A Luigi Di Maio, in campagna elettorale in Molise, Cassa depositi e prestiti piace un sacco: l’esponente grillino ha più volte indicato come il gruppo possa essere considerato una sorta di “mega banca, anche se non è una banca” da cui può nascere quella che lo stesso leader M5S chiama “Banca pubblica degli investimenti” (c’è un riferimento preciso nel programma pentastellato) con la quale finanziare piccole imprese, famiglie e agricoltori, facendo investimenti pubblici “nelle infrastrutture”, ma anche in grado di fornire alle imprese “l’accesso al credito a un tasso moderato, per poter fare innovazione in azienda a nuove linee di produzione che consentano di svilupparsi”.

Andrea Roventini, ministro Economia in pectore M5S
Il perché anche M5S, come altri partiti prima di lui, abbia messo gli occhi su Cdp è evidente: il gruppo guidato da Claudio Costamagna (presidente, che sembra contare sul sostegno delle fondazioni bancarie socie al 15% di Cdp) e Fabio Gallia (amministratore delegato, dato in uscita a giugno) gestisce 253 miliardi di euro di risparmio postale oltre a custodire 25 miliardi di euro di partecipazioni strategiche in società quotate come Poste Italiane, Eni, Saipem, Ansaldo, Fincantieri, Sace, Fintecna, Italgas, Snam e Terna e pronta a spendere 600 milioni di euro per entrare con un 5% nel capitale di Telecom Italia, al fine di agevolare lo scorporo della rete d’accesso, che potrebbe poi essere integrata con quella di Open Fiber (50% CdP, 50% Enel).
Foto La PresseCdp è dunque già oggi una sorta di “Iri4.0” e ancora di più potrebbe diventarlo se, come sembra, dovesse muoversi per entrare nel capitale di Ilva e di Alitalia, aziende che peraltro sono state per decenni simbolo del fallimento dello stato imprenditore avendo bruciato miliardi di euro di contributi pubblici ma che gran parte del mondo politico, grillini compresi, gradirebbero ristabilissero un cordone ombelicale col “palazzo”. La proposta di far nascere da CdP una Banca pubblica degli investimenti spacca invece i sindacati: la Uil si dice “d’accordo con la proposta”, la Cgil sottolinea come il termine “si presta ad ambiguità per il sistema bancario”, che “ha delle regole diverse da quelle di Cassa deposito e prestiti”.
Non solo: mentre CdP potrebbe, come ipotizzato da alcuni, decidere anche di rilevare dal Tesoro la partecipazione di controllo di Mps una volta che l’istituto sia risanato, dotandosi così di un “braccio bancario”, ben diversamente sarebbe se volesse dare vita ex novo a un istituto d’investimento, non avendo personale e struttura adeguati e dovendo verosimilmente registrare perdite in caso di un avviamento da zero.
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Per fare un esempio concreto CheBanca!, fondata da Mediobanca nel 2008, solo dopo sei anni (nell’esercizio 2015/2016) riuscì a chiudere il primo bilancio in utile, per 7,5 milioni, dopo aver bruciato oltre 300 milioni nei primi cinque anni di attività: quanti dovrebbe bruciarne l’istituto che sogna Luigi Di Maio e a chi sarebbero accollate le perdite?
C’è poi il piccolo ma non irrilevante problema dei limiti imposti dalla legge e dallo statuto di CdP, che prevedono che non possano essere effettuati investimenti in aziende in crisi o intervenire in ristrutturazioni societarie, ma “solo” investire in società che mostrino sostenibilità economico – finanziaria, da valutare sulla base di criteri di mercato, in presenza di un interesse pubblico. Finanziare startup innovative, ad esempio, potrebbe non essere tecnicamente possibile, non fosse altro perché le startup operano tipicamente in perdita nei loro primi anni di vita e presentano una elevata mortalità.
Secondo il rapporto Cerved Pmi 2017, del resto, “Il 17,7% delle società che hanno investito di più in innovazione hanno aperto nel periodo 2007-15 un fallimento o una procedura concorsuale, contro una percentuale dell’11,3% osservata nel campione totale”. L’idea poi che Cdp, magicamente trasformata in “banca d’investimenti pubblica” possa far decollare gli investimenti in infrastrutture “strategiche” può sembrare suadente, specialmente in un paese come l’Italia che sconta un pesante gap infrastrutturale con altri paesi europei.
Ma nasconde un pericolo concreto, quello dell’annullamento della concorrenza nel settore delle reti, ipotesi che non dispiace (anzi) alla politica ma rischia di non portare alcun reale beneficio agli utenti finali. Ultimo ma non meno importante dettaglio: Cdp ha mobilitato, dati di bilancio alla mano, 92 miliardi di investimenti nell’ultimo triennio (+17% rispetto al triennio precedente), di cui 18,4 miliardi dedicati alle Pmi.
Ora: sempre secondo il rapporto Cerved Pmi 2017, proprio “il processo di selezione darwiniana innescato dalla crisi del 2008, caratterizzato dall’uscita in massa dal mercato delle aziende con profili fragili già prima dell’inizio della recessione” ha poi consentito alla Pmi italiane di migliorare decisamente la propria solidità strutturale, ossia la capacità di generare flussi di cassa sufficienti a rimborsare i debiti contratti.
Se questo processo, per via di un accesso al credito “agevolato” come sogna Luigi Di Maio, non si fosse innescato, oggi ci ritroveremmo con aziende più indebitate, più deboli e probabilmente più crediti deteriorati di quanti già non gravino sul sistema economico tricolore. A meno di non indicare come evitare di correre questo rischio, l’idea di trasformare CdP in una banca che presta il risparmio postale italiano ad attività per definizione “a rischio” non sembra poter garantire sufficientemente risparmiatori e contribuenti italiani.
Luca Spoldi
