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Economia


 

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Durante la recessione si capisce di più quanto sia importante avere i conti pubblici a posto. Già, perché Svezia, Danimarca e presto la Finlandia, i famosi Paesi virtuosi del Nord Europa, grazie alle loro finanze statali in ordine (deficit e debito), possono liberare risorse dal bilancio per stimolare la crescita e combattere la crisi, abbassando la pressione fiscale sulle imprese. La tanto odiata (soprattutto nel nostro Paese) corporate tax che nel Vecchio Continente accende la concorrenza fiscale e ci vede tristemente eccellere con il 31,4%: l'aliquota più alta fissata in Europa, con un'incidenza sul Pil del 2,7%.

Non a caso, tutti i partiti politici, chi più chi meno dal Pd al Pdl e da il M5S alla Lista Civica di Mario Monti, hanno messo in cima alla lista delle proprie priorità l'abbassamento della pressione fiscale sulle imprese. Il meccanismo (e la scommessa) è quello di attirare investimenti (anche esteri) che stimolino la creazione di posti di lavoro e, da questi, la spinta per maggiori consumi e introiti fiscali grazie alla tassazione indiretta. Prelievo che in seconda battuta compensi in parte la mancanza di gettito derivante dalla sforbiciata alla corporate tax.

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In Italia, con un debito pubblico al 127% del Pil e un percorso di austerity concordato con l'Ue, è un impresa da titani. La strada è preclusa. E così per combattere la crisi bisogna andare a Bruxelles e puntare i piedi per allentare i vincoli sui saldi pubblici. In Danimarca, invece, con un deficit al 2,7% previsto per quest'anno e un debito pubblico di poco superiore al 45% del Pil è possibile azionare senza problemi la leva del fisco per contrastare la crisi, ridando così fiato a imprese e occupazione.

A fine febbraio, Copenhagen che con un'aliquota del 25% (2,8% l'incidenza sul Pil) già aveva una delle tassazioni sulle imprese più basse nell'Unione Europea, ha annunciato una riduzione progressiva che porterà il prelievo al 22% in tre anni (nel 2016): 200 milioni di liquidità lasciati a disposizione dell'economia reale per ogni punto di prelievo in meno. Una mossa che segue quella della Svezia dove la corporate tax è già scesa dall'inizio dell'anno dal 26,3% (3,5% l'incidenza sul Pil) al 22% mentre in Finlandia, altro Paese dalle finanze solide, il governo si prepara ad abbassare il 24,5% (2,7% l'incidenza sul Pil) su pressione della Confindustria di Helsinki che chiede di portarlo al 15%.

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Ad aprire la corsa al taglio delle tasse sulle imprese nel Vecchio Continente è stato il Regno Unito di David Cameron che già nel 2012 ha abbassato la pressione fiscale sulle Pmi dal 26 al 24% (2,8% l'incidenza sul Pil) e ha annunciato nuove sforbiciate che porteranno la corporate tax al 21% già nel 2014. Il livello più basso fra le grandi economie occidentali.

Insomma, se all'esterno l'Europa è in mezzo alla guerra delle valute, all'interno dei propri confini sembra invece essere alle prese con la corsa al taglio delle tasse da parte dei Paesi membri per attrarre le imprese e combattere la recessione. Ovviamente, chi può farlo. In Irlanda (unica eccezione) lo sanno bene: il 12,5% di corporate tax, aliquota più bassa tra i 27 Paesi dell'Ue, che ha fatto di Dublino un autentico "paradiso fiscale" per le imprese che ospita i quartieri generali europei di più di 1000 multinazionali (64mila posti di lavoro in più fra il 2010 e il 2014 nel Paese), non è stato ritoccato al rialzo nemmeno quando all'Irlanda servivano 80 miliardi per salvare le proprie banche e scansare così il bailout e l'intervento della Troika

 

 

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