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Ex Ilva, la notte della verità: Jindal ci riprova, la cordata italiana tentenna. Ecco chi gioca la partita del futuro di Taranto

A mezzanotte scade il bando internazionale per rilevare gli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi

Ex Ilva, la notte della verità: Jindal ci riprova, la cordata italiana tentenna. Ecco chi gioca la partita del futuro di Taranto

Ex Ilva, a mezzanotte scade la gara per l’acciaio italiano, ma il futuro resta un rebus

È arrivata la notte della verità per l’ex Ilva. A mezzanotte scade il termine per presentare le offerte della gara internazionale che dovrebbe individuare un nuovo proprietario per gli asset industriali del gruppo siderurgico, dagli stabilimenti di Taranto a quelli di Genova, Novi Ligure e Racconigi, oltre alle attività e alle società collegate. Ma dopo due anni di tentativi, rilanci, ritiri e trattative, la sensazione è che la partita sia ancora tutt’altro che chiusa. L’esito delle offerte, infatti, potrebbe conoscersi soltanto nella mattinata di domani.

Si tratta della terza gara in due anni. Dal primo bando lanciato nel luglio 2024 dai commissari dell’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia, Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli, sono cambiate le condizioni industriali, sono entrati e usciti diversi potenziali acquirenti e si sono accumulate difficoltà economiche, produttive e giudiziarie.

Il primo tentativo risale all’estate del 2024. Il 10 gennaio 2025, alla scadenza del bando, arrivarono dieci offerte: sette per singoli asset e tre per l’intero gruppo. Tra i pretendenti interessati a rilevare tutto il complesso industriale c’erano gli azeri di Baku Steel, insieme ad Azerbaijan Investment Company, gli americani di Bedrock Industries Management e gli indiani di Jindal Steel International.

Quella prima tornata non portò però a una soluzione. Il bando venne aggiornato e rilanciato nell’agosto 2025. Il 26 settembre dello stesso anno arrivarono nuovamente dieci offerte, ma con una diversa distribuzione: otto per singoli asset e soltanto due per l’intero gruppo. In campo c’erano ancora Bedrock e la cordata statunitense Flacks Group-Steel Business Europe. Jindal, invece, non compariva più.

Adesso si è arrivati al terzo appuntamento, con la scadenza inizialmente fissata al 15 ottobre e successivamente prorogata all’8 novembre. Il quadro è nuovamente cambiato: Bedrock è uscito dai radar, Flacks continua a essere presente almeno nelle dichiarazioni del gruppo, mentre Jindal è tornato sulla scena e dovrebbe presentare una nuova offerta.

Jindal torna alla carica

La posizione del gruppo indiano è una delle più importanti da osservare. Jindal aveva già manifestato interesse per l’ex Ilva, salvo poi allontanarsi dall’operazione e guardare alla tedesca ThyssenKrupp, senza arrivare a una conclusione. Ora è tornato in gioco, ma deve fare i conti con uno scenario industriale profondamente diverso.

Il nodo principale è lo spegnimento dell’area a caldo di Taranto, conseguenza del provvedimento dei giudici di Milano, successivamente confermato dalla Corte di Cassazione. Nella nuova configurazione, secondo le ipotesi legate al progetto industriale di Jindal, potrebbe funzionare soltanto l’area a freddo, con l’approvvigionamento di bramme dall’estero, in particolare dall’Oman.

Già nella precedente proposta il gruppo aveva contemplato l’importazione di semilavorati. Il progetto prevedeva inoltre la costruzione di un forno elettrico da due milioni di tonnellate, affiancato dall’importazione di quattro milioni di tonnellate di bramme. In questo modo si sarebbe raggiunta la soglia complessiva di sei milioni di tonnellate autorizzata dall’Aia per il sito di Taranto.

La cordata italiana di Federacciai rischia il passo indietro

Il vero punto interrogativo riguarda gli imprenditori italiani. A metà agosto Federacciai, guidata da Antonio Gozzi, aveva manifestato interesse per l’operazione, coinvolgendo nomi importanti della siderurgia nazionale: Marcegaglia, Arvedi, Duferco, Acciaierie Venete, Feralpi e Anghileri, tra gli altri. La cordata ha avuto accesso alla data room di Acciaierie d’Italia, ha esaminato i dati economici e societari e ha visitato gli stabilimenti di Taranto e Genova. Un percorso di approfondimento che, tuttavia, avrebbe fatto emergere numerose riserve sulla sostenibilità dell’investimento. I costi dell’operazione, le perdite previste nella fase di avvio e le difficoltà di rilancio degli impianti avrebbero progressivamente raffreddato l’interesse degli industriali. Il rischio di un disimpegno è diventato concreto, anche se Gozzi ha precisato che Federacciai non ha comunicato ufficialmente alcuna decisione in questo senso.

Un ulteriore elemento di interesse riguarda proprio Arvedi. Il gruppo cremonese, già protagonista nel settore siderurgico con gli stabilimenti di Cremona e Terni, è uno dei nomi più importanti tra quelli coinvolti nella cordata. In passato aveva già tentato di entrare nell’ex Ilva attraverso Acciaitalia, nel 2016-2017, insieme a Jindal e Cassa Depositi e Prestiti, senza riuscire a prevalere su ArcelorMittal.

La possibilità che Arvedi possa valutare un percorso autonomo, eventualmente attraverso una trattativa diretta con il Governo, resta un’ipotesi da verificare. Un eventuale ingresso, sommato agli impianti già gestiti dal gruppo, potrebbe inoltre richiedere approfondimenti sul fronte della concorrenza da parte dell’Antitrust.

Flacks chiede un miliardo, gli altri si sfilano

Tra i nomi rimasti sullo sfondo c’è Flacks Group, fondo statunitense che ha manifestato interesse per l’acquisizione dell’intero gruppo insieme a Steel Business Europe. La sua posizione appare però particolarmente complicata. Il fondo avrebbe chiesto al Governo un prestito di almeno un miliardo di euro, una richiesta che si inserisce in un confronto già delicato sulle garanzie finanziarie necessarie per sostenere l’operazione. Nei mesi scorsi, infatti, erano stati i commissari a chiedere a Flacks di mettere sul tavolo garanzie concrete. Secondo gli osservatori, le possibilità che il gruppo americano riesca a concretizzare l’acquisizione sarebbero limitate.

Fuori dalla partita anche la ceca Ce Industries, che pure ad agosto aveva presentato una manifestazione di interesse. E resta ormai lontana anche la candidatura degli azeri di Baku Steel, che nella prima gara erano stati considerati tra i principali favoriti, prima di rinunciare all’operazione. A pesare sulla loro decisione era stata soprattutto la forte opposizione incontrata al progetto di portare a Taranto una nave rigassificatrice destinata ad alimentare anche i futuri forni elettrici.

Adesso la scadenza è arrivata. Entro la mezzanotte dovranno essere presentate le offerte e nelle prossime ore si capirà quali soggetti abbiano davvero deciso di scommettere sull’ex Ilva. Per Taranto, per i lavoratori e per l’intero comparto siderurgico nazionale, la vera partita comincerà soltanto dopo.

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