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Economia

Di Mario Fabbri*

Tra le tante terapie anticrisi che son state proposte, oggi tiene il campo quella liberista-rigorista: il paese va male perché tasse/costi dello Stato e salari sono aumentati più che nella virtuosa Germania e per ridare competitività all’Azienda Italia adesso bisogna ridurli. Lo Stato deve fare la spending review e il settore privato le liberalizzazioni, cancellando i tanti corporativismi che tengono alti i salari e bassa l’occupazione. Al contrario, per i keynesiani, il ruolo dello Stato non va ridotto ma aumentato, perché deve fare grossi investimenti, ma senza coprirli con nuove tasse che deprimerebbero ancora i consumi: il debito pubblico crescerà, ma poi un’economia rifiorita potenzierà il gettito fiscale rimettendo tutto a posto senza bisogno delle sofferenze rigoriste.

I teorici del “cuneo fiscale” invece osservano che il lavoro costa troppo per colpa degli oneri fiscali e parafiscali. Occorre sgravarne le imprese spostando la tassazione sulle sezioni non produttive della società. Occupazione e produzione risaliranno e tutto tornerà a posto. Altri infine segnalano che crisi simili all’attuale ci sono già state quando i produttori nazionali divenivano non competitivi con quelli esteri, la bilancia commerciale andava in rosso, la lira si indeboliva e poi finiva per essere, controvoglia, svalutata. Ma svalutare risolveva! nel ’92 anziché la grande inflazione paventata dai rigoristi ci fu il recupero immediato della competitività dei nostri produttori che ora pagavano molti costi in lire svalutate.

L’import-export tornò in attivo e l’economia rifiorì, ristabilendo infine pure i non-produttori i quali all’inizio erano penalizzati dal maggior costo, sempre in lire svalutate, delle importazioni.  Ma oggi siamo nell’euro e per svalutare bisognerebbe prima uscirne e ripristinare una valuta nazionale. Non è chiaro, tuttavia, come gestire gli impegni correnti che sono in euro. I rigoristi dichiarano che le difficoltà sarebbero insormontabili e potrebbero anche aver ragione: tramite la BCE siamo indebitati verso i paesi dell’Unione Europea, in primis la Germania, per oltre 200 miliardi, e liberarcene con qualche furbata valutaria non sarebbe accettabile tra paesi il cui mutuo interesse è di mantenersi in buone relazioni.

Ma anche il piano rigorista è carente: migliorare la funzionalità della macchina statale è più che opportuno, ma tagliarne semplicemente i costi “per risparmiare”, come in una normale azienda non porta beneficio ma danno perché i costi dello Stato - chi l’avrebbe mai detto? - sono i redditi di milioni di persone, e comprimerli affievolisce ancora l’attività economica nel paese. Le cose andrebbero diversamente se le risorse espulse dal settore pubblico si riattivassero subito in quello privato, come sottintende il vangelo liberista. Ma nel mondo reale le cose camminano molto lentamente e i tagli anziché migliorare la situazione la peggiorano, come constatano quei fortunati che hanno gli occhi per vedere. Su ciò i keynesiani concordano, ma pure la loro ricetta fa acqua.

L’idea che l’investimento rilanci infallibilmente l’economia è seducente, ma l’esperienza dice che il risultato non è affatto scontato e l’esito probabile, in Italia, è che i miliardi finirebbero in progetti bellissimi sulla carta e fallimentari nei fatti. E anche intervenire sul cuneo fiscale è problematico: per avere effetto bisognerebbe ridurre parecchio le entrate tributarie innalzando il deficit pubblico a livelli ingestibili perché l’idea, perfetta in tempi di cacce alle streghe, di rivalersi sui settori meno virtuosi e della cui immensa capacità contributiva è bello fantasticare - vedi i mitici 150 miliardi di evasione pronti per essere recuperati - mostra solo che la demagogia ottunde il raziocinio.

L’attacco, stile Equitalia, all’“evasione di sopravvivenza” elimina soggetti più produttivi di beni materiali di tanti impiegati che non producono nulla, ma figurano per cittadini esemplari perché nella loro busta paga alla voce “lordo” è stampata una cifra più alta di quella che poi ricevono. E le tanto moralmente lodevoli “imposte sul lusso” hanno raccolto assai meno di quanto non abbiano distrutto in attività chiuse e disoccupati in cerca di ammortizzatori sociali.! Queste politiche non aumentano ma diminuiscono la produzione di beni e abbassano perciò il nostro tenore di vita. Equità e giustizia fiscale sono belle parole per sognare un futuro luminoso, ma adesso anziché darci pane lo distruggono.

Però una via d’uscita forse rimane: si può rendere la cura del “cuneo fiscale” più leggera e selettiva perché il lavoro che veramente occorre sgravare è solo quello che produce beni materiali, e che oggi, oberato dai prelievi a pro dei “meritevoli”, da normative cervellotiche, dalla disaffezione di chi gli preferisce attività meno plebee, è il vero tallone d’Achille italiano. Possiamo cioè dimenticare i servizi e preoccuparci solo di agricoltura, industria e artigianato, i reali produttori di beni tangibili, i soli componenti del settore produttivo, nel senso in cui “produttivo” era inteso da Adam Smith prima di essere reso vacuo e confuso dai suoi successori.

Così il sollievo verrà concentrato dove farà più effetto: i produttori, ritornati competitivi e coi conti economici rinsanguati, si impegneranno ad accrescere produzione e occupazione, a rilanciare l’export e contrastare l’import per la necessaria inversione dei conti con l’estero, facendo presto aumentare anche redditi e consumi degli italiani. I non-produttori all’inizio potrebbero star peggio, perché per potenziare gli sgravi sarebbe forse utile aumentare i prelievi altrove, ma poi saranno cooptati anche loro nella generale ripresa. A ben pensare, tornerebbero in campo per una strada diversa precisamente quei meccanismi che rendevano efficaci le svalutazioni della lira. Ma non si toccherebbe l’euro, come sarebbe difficile e anche pericoloso fare adesso.

*Amministratore delegato di Directa Sim

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