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Economia

di Elisabetta Corrà

@ElisabettaCorra

 

 

 

Nella giornata di venerdì 27 è stato resa nota a Stoccolma la prima parte del V Rapporto dell’IPCC, il Pannello Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici. Molta era l’attesa attorno a questo documento, che fissa una volta per sempre l’urgenza del riscaldamento del Pianeta nell’agenda dell’umanità a inizio di questo secolo ventunesimo. Un paper di dimensioni vastissime (859 scienziati di tutto il mondo, 569 revisori nella prima fase e 800 nella seconda, che hanno valutato 9200 pubblicazioni scientifiche), che aveva il compito - come i precedenti quattro - di fornire evidenze e certezze sul riscaldamento del Pianeta. Il Rapporto conferma la causa antropica dei cambiamenti climatici in corso nella nostra atmosfera, con un margine di certezza del 95 per cento che ha spinto alcune voci del mondo ecologista militante su Twitter a parlare di “gioco finito” per i negazionisti e gli scettici.

 

Il Rapporto numero cinque dell’IPCC è diviso in tre parti; ieri è stato reso pubblico il testo del Riassunto per i Decisori Politici, dedicato ai fondamenti scientifici dei cambiamenti climatici; seguiranno poi altri due volumi, uno sugli impatti e l’adattamento, e un secondo sulle politiche di mitigazione. Questo testo, una trentina di pagine, sarà disponibile on line da lunedì 30 settembre sul sito www.climatechange2013.org.

 

L’importanza del momento ha innescato nei giorni scorsi un dibattito frenetico su ogni canale disponibile in rete non tanto per sconfessare il fervore negazionista, quanto piuttosto per rimarcare il punto di non ritorno segnato dal Rapporto: di fronte ad un cambiamento climatico di queste proporzioni una mancanza di azione (leggi: accordo vincolante globale sulla riduzione delle emissioni serra) equivarrebbe ormai ad assumersi una responsabilità ecologica senza precedenti sulle generazioni future. Qualcosa che potrebbe essere paragonato all’impatto di azioni contro l’incolumità stessa dell’umanità. Va ricordato infatti che i rapporti IPCC vengono approvati anche dai Governi dei 195 Paesi membri ed hanno dunque una solidità politica, oltre che scientifica. Essi sono una piattaforma di lavoro che costringe a prendere atto della crisi climatica, e di tenerne conto sia come vincolo di azione che come punto di riferimento scientifico. In sintesi, dunque, i Rapporti IPCC servono a questo: fornire conoscenza utile ad azioni incisive e ben indirizzate.

cambiamenti climatici (13)

 

I dettagli scientifici del Rapporto sono e saranno ripresi da una miriade di fonti e di voci; più utile sarebbe invece cercare di capire come e se questo lavoro dell’IPCC può essere costruttivamente impiegato nel futuro. Un contributo in questo senso viene proprio dall’Italia. Da noi il Quinto Rapporto è stato presentato ai giornalisti da Sergio Castellari, focal point IPCC per il nostro Paese, in forza al Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici. Castellari ha prima di tutto iillustrato le novità dell’AR5 - questo il nome tecnico del paper.

 

Maggior solidità scientifica nell’evidenza osservativa. I dati sull’effetto di nuvole, aerosol, radiazioni cosmiche, monsoni, El Nino e La Nina sono più approfonditi. Ad oggi la comprensione dei processi climatici e dei feedback è migliore. I risultati finali poggiano su un maggior numero di simulazioni numeriche prodotte da una nuova generazione di modelli climatici (Earth System Models) che hanno permesso di costruire proiezioni climatiche sia a breve termine (2016-2035) che a lungo termine (2086-2100) di quello che potrebbe succedere. I modelli climatici dell’IPCC sono insomma più avanzati rispetto al passato. Di conseguenza, sono state meglio definite la confidenza e la probabilità, il che ha permesso di arrivare ad una risposta di “estremamente probabile” al 95% per la domanda: i cambiamenti climatici in corso hanno una causa antropica o naturale? Ebbene ora sappiamo che al 95% il Pianeta si sta scaldando perché bruciamo combustibili fossili.

 

 

La mole maggiore di informazioni riguarda ad esempio gli oceani e la criosfera. Gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi della serie termometrica globale e ciò si constata anche nelle temperature rilevate nelle masse d’acqua del Pianeta. L’oceano superficiale (la colonna d’acqua dalla superficie a 700 metri di profondità) nel periodo dal 1971 al 2010 si è scaldata di 0,11 °C / decennio nei primi 75 metri. L’estensione annuale media della banchisa artica (ghiaccio marino) dal 1979 al 2012 è diminuita di una percentuale del 3,5 - 4,1% ogni decennio. Questa diminuzione è più accentuata in estate, ma evidente in tutte le stagioni. Il livello globale medio del mare è cresciuto di 0.19 m (0.17 - 0.21 m) nel periodo 1901−2010 (mediante una stima di una tendenza lineare).

 

 

Modelli climatici. I modelli utilizzati sono più realistici e consentono di descrivere scenari climatici per il futuro molto precisi e dettagliati. In particolare, lo scenario numero sei (chiamato RCP2.6, Representative Concentration Pathways) di questo nuovo Rapporto contempla importanti politiche di mitigazione; mostra cioè cosa potrebbe succedere se governi e istituzioni si impegnassero sul serio a diminuire in modo massiccio le emissioni serra, liberandosi progressivamente dalla dipendenza dai combustibili fossili. Castellari ha inteso sottolineare che RCP.6 è ad oggi una cornice di possibilità, ma che corrisponde alla volontà del Panel di fornire “istruzioni” concrete sulla strada da percorrere pe evitare il peggio firmando, tutti, un accordo globale sulla riduzione delle emissioni, il target numero uno fallito a Copenhagen nel 2009 e mancato a Doha l’anno scorso. Secondo questo scenario entro la fine del secolo l’aumento medio delle temperature globali potrebbe rimanere entro i 2°C; nello scenario peggiore l’incremento potrebbe invece superare anche i 5°C. Castellari: “I dati analizzati dalla comunità scientifica internazionale confermano che i cambiamenti climatici sono in atto e continueranno per decenni e secoli”. RC6 ci mostra come il clima potrebbe essere stabilizzato. Esiste ancora un margine di intervento per scongiurare il peggio, ma il tempo stringe.

