Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti
Editore Marcello Antelmi

Home » Economia » Ex Ilva, la vendita infinita: da Flacks alla frenata degli italiani, tutte le trattative e gli scenari

Ex Ilva, la vendita infinita: da Flacks alla frenata degli italiani, tutte le trattative e gli scenari

Gli scenari sul tavolo sono tre. Come finirà l’Odissea dell’Ex Ilva?

Ex Ilva, la vendita infinita: da Flacks alla frenata degli italiani, tutte le trattative e gli scenari
Ex Ilva Arcelor Mittal

Ex Ilva, la vendita infinita

A cinque giorni dalla scadenza per le offerte vincolanti, fissata alla mezzanotte di domenica 8 novembre, la vendita dell’ex Ilva rischia di ridursi a un solo nome. La cordata dei siderurgici italiani guidata da Federacciai è a un passo dal ritiro. In campo resta di fatto il gruppo indiano Jindal, che però non ha ancora formalizzato un’offerta.

Il passo indietro degli industriali arriva nella settimana in cui a Taranto è cominciato lo spegnimento degli altiforni, dopo che la Cassazione ha confermato lo stop dell’area a caldo. A dieci mesi dall’avvio della trattativa esclusiva con il fondo americano Flacks, il governo resta senza la soluzione nazionale su cui puntava. E con circa 9mila dipendenti diretti e 1.600 lavoratori dell’indotto che rischiano il posto.

La cordata italiana si ferma alla due diligence

La svolta è maturata nella riunione di lunedì 2 novembre. Secondo quanto trapela, i 15 membri della cordata hanno deciso di non presentare un’offerta vincolante, e nessuno è pronto a proseguire da solo. Anche Arvedi si sarebbe sfilato, senza intenzione di ripresentarsi.

A pesare sono stati due mesi di verifiche. Gli acciaieri hanno avuto accesso alla data room di Acciaierie d’Italia, hanno studiato i conti e visitato gli impianti di Taranto, Genova e Novi Ligure, con il supporto di legali e di Boston Consulting per il piano industriale. Dalle carte sarebbero emersi problemi tali da rendere l’operazione non sostenibile.

Il perimetro era già ridotto. La manifestazione d’interesse presentata a metà agosto riguardava Genova, Novi Ligure, Racconigi e l’area a freddo di Taranto, escludendo altiforni e acciaierie. Proprio su richiesta di Federacciai la scadenza della gara era slittata dal 15 ottobre all’8 novembre.

Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, però, frena. Oggi a Roma, a margine di un evento di Ansaldo Energia, ha detto che «la decisione non è ancora presa» e che sarà comunicata ufficialmente, ricordando che c’è tempo fino a domenica. Secondo indiscrezioni, la cordata si è presa 24-48 ore prima di formalizzare l’uscita.

Jindal, l’ultimo in corsa

Con l’uscita degli italiani, l’unico interlocutore concreto dei commissari resta Jindal Steel International. È il gruppo di Naveen Jindal, da non confondere con Jsw del fratello Sajjan, già presente in Italia a Piombino.

Gli indiani girano intorno a Taranto da anni. Nel 2017 guidavano la cordata Acciaitalia battuta da ArcelorMittal, e nel gennaio 2025 erano tra i tre offerenti per l’intero gruppo. Il 21 marzo 2026 hanno depositato un’offerta vincolante: un forno elettrico da 2 milioni di tonnellate, l’uscita dal ciclo integrale entro il 2030, 3.600 dipendenti e l’area a caldo lasciata allo Stato.

Dopo la sentenza di Milano sono tornati con una proposta riformulata, dicendosi pronti a rilevare sia la laminazione sia gli impianti a caldo. Con lo spegnimento degli altiforni, la seconda parte dell’offerta perde di senso.

Il progetto attribuito oggi a Jindal è una mini-Ilva senza ciclo integrale, centrata sulla laminazione, con 3-4mila addetti al massimo: meno della metà degli attuali novemila. Nella nuova gara, però, l’offerta vincolante non è ancora arrivata. Le carte si vedranno solo allo scadere dell’8 novembre.

Dieci mesi di trattative, un pretendente dopo l’altro

In meno di un anno la vendita ha cambiato più volte interlocutore, mentre le sentenze ridisegnavano ciò che c’era da vendere. Tutto parte l’11 dicembre 2025, quando il fondo di Miami Flacks deposita la sua offerta: asset a 1 euro, 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti e lo Stato al 40%. Il 30 dicembre i commissari gli concedono la trattativa esclusiva, con l’obiettivo di chiudere entro aprile.

Il 2026 si apre invece con un incidente mortale a Taranto, uno sciopero di 24 ore e due offerte, quella di Flacks e quella di Bedrock, ancora senza firma. Il 26 febbraio il Tribunale di Milano ordina di fermare l’area a caldo dal 24 agosto, salvo adeguamenti. A metà marzo sul tavolo ci sono le proposte di Flacks e Jindal, con la chiusura attesa entro fine aprile.

Il 21 marzo arriva l’offerta vincolante di Jindal. Negli stessi giorni i commissari chiedono a Flacks garanzie bancarie pluriennali, che il fondo giudica irricevibili. Il termine di aprile passa senza decisione e a maggio il ministro Urso rimette l’ultima parola a Palazzo Chigi.

