di Luca Spoldi
e Andrea Deugeni
Il braccio di ferro tra Usa e Cina in materia di scambi commerciali è in atto da oltre un anno, ma rischia di avere conseguenze molto pesanti anche per l’Italia nei prossimi mesi, se non si arriverà ad un accordo che pure converrebbe davvero a tutti come dimostrano tutti i dati e le analisi di questi mesi. Trump, come aveva promesso in campagna elettorale, ha iniziato a imporre dazi su 250 miliardi di importazioni dalla Cina (in particolare di alluminio e acciaio) all’inizio del 2018, al fine di rendere i prodotti cinesi più costosi e quindi meno attrattivi per i consumatori statunitensi.

La Cina si è vendicata imponendo dazi su 110 miliardi di beni importati dagli Stati Uniti (ulteriori dazi su ulteriori 60 miliardi di importazioni scatteranno nelle prossime settimane). Nonostante molti pensino che le mosse di Trump stia danneggiando maggiormente gli esportatori cinesi rispetto a quelli statunitensi, gli analisti di Dws hanno già fatto notare che è successo esattamente il contrario, come mostrano da ultimo i dati di aprile secondo cui anno su anno le esportazioni cinesi sono calate del 13,1% e le importazioni del 25,7%, col risultato che il deficit commerciale Usa con la Cina è ulteriormente aumentato.
Rispetto poi ai livelli del quarto trimestre 2018, sempre a fine aprile, le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono diminuite del 3% mentre le importazioni cinesi di merci statunitensi sono calate del 15% ed in termini assoluti il calo delle importazioni cinesi dagli Usa ha superato di due volte quello delle esportazioni verso gli Usa.

Ciò nonostante i mercati continuano a temere che se Pechino non si piegherà alle richieste americane, visto anche l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2020 la guerra continuerà e potrà portare a ulteriori danni ad entrambe le parti e non solo. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha del resto rivisto al ribasso le stime sulla crescita globale nel 2019 proprio a causa delle tensioni commerciali, mentre nel primo trimestre gli scambi globali sono calati dell’1,8% rispetto allo stesso periodo 2018 (il dato peggiore dal maggio 2009).
Venerdì 17 maggio scadranno i 90 giorni che Trump aveva a disposizione per valutare, sulla base di un’analisi predisposta dal Dipartimento al Commercio se alzare i dazi sulle importazioni di auto europee, attualmente pari al 2,5%. L’analisi ha preso in considerazione l’ipotesi di dazi al 20% oppure al 25% ma in entrambi i casi per il settore automobilistico europeo e in particolare per i produttori tedeschi (visto che Fiat Chrysler Automobiles produce già negli Usa, mentre Renault e Peugeot sono assenti da tale mercato) sarebbero dolori.

Si tratta della stessa procedura seguita per imporre dazi a stelle e strisce sul acciaio e alluminio (lo scorso anno), con la differenza che l’export Ue di auto e componenti verso gli Usa vale circa 47 miliardi di euro, dieci volte il valore delle forniture di prodotti siderurgici. Tanto che Bruxelles ha già preparato la rappresaglia, pronta a scattare se davvero Washington andrà fino in fondo: la Commissione sta completan- do l’elenco dei prodotti americani da colpire e ne darà annuncio non appena arriverà l’ufficializzazione da parte della Casa Bianca delle nuove barriere sull’automotive comunitario.
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Che la situazione sulle quattroruote europee possa esplodere lo ha già capito il mercato che infatti negli ultimi 12 mesi ha già penalizzato i titoli più a rischio come Volkswagen (-11%), Daimler (-20%) e Bmw (-22,5%). Siccome però l’industria dell’auto è la più importante industria manifatturiera tedesca e dà lavoro anche a una nutrita serie di aziende metalmeccaniche italiane, in Borsa hanno sofferto anche titoli come Brembo (-15,7% nell’ultimo anno), Pirelli (-19,4%) e la stessa Fca (-33,2%), a cui faceva capo Magneti Marelli (ceduta in questi mesi alla giapponese Calsonic Kansei). Nonostante tutto, la speranza (non ancora del tutto tramontata) riguardo ad un possibile accordo in “zona cesarini” tra Usa e Cina, ma anche tra Usa e Ue (a sua volta dettasi pronta a ritorsioni se gli Stati Uniti introdurranno effettivamente i dazi) ha evitato guai peggiori, consentendo qualche recupero che un’eventuale definitiva rottura rischia di far svanire.

Da inizio anno Daimler ha recuperato il 17% e Volkswagen il 9,5% (ma Bmw segna un calo del 2%), con Brembo a +15,5%, mentre Fca e Pirelli oscillano attorno ai livelli di inizio gennaio. Nel caso italiano, poi, l’eventuale ulteriore frenata della Germania che già potrebbe subire gli effetti (tramite minor domanda estera) di un rallentamento dell’economia cinese e, di riflesso, dell’Italia rischierebbe di far svanire definitivamente la speranza di una pur flebile ripresina, con un Pil che a fine anno anziché recuperare uno 0,1% o uno 0,2% rispetto al 2018 potrebbe perdere altrettanto.
Anche per questo lo spread Btp-Bund, già risalito in area 2,75%-2,77%, potrebbe allargarsi ulteriormente facendo chiudere anzitempo quella “finestra” di due-tre mesi che anche l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, vede al momento come sfruttabile per imbastire una strategia che consolidi la fiducia verso il nostro paese e rimetta definitivamente in carreggiata l’Italia. E questo è un rischio che nessun investitore è pronto a sostenere e non “quattro fondi speculativi, ma grandi nomi della finanza che ci hanno prestato soldi e vogliono essere legittimamente sicuri che l’Italia possa restituirli”.
