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Economia

 

 

enrico letta 500

Guai a disturbare il manovratore o peggio che mai a farlo cadere ha già avvertito il premier Enrico Letta, perché se si vuole sperare che i timidi segnali di ripresa visti in queste ultime settimane, che assieme ad uno spread tornato sui minimi degli ultimi due anni e a tassi in ulteriore lieve calo sulle nuove emissioni di titoli di stato potrebbero tradursi in una tenuta dei conti pubblici migliore delle attese, possano essere “spesi” per rinviare ulteriormente il previsto aumento dell’Iva ordinaria di un punto percentuale (dal 21% al 22%) o per rimodulare l’Imu, piuttosto che per cercare di iniziare a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro evitando il rischio, più che concreto, di una ripresina anemica che non riesce a riassorbire la disoccupazione, è necessario un governo nel pieno delle sue funzioni.

 

Tutto vero, ma non solo: chi volesse andare ad elezioni anticipate a fine anno o agli inizi del 2014 di fatto rischierebbe di diventare complice del sempre possibile “double dip” dell’economia italiana che rischia di ricadere in depressione se non ci sarà un’interpretazione “non dannosa” degli impegni presi in ambito europeo prima dal Governo Berlusconi e poi dal Governo Monti (che come l’attuale esecutivo si basava sul sostegno, sia pure “dialettico” di Pd e Pdl oltre che di quelle forze centriste poi confluite in Scelta Civica), in primis il “fiscal compact”. Come noto il problema italiano è legato all’eccessivo indebitamento: degli oltre 2 mila miliardi di euro di debito pubblico quasi 1.700 sono rappresentati da titoli di stato, sui quali il Tesoro paga un interesse che, per quanto in calo, resta ampiamente superiore alla crescita finora prevedibile. Se anche dall’attuale -2% annuo si passasse ad una variazione del Pil di pari ampiezza ma di segno opposto (cosa che attualmente nessuno si azzarda a prevedere né per il 2014 né per il 2015), un costo del debito attorno al 4-4,5% come ora significherebbe la necessità di tagliare la spesa di almeno un paio di punti all’anno solo per cercare di conseguire un pareggio di bilancio.

Ma il fiscal compact impegna ad uno sforzo ben superiore: dovendosi ridurre dal 120% abbondante al 60% il rapporto debito/Pil entro il 2030, si dovrebbe in teoria mantenere un avanzo primario del 5% l’anno secondo quanto ha stimato la Commissione Ue alla fine dello scorso anno. Letta sembra tentato dal riprendere la “stagione delle privatizzazioni” come strada maestra per riuscirvi senza aumentare ulteriormente un carico fiscale che già ora scoraggia ogni nuovo tentativo di impresa (almeno per chi gioca secondo le regole, senza fare ricorso a lavoro nero o a forme di evasione fiscale e previdenziale). In realtà, stante i mercati attuali, caratterizzati dalla richiesta di nuovi capitali da parte sia delle banche, impegnate a rafforzare i propri ratios patrimoniali, sia delle imprese, alla ricerca di nuove fonti di credito con cui sostituire il diminuito credito bancario, non è un caso che nessuno stato stia in questo momento varando privatizzazioni significative, perché per riuscire a raccogliere capitali sarebbe necessario offrire sconti più che generosi. Se poi a finire sul mercato, a prezzi da saldo, fossero solo le residue partecipazioni in società come Eni o Enel, dimostratesi in grado in questi anni di remunerare il capitale con dividendi pari mediamente al 6%-6,5% annuo, alla beffa di valutazioni modeste si unirebbe il danno di dover rinunciare a flussi reddituali ben superiori al costo medio del debito pubblico.

In parte diverso è il discorso per la partecipazione in Finmeccanica (che non a caso in questi giorni è tornata a correre in borsa), visto la forte ciclicità del settore in cui opera e dunque la maggiore aleatorietà dei flussi reddituali che la società è in grado di generare anche per il suo azionista pubblico. Ad ogni modo l’applicazione “meccanica” del fiscal compact richiederebbe per il prossimo anno di tagliare la spesa o reperire nuove entrate fiscali per circa 75-80 miliardi: una parte si può sperare venga “abbonata” dai mercati con un’ulteriore discesa dei tassi sui titoli di stato, visto che un calo del costo medio attorno al 3,75%-3,80% del costo medio sul debito (obiettivo non impossibile visto che ad oggi i titoli a 10 anni pagano un tasso lordo annuo del 4,15% sul mercato secondario) significherebbe una quindicina di miliardi di euro risparmiati.

Gli altri 60 miliardi dovranno tuttavia essere trovati con un mix di tagli di spesa e aumenti di entrate,salvo che la crescita recuperi rapidamente vigore consentendo “senza dolore” o quasi di veder lievitare nuovamente le entrate fiscali. Che sia necessario un governo pienamente in carica e in grado di “manovrare” senza eccessivi condizionamenti dovrebbe essere chiaro a tutti, è auspicabile che sia effettivamente così se non si vuol correre il rischio di veder rapidamente sfiorire i segnali di ripresa.

Luca Spoldi

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