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Economia
L'euro a due velocità non conviene. Così l'Italia rischia il crack

di Lorenzo Bini Smaghi

CHI E' BINI SMAGHI/ Lorenzo Bini Smaghi è un economista italiano, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea (Bce) dal giugno 2005 al 10 novembre 2011, nonché membro permanente del board della banca Morgan Stanley. Da gennaio 2012 è visiting scholar ad Harvard e Senior Fellow all'Istituto Affari Internazionali. Dall'ottobre 2012 è presidente di Snam. Il suo ultimo libro: “33 false verità sull'Europa” (Ed. Il Mulino)

Di fronte alle obiezioni che sono state fatte alla proposta di uscire dall'euro, da parte di un Paese, ha cominciato a circolare di recente l'idea di divedere l'euro in due, uno per i Paesi del Nord e uno per i Paesi del sud. L'idea sembra attraente, ma non è praticabile ne desiderabile. I cittadini dei Paesi che adotterebbero la moneta più debole - ad esempio quelli del Sud - avrebbero certamente interesse a ritirare i propri risparmi dalle banche dei rispettivi Paesi e spostarli verso quelli del Nord. Ciò provocherebbe il collasso del sistema bancario. Questo problema potrebbe essere contenuto se venissero imposti controlli sui movimenti di capitale, ma ciò metterebbe di fatto fine al mercato finanziario unico europeo. E' difficile immaginare che tali controlli possano avere il consenso di chi vede la possibilità che i propri risparmi vengano svalutati.

Al di là degli aspetti pratici, c'è da domandarsi a chi convenga una simile operazione. Innanzitutto, le due sotto-aree monetarie sono ancor meno integrate dell'euro nel suo insieme. I paesi del Sud, ad esempio, sono molto meno integrati tra di loro che ciascuno di essi nei confronti del Nord Europa. Sarebbe ancor più complicato definire una politica monetaria basata su una evoluzione media della nuova regione. Pensando ad esempio all'andamento delle varie economie nei primi anni dell'euro, la forte crescita di Paesi come la Spagna, la Grecia o l'Irlanda avrebbe richiesto una politica monetaria più restrittiva di quella adottata dalla Bce per l'insieme dell'area dell'euro, che avrebbe tuttavia danneggiato Paesi che sono cresciuti di meno in quel periodo, come l'Italia e il Portogallo.


L'integrazione dei sistemi economici e sociali non verrebbe necessariamente agevolata dalla divisione in due dell'euro, in particolare nell'area del Sud. Il peso relativo dell'Italia farebbe ricadere su di essa gran parte dell'onere dell'aggiustamento di eventuali divergenze e crisi. Ripercorrendo la crisi recente, gli aiuti richiesti dalla Grecia, dal Portogallo e anche dalla Spagna, oltre che di Cipro, avrebbero gravato principalmente sull'Italia, mettendo ancor più a repentaglio la solidità delle finanze pubbliche. In questa divisione geografica non è peraltro chiaro dove si collocherebbe la Francia. Per gli stessi motivi di cui sopra, non vorrebbe essere parte dell'area meridionale per il rischio di dover pagare un onere eccessivo, ne vorrebbe essere il Paese dell'area del Nord che subirebbe maggiormente gli effetti negativi di un euro più forte.

Al di là delle considerazioni teoriche sulla complementarietà o delle differenze tra le economie delle due parti, la divisione in due zone non sembra interessare gli altri Paesi del Sud. Il problema si è posto in varie occasioni, anche prima dell'unione monetaria, quando si doveva decidere il riallineamento delle monete nei confronti del marco tedesco, in particolare dopo l'unificazione tedesca. Anche se dal punto di vista teorico sarebbe stato desiderabile una rivalutazione della moneta tedesca, gli altri Paesi, a cominciare dall'Olanda ma anche la Francia e la Spagna, hanno rifiutato uno sganciamento del cambio nel timore di una perdita di credibilità della propria moneta.

Lo stesso problema si è posto al momento di decidere l'avvio dell'unione monetaria, nel 1998, quando il grado di convergenza raggiunto sembrava ancora non sufficientemente consolidato e si profilava la possibilità di ritardare l'entrata per alcuni Paesi. Il governo italiano approcciò in quella fase quello spagnolo, in occasione di un viaggio rimasto storico di Romano Prodi a Madrid, ma si sentì ribattere da José Maria Aznar che la Spagna aveva tutta l'intenzione di essere tra i primi Paesi ad aderire all'euro. Lo stesso comportamento ebbero altri Paesi, come il Portogallo. Anche quelli che inizialmente sono rimasti fuori, o sono entrati nell'Unione europea successivamente, non hanno rinunciato al percorso di avvicinamento alla moneta unica.

Ultimo tra questi paesi è la Lettonia, che ha adottato l'euro dopo un lungo periodo di tassi di cambio fisso con l'euro e nonostante la forte recessione registrata nel 2008-09, che ha fatto crollare il Pil di circa il 20%. Dopo il calo iniziale la ripresa è stata rapida e il reddito è previsto tornare sul livello pre-crisi alla fine del 2014. In sintesi, l'ipotesi di due euro è dunque campata in aria. E' il frutto dell'immaginazione di chi, soprattutto in Italia, crede che altri Paesi sarebbero disposti a staccarsi dalla moneta forte per legare il proprio destino ad economie strutturalmente più deboli.

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