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Economia
Dazn, confermato lo scoop di Affari: ecco perché il piatto piange
Diletta Leotta

Dazn in crisi

Prima dei podcast con Fabrizio Corona, prima delle anticipazioni uscite un po' dovunque, lo scorso 3 aprile Affaritaliani.it sganciava la bomba: Dazn è in crisi. E lo è non perché ci piaccia raccontare i misfatti delle aziende, ma perché i segnali c'erano, ed erano pure forti. L'aumento ulteriore dei prezzi degli abbonamenti, con il pacchetto "Plus" che sfiorerà i 600 euro, non basterà evidentemente a contenere due problemi sostanziali: un campionato poco appassionante - se si esclude quello del 2021-2022 vinto al fotofinish dal Milan - che ha quindi fatto perdere interesse tra gli amanti del pallone. Ma soprattutto il fallimento dell'accordo con Tim, che era il perno su cui si fondava l'offerta presentata da Dazn.

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L'idea era che i due player avrebbero dovuto trovare sinergie, aumentare le connessioni in fibra nelle case degli italiani e, contestualmente, rivendere i servizi agli utenti di Tim che avrebbero goduto di una tariffa agevolata. Niente di più sbagliato: per il triennio 2021-2024 Dazn ha messo sul piatto 840 milioni all'anno, mentre l'ex-Telecom gliene ha garantiti 340 a stagione. Dunque, calcolatrice alla mano, Dazn ha stanziato 1,5 miliardi per tre campionati. Questo ha portato inizialmente a una riduzione del passivo grazie all'incremento degli abbonamenti (che fruttano 2,2 miliardi a fronte di un rosso di 1,14 miliardi). Ma il rinnovo dell'esclusiva per la Serie A fino al 2029 rischia di essere la classica "goccia".

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Dazn, infatti, pagherà 700 milioni all'anno per le prossime cinque stagioni, ma da Tim (che deve aver capito l'errore esiziale commesso tre anni fa) otterrà "solo" 50 milioni per i prossimi cinque campionati, con un saldo negativo rispetto al precedente accordo, parametrato sul quinquennio, di 1,45 miliardi. Da qui il piano di esuberi già annunciato che non riguarderà solo i lavoratori "ordinari", ma anche le firme più prestigiose del giornalismo sportivo. Se è vero che resteranno Diletta Leotta e Pierluigi Pardo, infatti, si dovrà dare l'addio a Stefano Borghi e a Marco Cattaneo, due nomi di peso. E chissà se l'emittente voluta dal miliardario Leon Blavatnik potrà andare avanti come se nulla fosse. La certezza, però, è che fosche nubi si addensano all'orizzonte: il mondo della pay tv per gli eventi calcistici sembra entrato definitivamente in crisi.

Sky, infatti, già da tempo ha avviato un piano di ridimensionamento, costruendo le sue fortune soprattutto su altri sport (come la Formula 1, l'Nba e la Motogp), sapendo però che "cubano" molto meno del calcio. La stessa Champions rimane un evento capace di attirare molti curiosi ma che non "sfonda" più come un tempo. Ben diversa è la gestione dei grandi eventi oltreoceano: negli Stati Uniti il business è spettacolo e lo spettacolo è business. Per questo l'halftime show del Superbowl di football americano è diventato un appuntamento quasi più importante della partita stessa. Servono, in Italia, strutture ricettive, moderne, interessanti, polivalenti. Che riportino lo show sugli spalti e quindi anche in tv. Solo così si potrà costruire un sistema profittevole.






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