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Economia
L’Europa tra Weimar e Keynes

Di Aurelio Matrone

Numerosi sono i dibattiti di questi giorni relativi al quesito se i vari stati europei debbano, o meno, perseguire una politica rigorista incentrata sul mantenimento degli obiettivi di risanamento del debito pubblico o sul superamento degli stessi a vantaggio di una politica espansiva, che induca, al pari degli Stati Uniti, ad uno stimolo alla crescita del prodotto interno lordo e dei consumi. Pochi però si spingono ad analizzare la questione superando il confronto tra i due approcci metodologici - rigore si, rigone no - ricercandone le ragioni nella situazione melmosa in cui versa la complessa struttura dell’architrave dell’Unione Europea.

Ad oggi, per quanto riguarda il progetto originario degli Stati Uniti d’Europa siamo di fronte ad una delle più imponenti opere incompiute mai messe in atto dalla politica dal dopoguerra in avanti. Pertanto, se diventa questo l’angolo di lettura dell’attuale incapacità a trovare una via di sbocco alla crisi che attanaglia il vecchio continente, allora non è solo la comparazione tra le due tesi, una di natura germanocentrica del rigore, e l’altra di espansione di ispirazione Keynesiana a doversi confrontare, ma quella di rimuovere, se ne esistono i presupposti, tutti gli ostacoli che precludono ad un ulteriore ed indispensabile stadio di integrazione comunitaria, che arrivi inevitabilmente ad erodere ulteriormente le sovranità nazionali, fino ad ottenere una vera entità politica ed economica unitaria.

Ad oggi tutto questo non è avvenuto, ed è probabilmente il vero e principale ostacolo alla ripresa europea. E come sempre le cose fatte a metà, sono spesso peggiori di quelle non fatte. Abbiamo comunitariamente subito la più profonda crisi dal ’29 ad oggi e non abbiamo ancora gli strumenti per uscirne, ossia una politica economica e monetaria unitaria. Ed i risultati straordinari ottenuti dagli Stati Uniti nel terzo trimestre di quest’anno, ne rappresentano l’evidenza empirica.

I principi ispiratori dell’Europa Unita nascevano con l’intento di promuovere il superamento dei nazionalismi, che avevano portato in poco più di due decenni a due sanguinose guerre mondiali. Ebbene, oggi l’incompletezza nell’attuazione di quel disegno, sembra aver posato nelle menti degli europei il germe del nuovo nazionalismo, questa volta di natura economica, più sottile ed insidioso la cui manifestazione semplicistica altro non è che la contrapposizione delle citate tesi quale volano dello sviluppo economico. Stiamo forse combattendo non più con le trincee o con gli eserciti, ma con il mantenimento di impegni di bilancio non sostenibili e regole scritte da alcuni, ma a vantaggio di pochi, la terza guerra, che abbiamo scoperto essere per ora, non mondiale, ma europea.

Ciò che sta avvenendo è palesemente contrario ai principi ispiratori dell’Europa Unita, ma ne utilizza forse gli strumenti. E questa Europa, che sono le nuove trincee, non era quella a cui i nostri padri si erano ispirati. Mentre si fatica trovare algoritmi che indichino al massimo una crescita dello “zerovirgola”, ci svegliamo una fredda mattina di dicembre e scopriamo che gli Stati Uniti hanno ripreso a crescere a tassi da miracolo economico italiano. Tutto questo mentre la finta l’Europa sgomita tra i tanti vicoli affollati delle politiche interne ai vari Stati membri. Intanto a livello nazionale, nel nostro piccolo, si fa a gara per demolire o demonizzare ogni riforma, non si intravedono segnali forti di reale attacco al debito pubblico pur in presenza di una ricchezza privata e di un patrimonio pubblico che non hanno eguali nel mondo occidentale, ci si limita a piccoli correttivi di riduzione della spesa pubblica, non si intravedono segnali di un piano massiccio di utilizzo dei fondi comunitari, ma soprattutto non si riesce ad essere i promotori di una vera spallata alla riforma delle istituzioni comunitarie. L’Italia torni ad essere leader, superando la contrapposizione tra rigore ed espansione per chiedere con forza una maggiore integrazione comunitaria, a costo di minacciarne l’uscita.

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