somma così ingente?

“Per prima cosa va chiarito che essere grandi non vuol dire essere sicuri. Anzi, più un’infrastruttura cresce, più superfici di attacco ha. Per Binance le prime indagini parlavano del computer di un ingegnere DevOps come possibile porta d’ingresso, poi la società ha ammesso altri punti di compromissione. La ricostruzione tecnica quindi non è chiusa, e conviene andarci cauti. Quello che emerge finora è che gli attaccanti non avrebbero forzato la crittografia. Avrebbero preso di mira i sistemi che autorizzano ed eseguono le transazioni, riuscendo a far fare alla piattaforma operazioni fraudolente con i suoi stessi strumenti. Una transazione può essere tecnicamente valida senza essere legittima, ed è qui che sta il punto. Colpisce anche la dimensione: circa 6,3 miliardi di dollari portati via quasi tutti in una ventina di minuti. Dietro c’è preparazione e un alto livello di automazione. Se ne ricava che la sicurezza informatica non si esaurisce nel proteggere i singoli sistemi. Contano le persone, i processi e la governance, e spesso l’anello debole sta nella fiducia reciproca tra sistemi che presi da soli sono ben difesi”.

Per gli investitori coinvolti ora che fase si prospetta?

“Io separerei due questioni: i fondi depositati e le conseguenze economiche. Sui fondi, Binance dice che coprirà tutto con risorse proprie e con il fondo SAFU, e di aver accantonato oltre 6,3 miliardi. È un segnale positivo, ma bisognerà vedere se gli impegni verranno rispettati davvero. Nel frattempo è probabile qualche limitazione operativa, soprattutto sui prelievi, finché non si chiudono le verifiche di sicurezza. C’è poi la volatilità: i prezzi possono muoversi e far perdere denaro anche a chi i fondi non li ha visti toccare. Chi affida i propri risparmi a una piattaforma dovrebbe guardare non solo ai bilanci, ma anche a come quella piattaforma gestisce la tecnologia e le emergenze. Trasparenza e continuità operativa sono le priorità”.

Se venisse confermato il coinvolgimento del gruppo nordcoreano TraderTraitor, quali strumenti hanno oggi le autorità e gli operatori del settore per rintracciare, congelare e recuperare le criptovalute sottratte?

“In quel caso il quadro si farebbe più complesso, perché gli attori coinvolti non sarebbero i soliti gruppi criminali. Anche per questo conviene aspettare che le verifiche investigative siano concluse prima di trarre conclusioni. TRM Labs e Chainalysis hanno già attribuito l’attacco al gruppo nordcoreano con buona confidenza, ma servono ulteriori riscontri. Sul piano tecnico abbiamo strumenti validi. Le blockchain pubbliche conservano ogni transazione, e le piattaforme di analisi permettono di ricostruire i flussi, collegare gli indirizzi e vedere dove i fondi passano da operatori regolamentati. Ma rintracciare, congelare e recuperare sono tre cose diverse. Rintracciare significa seguire il percorso degli asset. Congelare vuol dire bloccarli, e si può fare solo se la natura della criptovaluta e i poteri dell’operatore lo consentono. Recuperare significa restituirli ai legittimi titolari, con procedure tecniche e giuridiche che richiedono tempo. Nel caso Binance la collaborazione tra operatori avrebbe già permesso di bloccare circa 3 miliardi. Con Bitcoin ed Ether è molto più difficile, perché non c’è un emittente che possa fermare i trasferimenti da solo. Servono cooperazione internazionale, indagini, monitoraggio e la collaborazione degli intermediari. Nessun Paese e nessuna azienda può farcela da sola. Servono autorità di sicurezza, intelligence, investigatori e operatori tecnologici che lavorino insieme, mentre gli strumenti giuridici restano legati ai confini nazionali. Ormai la cybersicurezza fa parte della sicurezza economica e nazionale”.

Qual è la lezione che il caso Binance dovrebbe lasciare al settore delle infrastrutture digitali?

“Quando si parla di infrastrutture critiche si pensa a reti energetiche, trasporti, data center, telecomunicazioni. Ma anche le piattaforme che custodiscono e muovono enormi quantità di risorse finanziarie sono nodi che contano. Il caso Binance ricorda che innovare senza investire in sicurezza produce sistemi più potenti ma più fragili. La sicurezza non è un costo in più della trasformazione digitale: è ciò che la rende sostenibile e affidabile”.

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