Flacks prova allora a rafforzarsi e a giugno lavora a una cordata con Danieli e Metinvest. Ma il 27 luglio la Corte d’Appello di Milano impone di fermare l’area a caldo entro 90 giorni, e il piano del fondo, costruito sulla continuità dei forni, perde terreno. Flacks si defila, senza aver mai convinto i commissari sulla solidità finanziaria.

Il vuoto prova a riempirlo l’industria italiana. A metà agosto Federacciai e 14 imprese presentano una manifestazione d’interesse che esclude l’area a caldo, e a inizio ottobre ottengono che la scadenza slitti dal 15 ottobre all’8 novembre. Il 29 ottobre la Cassazione rende definitivo lo stop agli altiforni, e pochi giorni dopo la cordata si avvia al ritiro.

Taranto senza altiforni

A cambiare le regole della gara sono stati i giudici. Il 27 luglio la Corte d’Appello di Milano, accogliendo in parte il reclamo di undici cittadini dell’associazione Genitori Tarantini, ha ordinato di fermare l’area a caldo entro 90 giorni. Le ragioni: l’amianto negli impianti e le polveri sottili, con la ripartenza subordinata alla bonifica integrale.

Il 29 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione hanno respinto i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia. Per la Corte, amianto e polveri sono motivi autonomi, ciascuno sufficiente a giustificare lo stop. Palazzo Chigi ha fatto sapere che il governo non può che prendere atto di una decisione che si discosta dalle conclusioni della Procura generale.

Stamattina è cominciato lo spegnimento. Una ditta esterna sta disattivando i bruciatori che tenevano in preriscaldo gli altiforni, e le operazioni dovrebbero chiudersi entro la settimana. Dei quattro altiforni, solo uno era ancora acceso, in riscaldo dall’8 ottobre.

Resta in piedi solo la laminazione, che lavorerà acciaio comprato fuori. Il treno nastri di Taranto ripartirà il 10 novembre con bramme esterne, marcerà fino al 14 dicembre e poi di nuovo per circa un mese da gennaio. Per Genova e Novi Ligure il governo punta a importare rotoli d’acciaio, con le prime consegne attese a gennaio.

Cassa integrazione per nove lavoratori su dieci

Il 17 ottobre Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per un massimo di 8.622 dipendenti su 9.626. A Taranto riguarda quasi settemila persone; ne resterebbe in servizio circa un migliaio, soprattutto per sicurezza e vigilanza. L’esame congiunto con i sindacati è fissato al ministero del Lavoro venerdì 6 novembre alle 10.30.

Il decreto-legge approvato a metà ottobre stanzia 187 milioni. Porta l’integrazione salariale al 70% per tutti i dipendenti e copre 4.200 lavoratori dell’indotto, purché le loro aziende abbiano realizzato almeno metà del fatturato con Acciaierie d’Italia. Prevede anche programmi di ricollocamento, lavori di pubblica utilità e incentivi fino a 20mila euro per ogni assunzione a tempo indeterminato.

Al tavolo di Palazzo Chigi del 27 ottobre governo e sindacati hanno condiviso un verbale che apre a una presenza pubblica per dare prospettive a tutti gli stabilimenti, con un nuovo incontro entro metà novembre. L’esecutivo ha chiesto un contributo a Leonardo, Fincantieri, Ferrovie dello Stato e Rheinmetall, che, in base alla loro risposta, riceveranno dai commissari i profili dei dipendenti per valutare progetti di riassorbimento.

Le richieste del territorio vanno oltre. Il presidente della Puglia Antonio Decaro chiede un fondo statale per formare e ricollocare circa 20mila lavoratori tra diretti e indotto, e il blocco dei licenziamenti nell’indotto fino al 30 giugno 2027.

Cosa succede dopo l’8 novembre, gli scenari

La partita si decide in tre passaggi ravvicinati: il tavolo sulla cassa integrazione di venerdì 6, la chiusura delle offerte alla mezzanotte di domenica 8 e il nuovo incontro a Palazzo Chigi atteso entro metà mese. Gli scenari sul tavolo sono tre.

  1. Arriva l’offerta di Jindal. Sarebbe l’unica in gara e partirebbe da una mini-Ilva di sola laminazione, con meno della metà dell’organico attuale. Il nodo per governo e sindacati sarebbe il destino degli altri 5-6mila dipendenti.
  2. Non arriva nessuna offerta. L’ex Ilva resterebbe in amministrazione straordinaria, senza un acquirente all’orizzonte. Tornerebbe d’attualità la vendita dei singoli asset, lo «spezzatino» che il governo ha sempre cercato di evitare.
  3. Lo Stato entra in prima persona. È la presenza pubblica evocata nel verbale del 27 ottobre, con il coinvolgimento delle grandi partecipate. Resta da capire se da sola o accanto a un privato.

Affari Alert

Aggiornamenti e contenuti editoriali dedicati, via email.

0,99€ fino al 31 Dicembre 2026

Dal 1 Gennaio 2027: 0,99€/mese o 9,99€/anno