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Economia
Evasione, le “furbate” delle multinazionali e i paradisi fiscali nostrani

Fino ad ora si muovevano nel mondo grandi gruppi con molti lavoratori sottopagati e miliardi che, soprattutto, ogni anno, si vaporizzavano nel bel mezzo dell’Atlantico. Questi campioni dell’ingegneria fiscale, colossi come Apple, Google, Starbucks o Ikea ma anche giganti di altri settori come Starbucks o Ikea, sono riusciti a pagare sempre meno tasse.

Il mondo era stufo di vedere i vari Jeff Bezos, Zuckenberg e altri arricchirsi in modo sproporzionato mentre le loro aziende giocavano a nascondino con il fisco a livello globale.

Fortunatamente dal G20 le regole sembrano essere cambiate.

Sotto la spinta di Joe Biden le regole del gioco iniziano a cambiare: dopo quasi otto anni di trattative, finalmente è stato raggiunto un accordo internazionale per porre fine a queste pratiche.

L’ultimo G-20 ha infatti convalidato questo sabato l'accordo raggiunto in sede OCSE per fissare un'imposta minima sulle società alle multinazionali e stabilire un sistema per loro di pagare dove operano, anche se non hanno una presenza fisica.

Le multinazionali deviano ogni anno quasi il 40% dei loro profitti in territori a tassazione bassa o nulla attraverso una sofisticata ingegneria fiscale favorita da globalizzazione e digitalizzazione dell'economia.

Secondo i ricercatori delle università di Berkeley e Copenhagen nel 2017 il dirottamento su imposte evase è stato di quasi 600.000 milioni di euro.

I beneficiari di quasi tutti questi importi non sono i paradisi dei Caraibi ma i vicini europei, con Lussemburgo, Paesi Bassi e Irlanda in testa.

L'Irlanda, dopo la Grande Recessione, ha fatto registrare un tasso di crescita spettacolare di oltre il 25%. In grande parte dovuta all'enorme afflusso di investimenti esteri attratti dai vantaggi fiscali offerti dal Paese. L’aliquota del 12,5% insieme ad altre facilitazioni ha portato a un boom economico senza precedenti.

Una delle “furbate” più utilizzate dalle multinazionali straniere è stato il cosiddetto doppio schema irlandese. Google, ad esempio, negli ultimi anni ha trasferito miliardi alle Isole Bermuda, che non tassa i profitti aziendali.

E quale è stato il sistema usato? Attraverso una società locata a Dublino e un'altra nell'arcipelago dei Caraibi, con la quale l'Irlanda ha un accordo. La prima fattura tutto il reddito generato in altri mercati poiché le filiali locali sono considerate agenti di commissione. Successivamente, paga ingenti somme alla società con sede alle Bermuda per l'utilizzo dei diritti di proprietà intellettuale, tecnologie, brevetti, ecc.,che possiede.

Inoltre le cifre prezzi di questi diritti non sono pubbliche e il loro valore di mercato è praticamente impossibile da stabilire. Quanto vale il marchio Apple? E qual è il prezzo da pagare per utilizzare il nome McDonald's conosciuto a livello internazionale? Un vero punto di domanda.

Dublino ha accettato di eliminare il “doppio irlandese” nel 2015 sotto la pressione europea, ma ha permesso alle società di utilizzarlo fino al 2020.

Un’altra “furbata” è uno schema di triangolazione conosciuto come “sandwich olandese”.

L'Olanda offre grandi vantaggi fiscali ai big.

Il sistema “sandwich olandese” è spesso combinato con il “doppio irlandese”. Viene creata una terza società nei Paesi Bassi e un'altra in un territorio a bassa tassazione, come ad esempio le Antille olandesi. La società irlandese paga royalties alla società intermediaria olandese per i diritti d'uso del marchio, che sono esenti da imposte, che a sua volta li devia verso la giurisdizione fiscalmente più favorevole.

Un'altra via di fuga per le multinazionali è il tax ruling, accordi tra aziende e Stati che stabiliscono regimi fiscali “tailor made”, più vantaggiosi.

Il caso più eclatante è stato il leak noto come LuxLeaks: nel 2014 l'International Consortium of Investigative Journalists ha scoperto accordi segreti tra il governo lussemburghese e più di 340 multinazionali, siglati quando il Granducato era alla guida dell'ex presidente del Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

Tra le aziende coinvolte Ikea, Pepsi, Amazon, Apple e la banca HSBC, che pagavano in media, tra l'1% e il 2% di tasse.

Il ruling fiscale stabilisce in anticipo il trattamento fiscale che una società riceverà e non sono illegali purché non rappresentino un vantaggio competitivo che distorca la concorrenza. Il Tribunale dell'UE , ad esempio, ha costretto Fiat a restituire 20 milioni al Lussemburgo nel 2019, ritenendo che il regime speciale di cui aveva beneficiato supponesse un aiuto di Stato. Tuttavia, si è pronunciata nella direzione opposta nel caso di Starbucks, che aveva un accordo fiscale con i Paesi Bassi.

Cipro e Malta offrono pure loro generosi vantaggi fiscali. Malta ha in realtà un'imposta sulle società del 35%, molto più alta della media UE. Ma solo sulla carta, perché la tariffa è ridotta al minimo grazie a un generoso sistema di rimborsi.

Negli ultimi anni Cipro ha migliorato la sua trasparenza, ma non è uno dei paesi che hanno partecipato ai negoziati dell'OCSE, quindi non ha nemmeno siglato l'accordo.

Secondo il FMI, nei paradisi fiscali di tutto il mondo sono nascosti più di sei trilioni di euro, grazie a sistemi oscuri e regole fiscali quasi inesistenti.

Il Tax Justice Network (TJN) indipendente colloca le Isole Cayman, gli Stati Uniti e la Svizzera in cima alla lista del suo Financial Secrecy Index, una classifica che misura il grado di trasparenza finanziaria. Hong Kong appare al quarto posto, seguita da Singapore. Lussemburgo e Paesi Bassi sono al sesto e all'ottavo posto nella classifica di 133 paesi.

Ma non evadono solo le multinazionali ma anche i contribuenti più ricchi, che provocano circa 360.000 milioni di perdite dirette per le casse pubbliche nazionali. Circa 200.000 milioni sono dovuti alla diversione dei profitti dalle multinazionali; il resto all'occultamento delle fortune dei più ricchi.

Una storia sporca che sembra non finire mai.

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