 

Il Professor Castellari ha passato in rassegna in una presentazone brillante i punti salienti delle tre parti del Report, che contano tremila pagine di grafici, numeri, informazioni. Una molte sterminata di dati quantitativi che ancora una volta mettono giornalisti e scienziati davanti ad una domanda cruciale: come far arrivare all’opinione pubblica, alla gente comune, lo spessore scientifico di queste scoperte e l’urgenza di una presa di posizione per scongiurare l’alterazione catastrofica della composizione chimica dell’atmosfera? Joerg Friedrichs sul Guardian ha scritto che l’IPCC confida nel “potere di trasformazione della conoscenza”. Ma sappiamo che l’intellettualismo etico - la convinzione che basti conoscere il bene per non commettere il male - è sempre stata pesantemente sconfessata dalla Storia. Infatti lo straordinario sforzo scientifico dell’IPCC non ha un equivalente nella reazione dell’opinione pubblica di fronte alla minaccia climatica.

 

Il Quinto Rapporto ci spinge dunque, proprio in virtù della sua forza scientifica, ad allargare lo spettro degli scenari climatici: il riscaldamento globale chiama in causa la nostra cultura, non solo le nostre risorse energetiche, perché qui si tratta di scegliere come vogliamo usare l’energia fossile e rinnovabile, non solo di ascriverle capi di imputazione o di attribuirle speranze messianiche. Sprechiamo una quantità abnorme di energia nei consumi inutili del consumismo. Accorgersene con franchezza è una indispensabile strategia di mitigazione. Dunque questo Quinto Rapporto dell’IPCC può servire a sviluppare un ragionamento a binario unico: riflettere sulla civiltà umana e sul ruolo della scienza nelle nostre vite.

 

Sarebbe utile riformulare intanto il nostro concetto di rischio, perché è evidente che noi umani ne abbiamo una idea molto diversa da quella descritta dall’IPCC. Essere critici con noi stessi è una fondamentale strategia di adattamento e di mitigazione. Ci siamo evoluti per temere minacce prossime, tangibili, e questa nostra tendenza è stata fortemente rafforzata dalla cultura della Tecnica, che propugna infinite capacità di rimedio, recupero, rammendo. Ci pare insomma che la Tecnica possa ricucire all’infinito i nostri errori, dal consumo smodato di dolci che innesca il diabete ai nostri usi nefasti del Pianeta.

 

Su twitter ieri mattina (#AR5 filtro immagini) girava la foto di un portacenere su cui era appoggiata una sigaretta accesa. Il claim: “Gli scienziati sono certi che il riscaldamento globale sia reale, così come lo sono che le sigarette causano il cancro. Il dibattito è esaurito”. La fiducia riposta nella medicina è un assoluto della società contemporanea: quando siamo in sala operatoria non ci preoccupiamo di conoscere come funziona il ciclo di Krebs prima che l’anestesista ci addormenti e ci infili in trachea un tubo di gomma per aiutarci a respirare. Non c’è bisogno di saper leggere tutti i grafici dell’IPCC per avere fiducia negli scienziati che li hanno elaborati. Lo scetticismo, il negazionismo e anche l’indifferenza (“tanto non ci posso fare niente”) distorcono il significato della scienza e i suoi presupposti, riducendo a capriccio nevrotico - il culto del presente senza prospettiva - il fatto che i cambiamenti climatici hanno una dimensione temporale: nati nel passato si sviluppano nel presente e maturano nel futuro. Il riscaldamento del Pianeta non è casuale, è il prodotto dell’uso che facciamo delle risorse naturali e della relazione evolutiva-culturale che abbiamo instaurato con la Terra. Perciò possiamo scegliere di limitare la combustione delle fonti fossili. Questo ci dice il Quinto Rapporto: descrivere le dinamiche fisico-chimiche del Pianeta non basta, occorre tradurre in progettazione culturale (politica, sociale) il nostro sapere.

 

Sempre via Twitter s’è anche suggerito che espressioni come “riscaldamento globale” e “riscaldamento del clima” siano ormai insufficienti. Meglio parlare di “distruzione del clima”. La complessità delle interazioni descritte dal Quinto Rapporto spingono semmai ad arricchire il vocabolario del clima, ponendo accanto ai termini prettamente scientifici concetti e sostantivi descrittivi della posta in gioco: civiltà, cultura, immaginario collettivo, evoluzione, storia, filosofia, tanto per fare qualche esempio.

 

Per concludere, è evidente che il Quinto Rapporto - a prescindere dai suoi eccezionali meriti scientifici che sono espressione di un impegno di ricerca animato anche da istanze etiche molto sentite  - può essere una occasione per avviare davvero un dibattito polifonico sul clima. Perché se è cosa certa che tremila pagine di dati siano imprescindibili per comprendere cosa sta accadendo, esse non ci parlano ancora dei miliardi di connessioni, reazioni, scelte psicologiche e culturali che sono alla base delle società umane complesse. Da esse e solo da esse dipende, in ultima analisi, proprio la reazione della coscienza civile che l’IPCC auspica nei prossimi decenni. A tutti i livelli. Dalla nostre case ai palazzi di Bruxelless.

 

 

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