Ferrarese, dopo i Giochi c’è l’Ilva?
Finiscono i Giochi del Mediterraneo e Massimo Ferrarese lascia Taranto per occuparsi dell’Ilva? La domanda, per ora, deve necessariamente restare tale. Ma negli ambienti politici e istituzionali pugliesi circola con una certa insistenza un’indiscrezione: conclusa la manifestazione sportiva, per il commissario straordinario potrebbe aprirsi una nuova missione, questa volta sul dossier più difficile e politicamente esplosivo della città.
Nessuna nomina risulta al momento formalizzata e, dunque, sarebbe sbagliato presentare come una decisione ciò che oggi appare soltanto come un’ipotesi. Ma l’eventualità pone una questione interessante. Ferrarese considera davvero esaurito il proprio compito con la conclusione dei Giochi? E, soprattutto, la conclusione dell’evento coincide necessariamente con la conclusione della missione commissariale? Sono due cose che potrebbero non essere esattamente la stessa cosa.
Il mandato affidato nel 2023 a Ferrarese riguarda infatti la realizzazione degli interventi necessari allo svolgimento dei XX Giochi del Mediterraneo. In questi anni il commissario ha rivendicato più volte la grande accelerazione impressa alle opere: decine di impianti distribuiti sul territorio, cantieri aperti in tempi strettissimi e una corsa contro il calendario che ha consentito alla manifestazione di partire.
Un risultato che nessuno può seriamente negare. Ma proprio la velocità con cui si è dovuto procedere apre adesso la seconda metà della questione: non più riuscire a disputare i Giochi, ma capire in quali condizioni le opere resteranno ai territori dopo che gli atleti saranno andati via. Ed è qui che emerge il tema più delicato.
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Secondo quanto risulta ad Affaritaliani, per alcuni impianti l’iter tecnico-amministrativo potrebbe non essere completamente esaurito alla chiusura dei Giochi. In particolare, ci sarebbero strutture per le quali resterebbero da completare collaudi, verifiche o altri passaggi necessari prima della definitiva consegna agli enti destinatari.
Se così fosse, naturalmente, non significherebbe che gli impianti siano insicuri o inutilizzabili. Sarebbe scorretto sostenerlo. Significherebbe però qualcosa di diverso e politicamente non irrilevante: la possibilità che la fine della competizione sportiva non coincida con la fine del lavoro necessario a trasformare i cantieri dei Giochi in patrimonio definitivamente consegnato alle città.
Del resto, sul punto era stato lo stesso Ferrarese a usare parole molto nette. Alla vigilia della manifestazione aveva assicurato che la struttura commissariale non avrebbe rilasciato alcun collaudo finché gli interventi non fossero stati eseguiti a perfetta regola d’arte e nel rispetto delle prescrizioni tecniche. Una posizione rigorosa e condivisibile. Che però rende ancora più importante una domanda: se alla chiusura dei Giochi alcuni di quegli iter non fossero terminati, chi dovrà portarli a compimento?
Perché un conto è inaugurare un impianto e utilizzarlo per una competizione internazionale; un altro è chiudere definitivamente lavori, verifiche, collaudi e trasferimenti patrimoniali, consegnando alle amministrazioni strutture delle quali dovranno poi sostenere gestione e manutenzione.
E allora il punto diventa anche istituzionale. Se Ferrarese ritenesse concluso il proprio mandato con l’ultima medaglia assegnata, che cosa accadrebbe alle eventuali attività ancora pendenti? Resterebbero alla struttura commissariale? Verrebbero affidate ai Comuni? Servirebbe una proroga? Oppure esiste già un percorso amministrativo capace di accompagnare ogni singola opera fino alla sua definitiva consegna? Sono interrogativi ai quali sarebbe utile dare una risposta prima, non dopo.
Anche perché sullo sfondo c’è l’altra indiscrezione, quella politicamente più suggestiva. Il futuro di Ferrarese potrebbe essere ancora a Taranto, ma dall’altra parte della città: all’ex Ilva. Il profilo, almeno sulla carta, potrebbe avere una logica. Ferrarese è stato chiamato dal governo nel 2023 per prendere in mano una macchina che procedeva con enorme difficoltà e portarla all’appuntamento del 2026.
Ha costruito attorno a sé un’immagine da commissario operativo, poco incline ai tempi ordinari della pubblica amministrazione e molto orientato al risultato. Esattamente il tipo di profilo che, in teoria, potrebbe risultare appetibile quando Palazzo Chigi deve affrontare un dossier straordinario. Ma l’Ilva non è uno stadio e non è una piscina olimpica.
È una delle crisi industriali, ambientali e sociali più complesse d’Europa. Dentro ci sono produzione siderurgica, occupazione, salute, decarbonizzazione, miliardi di investimenti, rapporti con Bruxelles, sindacati e soprattutto una città che da decenni vive un rapporto drammatico con la grande fabbrica.
Per questo, qualora l’ipotesi Ferrarese dovesse davvero prendere corpo, sarebbe una scelta politica di enorme peso e non semplicemente il trasferimento di un commissario da un incarico all’altro. Ma proprio per questo sarebbe curioso se il passaggio avvenisse prima di avere messo formalmente l’ultimo punto alla vicenda precedente.
Ferrarese può certamente rivendicare di avere portato i Giochi al traguardo quando in pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di rispettare tempi così compressi. Il successo dell’evento rappresenta inevitabilmente anche un suo successo personale e istituzionale. La vera eredità dei Giochi, tuttavia, si misurerà probabilmente dal 4 settembre, non dal 21 agosto. Quando le telecamere internazionali si spegneranno, gli atleti torneranno a casa e rimarranno gli impianti.
È allora che bisognerà capire quanti saranno definitivamente collaudati, quanti potranno essere immediatamente consegnati alle amministrazioni, quanti richiederanno ulteriori interventi e soprattutto chi avrà la responsabilità di accompagnarli fino alla conclusione dell’iter. Dopodiché Ferrarese potrà eventualmente affrontare un’altra sfida. Magari proprio quella dell’Ilva. Ma prima di cambiare commissariamento, sarebbe utile sapere se quello dei Giochi sia davvero finito.


