La questione ex Ilva è entrata in una fase nuova. La Corte d’Appello di Milano ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento che impone il blocco dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, da completare entro la fine di ottobre. Nelle motivazioni i giudici sono netti: nel bilanciamento tra attività d’impresa e tutela dei cittadini «non può che prevalere» il diritto alla salute. La questione assai delicata, ripropone uno schema già visto per esempio durante la pandemia di Covid dove in nome del diritto alla salute si adottarono limitazioni alle libertà individuali e a quelle economiche. Ma c’è anche un caso giuridico che va in contrasto con quanto stabilito dalla Corte di Appello di Milano e che riguarda una sentenza della Corte costituzionale proprio all’Ex Ilva.
La Consulta, nella sentenza n.85 del 2013, afferma che «tutti i diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione si trovano in rapporto di integrazione reciproca» e che non è possibile individuare uno di essi come titolare di una «prevalenza assoluta» sugli altri. Una decisione insomma quella della Corte di Appello di Milano che nessuna politica industriale può ignorare. Ma che contemporaneamente apre un problema enorme: come si tutela la salute senza trasformare la de carbonizzazione nella progressiva scomparsa della siderurgia italiana? È questa la vera questione. L’ex Ilva non è una fabbrica qualsiasi. Il polo occupa direttamente circa 8 mila lavoratori a Taranto, ai quali si aggiungono migliaia di addetti dell’indotto, ed è l’unico grande stabilimento italiano a ciclo integrale.
La sua produzione alimenta filiere che vanno dall’automotive alle costruzioni. È assolutamente ingeneroso e intellettualmente attribuire al governo Meloni la responsabilità di una crisi che attraversa la politica italiana da quasi quindici anni. Taranto è stata sequestrata dalla magistratura nel 2012. Da allora si sono succeduti governi di ogni colore, commissariamenti, decreti, cambi di proprietà, interventi pubblici e miliardi impiegati per tenere in vita gli impianti. Il problema fondamentale è rimasto sostanzialmente lo stesso: conciliare salute, ambiente, occupazione e produzione senza rinunciare alla più importante acciaieria del Paese. Una critica durissima alla gestione politica è arrivata recentemente anche da don Antonio Panico, docente di Sociologia generale alla Lumsa di Taranto, che non attribuisce la responsabilità al solo esecutivo attuale: «Tutti i governi che si sono succeduti hanno rinviato le decisioni senza costruire un’alternativa credibile».
Secondo Panico, per oltre quattordici anni sono stati approvati soprattutto provvedimenti “salva Ilva”, senza realizzare un vero progetto di riconversione di Taranto. È questa scomodissima eredità che oggi Giorgia Meloni e Adolfo Urso si trovano a gestire, con un’aggravante: il tempo delle soluzioni provvisorie sembra essere terminato. La linea scelta dal governo è certamente complessa, ma ha una sua logica industriale: mantenere la produzione siderurgica a Taranto sostituendo progressivamente il ciclo a carbone con forni elettrici e DRI, il ferro preridotto. La de carbonizzazione è stata resa obbligatoria nella procedura di vendita e il progetto può prevedere fino a tre forni elettrici, con il possibile sostegno della società pubblica DRI d’Italia. Urso ha sintetizzato così l’obiettivo: «È possibile coniugare ambiente e impresa, salute e lavoro». Una presa di coscienza e un chiaro segnale a quanti in questi anni di politiche sbagliate e passive. Taranto diventa probabilmente il primo grande stress test della politica industriale del governo Meloni.
Proprio mentre l’Istat registra i primi segnali di stabilizzazione della produzione industriale dopo una lunga fase difficile, l’Italia deve decidere se considera ancora la manifattura pesante un elemento della propria autonomia strategica. Non si tratta allora di far prevalere il lavoro e l’industria sopra la salute pubblica, come la dissennata gestione dei Riva ha fatto per troppi anni, si trova di trovare quel giusto compromesso che tuteli ambedue le esigenze. Il vero problema è ora quello di trovare chi sia disposto a investire capitali enormi in un’azienda appesantita da problemi ambientali, giudiziari, finanziari e occupazionali. Il fatto che le opposizioni utilizzino anche questo fatto come strumento per portare avanti la loro battaglia contro il governo, evidenzia una ingiustificata immaturità mancanza di visione di certa politica nostrana.
Anche perché al di là delle solite Cassandre, qualche segnale esiste. Urso ha confermato l’interesse di una cordata italiana alla quale hanno aderito 14 importanti aziende siderurgiche, mentre resta in campo anche l’interesse di Jindal. Il ministro auspica che la manifestazione della cordata italiana si trasformi in un’offerta vincolante da confrontare con le altre proposte. a questione non è soltanto salvare una fabbrica. L’economista Giorgio Arfaras ha letto l’interesse dei siderurgici italiani anche come una scelta di autonomia strategica: controllare una parte della produzione nazionale significa ridurre il rischio di dipendere dall’estero per forniture fondamentali alla manifattura italiana. Lo stesso Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha posto il problema in termini molto chiari: nel breve periodo è possibile acquistare bramme (semilavorati siderurgici) dall’estero, ma «in una prospettiva di autonomia strategica e sostenibilità economica non si può dipendere al 100% da acciaio importato da Paesi terzi». Da qui la necessità, secondo Gozzi, di costruire nuovi forni elettrici. Non basta più quindi finanziare la cassa integrazione, ci vuole finalmente una vera politica industriale che possa superare l’impasse e scongiurare un fallimento. Non basta nemmeno trovare solo un acquirente. Occorre partire con la riconversione sostenibile della fabbrica, come va dicendo da mesi anche il ministro Adolfo Urso.
Fabio Paolillo di Confartigianato Taranto ha posto proprio queste domande: «Si parla ancora di forni elettrici e DRI, ma chi investirà e quando partiranno i cantieri?». E ha avvertito che gli ammortizzatori sociali possono accompagnare la transizione, ma «non possono diventare la prospettiva di Taranto». C’è poi un secondo elemento che il governo sembra avere finalmente messo sul tavolo: Taranto non può continuare a dipendere quasi esclusivamente dall’acciaieria. Al Tavolo Taranto presieduto da Urso sono stati presentati 17 progetti industriali per oltre 2 miliardi di euro di investimenti, distribuiti in almeno otto settori. È il tentativo di costruire attorno alla trasformazione dell’ex Ilva una più ampia diversificazione economica e occupazionale. Su questo insiste anche Carlo Cottarelli, secondo il quale Taranto deve progressivamente «sganciare la propria vita futura dalla questione dell’ex Ilva».
Non significa abbandonare l’acciaio, ma evitare che il destino di un’intera città continui a coincidere con quello di un’unica fabbrica. Cottarelli individua inoltre nella burocrazia e nella difficoltà di utilizzare efficacemente gli strumenti pubblici di finanziamento uno dei principali ostacoli alla nascita di nuove attività produttive. È probabilmente questa la strada più realistica: salvare e riconvertire il polo siderurgico e contemporaneamente costruire un’economia tarantina meno dipendente da esso. La transizione ecologica non può e non deve, come nel caso dell’automotive europeo, rischiare di trasformarsi in deindustrializzazione. Taranto può rappresentare un punto di svolta in questo senso ed un esempio per un’Europa che sta ancora cercando di riprendersi da alcune politiche green dissennate ed illogiche.


