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Energia, Vitiello (MASE): “Hormuz? Uno squarcio del velo di Maya. Con il nucleare possiamo tornare a essere liberi”

Nucleare, crisi energetica e stretto di Hormuz: ne parliamo con Michele Vitiello, esperto al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e Segretario Generale World Energy Council – Italia

Energia, Vitiello (MASE): “Hormuz? Uno squarcio del velo di Maya. Con il nucleare possiamo tornare a essere liberi”

Nucleare, l’esperto del MASE Michele Vitiello: “Hormuz ha svelato la nostra debolezza. Ora la priorità è ridurre la dipendenza energetica”

Il nucleare torna al centro del dibattito energetico italiano. Dopo il via libera della Camera, il disegno di legge sul cosiddetto “nucleare sostenibile” prosegue il suo iter al Senato, segnando un possibile cambio di fase nella strategia energetica del Paese. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: creare oggi il quadro normativo necessario per consentire, entro il 2034, il ritorno alla produzione di energia nucleare, contribuendo alla decarbonizzazione e riducendo la dipendenza energetica dall’estero. Un obiettivo che, secondo Michele Vitiello – esperto al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e Segretario Generale del World Energy Council Italia – appare assolutamente realizzabile.

“Oggi il mondo corre molto più velocemente rispetto al passato e il Governo, insieme alla maggioranza, sta predisponendo un quadro regolatorio e normativo che possa essere pronto nel momento in cui le tecnologie raggiungeranno un livello di maturità tale da consentire l’accesso all’energia nucleare. Del resto, lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha più volte precisato che non si tratta di una prospettiva immediata. La soluzione è costruire un mix energetico che garantisca maggiore accesso all’energia, il più possibile decarbonizzata, riducendo l’impatto delle fonti fossili. Per questo dobbiamo puntare su tutte le soluzioni tecnologiche disponibili e continuare a investire in ricerca”, spiega Vitiello ad Affaritaliani.

La strategia, dunque, è quella di preparare il terreno dal punto di vista giuridico e normativo, in vista di un domani in cui saremo pronti a ospitare tecnologie avanzate, come quella degli Small Modular Reactor (SMR). “Ma – avverte Vitiello – se in futuro la ricerca scientifica dovesse individuare altre soluzioni in grado di garantire gli stessi risultati del nucleare, l’Italia potrà valutare diverse opzioni. Intanto, però, è importante prepararsi. La libertà di scelta ci permette di tornare allo stesso livello degli altri Paesi industrializzati che non hanno rinunciato al nucleare e che oggi risultano meno esposti alle crisi energetiche internazionali, come quella derivante dallo Stretto di Hormuz”. L’esperto sottolinea inoltre come l’uscita dal nucleare abbia spinto diversi Paesi a ricorrere a fonti più impattanti dal punto di vista ambientale: “L’Italia è ormai fuori dal carbone, ma continua a dipendere in misura importante dal gas. Per ridurre ed evitare questa volatilità, è necessario puntare in prospettiva su un mix energetico equilibrato, che combini fonti rinnovabili e nucleare. Nel frattempo utilizzando quello che abbiamo a disposizione”.

Lo stretto di Hormuz

Proprio la recente crisi legata allo Stretto di Hormuz ha riportato al centro il tema della sicurezza energetica. Spiega Vitiello: “Hormuz ha rappresentato uno squarcio del velo di Maya, mostrando con evidenza le nostre dipendenze e, quindi, le nostre debolezze. L’Europa e l’Italia sono territori poveri di fonti energetiche primarie e per questo hanno sempre dovuto fare affidamento sulle importazioni. Fino a pochi anni fa si pensava che l’acquisto di gas russo, allora la soluzione più efficiente ed economica, potesse contribuire a mantenere la pace. Si credeva, cioè, che il mercato fosse uno strumento sufficiente a garantire la stabilità. La Russia si è però dimostrata un partner inaffidabile“. Diverso il caso dell’acquisto di gas naturale liquefatto americano: “Gli Stati Uniti sono alleati storici dell’Europa e operano all’interno di sistemi democratici e di libero mercato. Al contrario, attori come Russia e Cina seguono modelli diversi di gestione. Dobbiamo evitare di sostituire una dipendenza con un’altra”, sottolinea l’esperto.

In questo scenario, la direzione da seguire resta quella della pluralità delle fonti: “Solo la diversificazione garantisce libertà e sicurezza. È necessario aumentare le installazioni di energia rinnovabile e ridurre progressivamente le fonti climalteranti. Tuttavia, serve anche una fonte stabile che oggi le rinnovabili, da sole, non riescono ancora a garantire. Il nucleare sostenibile rappresenta in prospettiva una soluzione meno impattante rispetto alle altre, ed è un investimento strategico sul futuro energetico europeo”, prosegue.

Il piano di investimenti

Sul piano industriale e scientifico, il piano prevede investimenti complessivi nell’ordine dei 60 milioni di euro nel triennio 2027-2029, destinati a ricerca, progettazione e formazione di nuove competenze. Università ed enti di ricerca saranno chiamati a colmare un vuoto tecnico significativo, riattivando una filiera nucleare di fatto scomparsa in Italia dopo i referendum del 1987 e del 2011. “I Paesi che riescono a integrare politiche energetiche, industriali e formative ottengono i risultati migliori. Senza questo collegamento è difficile costruire una strategia efficace. A questo proposito, la sfida riguarderà sia la formazione delle professionalità necessarie per realizzare le tecnologie della transizione energetica sia la diffusione di competenze tra i cittadini”, sottolinea Vitiello. E c’è poi il tema legato alla domanda di energia: “Una domanda intelligente, gestita anche grazie all’intelligenza artificiale e capace di adattarsi ai prezzi e alla disponibilità delle risorse, rende il sistema più efficiente”.

Sul tema pesa ancora l’eredità dei referendum che hanno portato all’uscita dell’Italia dall’energia atomica. “Entrambi i referendum si sono svolti in momenti storici caratterizzati da forte emotività e paura. Decisioni così importanti dovrebbero essere prese sulla base della razionalità scientifica e non esclusivamente sull’onda delle emozioni, che comunque vanno ascoltate e considerate. Ma è necessario avviare un dialogo con i cittadini, spiegare loro che le tecnologie di oggi sono profondamente diverse da quelle degli anni Ottanta: sono più sicure, meno impattanti e maggiormente compatibili con il territorio e con l’ambiente”, spiega l’esperto.

Per il futuro, inoltre, sarà necessario superare le contrapposizioni ideologiche. “Perché – conclude – “le fonti energetiche non hanno colore politico, sono asset strategici per il futuro del Paese. Ma la direzione intrapresa è quella giusta”.

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