di Andrea Deugeni
@andreadeugeni
“Circa 700 milioni di fatturato a rischio che appartengono soltanto a poche aziende siderurgiche italiane e ricadute occupazionali nel nostro Paese. Senza considerare gli effetti dell’escalation di una guerra commerciale a 360° che può scoppiare fra gli Stati Uniti e l’Unione europea”. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e amministratore delegato della Duferco, analizza con Affaritaliani.it le conseguenze che i dazi sull’alluminio e sull’acciaio introdotti dall’amministrazione americana possono avere sull’industria nazionale e sull’economia comunitaria. E spiega quali possono essere le possibili risposte di Bruxelles.
L’INTERVISTA
Il presidente americano Donald Trump ha varato ufficialmente dazi sull’alluminio e sull’acciaio, rispettivamente del 10% e del 25%, misure che scatteranno dal prossimo 23 marzo. E’ preoccupato?
“Sì, sono molto preoccupato. Condivido il giudizio del presidente della Bce Mario Draghi secondo cui ‘misure unilaterali sul commercio internazionali sono pericolosissime’, perché si sa da dove si comincia ma non si sa dove si finisce. Si tratta di una decisione grave che rischia di innescare una guerra commerciale fra aree del mondo. Non è molto chiaro il passaggio dell’amministrazione americana su eventuali esenzioni per particolari Paesi, perché sembra che Trump non conosca le regole comunitarie. In materia doganale l’Unione europea tratta con gli Stati extra-Ue come un unicum, senza distinzioni fra Paesi membri. Come Federacciai, stiamo valutando le ripercussioni per l’Italia”.
(LaPresse)Quanto rischiano le nostre imprese?
“Le nostre aziende esportano complessivamente verso gli Stati Uniti circa 500 mila tonnellate di acciaio, per un controvalore che si aggira intorno a i 600-700 milioni di dollari. Non una cifra elevatissima, ma neanche piccola. Abbiamo appena appreso i codici di prodotto per cui varranno le tariffe doganali. Stiamo cercando di valutare le conseguenze e mappare gli effetti concreti della misura americana sulla nostra industria”.
Quanto vale in termini di fatturato l’export di acciao italiano verso gli Stati Uniti?
“Circa il 5%. Si tratta di 500 mila tonnellate su una produzione totale di 24 milioni di tonnellate”.
Non si tratta, dunque, di un impatto enorme…
“No, certo. Ma rischia di colpire alcune aziende pesantemente. E’ una misura molto concentrata su meno di 10 aziende: i 700 milioni di dollari sono da suddividere soltanto su alcune imprese nazionali. I dazi americani, quindi, rischiano di avere anche un impatto occupazionale”.

La Confindustria tedesca ha definito i dazi Usa un “affronto”. La Francia ha deplorato la decisione di Trump e anche Bruxelles ha condannato la mossa. Siamo all’inizio di un’esclation che sfocerà in una guerra commerciale su altri fronti?
“Le reazioni dell’Europa ci saranno sicuramente. Nel rispondere, la Commissione ha fatto sapere di voler rispettare scrupolosamente le regole del Wto. La replica dev’essere proporzionale al danno e va concordata con l’organizzazione mondiale del commercio. Oltre a quelli diretti, il rischio è anche quello di andare incontro anche a danni indiretti”.
A cosa si riferisce in particolare?
“Ci sono tre misure con cui l’Europa può reagire. La prima è applicare dazi su altri prodotti americani, come ad esempio le moto Harley-Davidson, i jeans Levi’s o il whiskey Bourbon. Reazione che però farebbe scattare altro protezionismo americano. Trump ha fatto già sapere che in questo caso reagirebbe introducendo tariffe doganali nei confronti dell’auto europea. Si tratterebbe di un danno immediato, come quello generato dalle 5 milioni di tonnellate di acciaio che l’Europa esporta verso l’America e che verranno riversate sul mercato comunitario contribuendo a mettere sotto pressione prezzi e margini della nostra industria. Di queste, il 10% è italiano. Oltre il 20%, invece, è tedesco. Come Federacciai, abbiamo già scritto al ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, chiedendo che l’Ue non attivi una risposta di questo tipo, perché sarebbe un boomerang“.

Come può reagire ancora l’Europa?
“Può far scattare misure di salvaguardia che consistono in dazi proporzionali a quelli assunti o quote sempre nel settore della siderurgia. Quindi, dazi su merci americane e quote su siderurgie extraeuropee che potrebbero avere la tendenza a esportare in Europa ciò che non riescono più a piazzare negli Stati Uniti. Poi, ci sono le tariffe doganali da far attivare in sede Wto. Ma per decidere sulla plausibilità e sulla fondatezza della risibile misura americana, l’organizzazione mondiale del commercio può impiegarci un anno. Tempi che rischiano di provocare troppi danni alle aziende italiane”.

