
Di Sergio Luciano
“Moscissimo“: la parola magica, anzi l’anatema, fluttua in sala stampa, qui nell’”Oval” di Torino, dove la Piccola industria di Confindustria ha radunato, ieri e oggi, una nutrita (non nutritissima) platea di imprenditori per un convegno biennale che doveva servire a lanciare un grido di dolore verso le istituzioni, l’ultimo appello per imboccare la via della ripresa. “Moscissimo” senza nulla togliere alla forza interna del discorso di Giorgio Squinzi (“se chiudono le imprese, muore il Paese”) o alla sua proposta di un patto dei produttori con i sindacati. Tutto bene, tutto serio, a cominciare dalle analisi economiche di Luca Paolazzi, un bravo economista che sa anche scrivere. Ma è come se oggi le parti sociali giocassero a squash: schierate sulla stessa linea, Confindustria e confederazioni sindacali lanciano la palla contro un muro muto, gommoso, insuperabile e impenetrabile, quello di un vuoto istituzionale senza precedenti o meglio con il sinistro precedente del 1919, quando in una analoga situazione di stallo politico germinò il fascismo.

Questa Confindustria e questi sindacati sono orfani della politica, e in particolare di Roma, dell’esecrata Roma dove però, almeno, si poteva andare periodicamente a depositare il succo della propria rabbia, della propria delusione, delle proprie richieste, delle proprie proposte di scambi: “Io apro una fabbrica al Sud, tu mi defiscalizzi gli utili per un po’“. Roba d’altri tempi. Il governo dei tecnici, che diciotto mesi fa aveva fatto sognare gli imprenditori, speranzosi di aver trovato finalmente l’interprete delle proprie istanze di competitività, è stato forse la peggior delusione della storia, forse ancora peggio dei governi del “collega” Berlusconi, perché alla fine – cene eleganti a parte (un po’ invidiate un po’ biasimate) – diciamolo: chi tra gli imprenditori non ha, come il Cavaliere a bizzeffe, qualche conticino in sospeso con la giustizia (un abuso edilizio, una violazione ambientale) o almeno un contenzioso col fisco? Quindi Berlusca è stato “un compagno che sbaglia“, il professor Monti un capitano Pinkerton che ha sedotto e abbandonato l’industria italiana.
In questo senso, la “mosceria” dell’appello di Confindustria non è colpa di chi parla ma di chi ascolta: ovvero, non ascolta. In cinquanta giorni, neanche l’ombra di un governo. Anzi: “il peggior risultato che potessimo immaginare: la vittoria del non-governo“, si lagna incisivamente Squinzi, che farebbe meglio però ad allenarsi a leggere con disinvoltura il discorso nel super-gobbo elettronico che ha davanti a sé sul palco, per evitare di darlo a vedere in modo così marcato, ma non è per questo meno convincente quando presenta le sue conclusioni.

Detto questo, un po’ di buona volontà tutti i convenuti ce la mettono: Susanna Camusso, leader della Cgil, propone a Confindustria addirittura di “mettersi attorno a un tavolo” con gli altri e “trovare un criterio che semplifichi quel decreto” (sul rimborso dei crediti alle imprese) e che permetta di immaginare che quella liquidità entri”. ”Bisognerebbe dire tutti insieme che il decreto sul credito alle imprese lo hanno fatto per complicare la vita, per aumentare i costi e per non dare indietro quei soldi rapidamente”. In effetti, neanche Grillo parlerebbe così male dell’aborto di Grilli, Vittorio. E anche Raffaele Bonanni, capo della Cisl, apre all’accordo sulla rappresentanza, storico snodo critico nei rapporti tra Confindustria e sindacati, e al “patto tra i produttori”, per smussare gli attriti e accorciare le distanze tra datori di lavoro e dipendenti nel comune interesse per la crescita. Ma, come dire – e con tutto il rispetto: sono chiacchiere.
E anche quando Squinzi invoca “la scossa” che è a suo avviso necessaria per riavviare la ripresa, il pensiero dei più anziani torna alla “nasata” che Cesarone Romiti auspicò per i partiti e i capi della Prima Repubblica nel ’92 parlando a un convegno di Cernobbio e dando lui, con le sue parole, l’ennesima spallata all’ultimo governicchio del “Caf” (Craxi, Andreotti, Forlani). Un’era geologica fa: all’epoca la politica nazionale faceva e disfaceva il bello e il cattivo tempo, era padrona della moneta – e infatti, dopo aver stangato gli italiani con la manovra da 90 mila miliardi e il prelievo del 6 per mille dai conti correnti firmato Giuliano Amato, la Banca d’Italia nel settembre del ’92 svalutò la lira e rilanciò l’industria, e poi – soprattutto – sulle spoglie della Prima Repubblica scalpitavano i campioni di quell’aborto che si sarebbe rivelata la Seconda: la Lega di Umberto Bossi e di lì a poco Forza Italia di Silvio Berlusconi. Ci si poteva credere, almeno: ci si poteva illudere. Oggi, questa non-politica nazionale, commissariata dall’Europa di Frau Merkel, ha strappato via alle imprese anche le illusioni. Il grido di dolore delle imprese qui a Torino rischia di rimanere inascoltato. Certo è difficile credere che abbia trovato orecchie attente a Roma, e tantomeno a Bruxelles. Figuriamoci a Berlino…
