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Economia

di Antonio Galdo
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Un banale permesso edilizio in Italia si ottiene, in media, in 234 giorni, rispetto ai 184 della Francia, ai 99 del Regno Unito e ai 97 della Germania. Per aprire un capannone industriale non bastano 62 permessi.

L’apertura della stazione dell’Alta Velocità alla Tiburtina di Roma ha significato una conferenza di servizi alla quale hanno partecipato 38 istituzioni, ciascuna con il suo potere di veto: per fotocopiare i progetti sono stati spesi 456mila euro e altri 22mila euro sono serviti per distruggere le fotocopie. Le stazioni appaltanti nel Belpaese delle speculazioni facili, quelle che decidono sulle gare, sono diventate 23mila.

Il mostro della burocrazia italiana continua a crescere. L’ufficio studi della Confartigianato, diretto da Enrico Quintavalle, ha scoperto che dal 2008 a oggi sono state approvate 288 norme che hanno reso la vità più complicata alle aziende e solo 67 che l’hanno semplificata. In pratica: 4,3 complicazioni in più per ogni semplificazione.

E dire che avevamo istituito anche un ministero per la Semplificazione, guidato dal leghista Roberto Calderoli che minacciava fuoco e fiamme contro le troppe carte, i troppi permessi, e i troppi soggetti che decidono, nel lago della burocrazia italiana. Visti i risultati, il ministero è stato eliminato. E intanto questa burocrazia ogni anno fa perdere al sistema Italia qualcosa come 30 miliardi di euro.

Scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, raccontando la storia di una riconversione di una vecchia centrale elettrica dell’Enel in un impianto in biomasse, sospesa da 12 anni con continui rimandi nei vari tribunali civili: «Il fatto che nella settima o ottava potenza economica del mondo non si riesca a decidere in 12 anni se una vecchia centrale spenta possa essere riaccesa, è davvero il colmo. Anche perché quell’insensato spreco di tempo lo paghiamo tutti noi».

L’unica riforma che funziona, nella burocrazia, è quella che protegge loro, gli alti burocratici. Nella legge anticorruzione del governo Monti compariva una norma in base alla quale tutti i magistrati non potevano restare fuori ruolo più di 10 anni: una legge per finirla con gli incarichi extra-giudiziali a vita.
Poi è comparso il solito emendamento con il quale dal tetto sono stati esentati i membri del governo. Cioè i consiglieri di Stato Antonio Catricalà e Filippo Patroni Griffi, che allora erano sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ministro della Funzione Pubblica, e adesso il primo è diventato viceministro allo Sviluppo e il secondo è andato al posto del primo. Auguri e buon lavoro.

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