Fisco, colpiti i contribuenti che cercano di restare in regola. Analisi
Da settimane cresce un forte grido di allarme che arriva da migliaia di contribuenti italiani: una vera e propria pioggia di atti esecutivi da parte dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione sta colpendo anche cittadini e imprese che, pur con enormi difficoltà, stanno cercando di restare in regola attraverso rottamazioni, rateizzazioni e piani di rientro.
Il problema non riguarda il grande evasore sconosciuto al fisco, quello che non possiede conti correnti tracciabili, non emette fatture, non dichiara redditi e spesso risulta nullatenente. A essere travolto è invece il contribuente “visibile”, quello che lavora, produce, ha un’attività, versa imposte e manifesta concretamente la volontà di pagare.
Molti casi riguardano cittadini decaduti da vecchi piani di rateizzazione, spesso risalenti al periodo immediatamente precedente o successivo al Covid. Situazioni nate in anni drammatici per famiglie e imprese, quando chiudere o rallentare l’attività significava scegliere se pagare dipendenti, affitti o fornitori. Oggi, quelle posizioni non più rateizzabili diventano terreno fertile per azioni esecutive aggressive: pignoramenti di conti correnti, stipendi, crediti verso clienti e blocchi che rischiano di paralizzare completamente la capacità economica del contribuente.
Ed è qui che emerge il paradosso più grande. Lo Stato, nel tentativo legittimo di recuperare crediti, rischia di colpire proprio chi sta cercando di rientrare dal debito. Un conto corrente svuotato improvvisamente dei risparmi accumulati in anni di lavoro non rappresenta solo un trauma personale o familiare: può diventare l’inizio del collasso economico di un contribuente che fino al giorno prima stava pagando regolarmente imposte correnti, contributi e rate concordate.
Un’impresa che subisce il pignoramento dei crediti perde liquidità, rallenta i pagamenti, riduce investimenti, taglia personale o addirittura chiude. Un lavoratore con lo stipendio decurtato o il conto bloccato smette di consumare, accumula ulteriori difficoltà e spesso non riesce più a rispettare nemmeno gli accordi fiscali già in corso. Il rischio, dunque, è duplice: umano ed economico. Perché quando un contribuente collassa, non smette soltanto di pagare il debito oggetto della riscossione. Smette spesso di generare reddito, di produrre ricchezza e quindi di alimentare quella stessa base imponibile da cui lo Stato trae le proprie entrate fiscali future.
In altre parole, una riscossione troppo rigida può trasformarsi in un boomerang anche per l’erario. La riscossione è sacrosanta. Nessuno mette in discussione il dovere di pagare le tasse né il diritto dello Stato di recuperare quanto dovuto. Ma altrettanto sacrosanto dovrebbe essere il principio di proporzionalità e il diritto del contribuente ad essere aiutato quando dimostra buona fede e concreta volontà di adempiere. Chi aderisce a una rottamazione, chi chiede una rateizzazione, chi cerca un accordo con il fisco non è un evasore seriale: è spesso una persona o un’impresa che sta tentando di sopravvivere e di rimettersi in carreggiata.
L’evasore totale, quello vero, spesso rimane nell’ombra. Non ha conti capienti da pignorare, non possiede beni ufficialmente intestati, non lascia tracce facilmente aggredibili. Il contribuente onesto ma in difficoltà, invece, è perfettamente rintracciabile: ha un’attività registrata, movimenti bancari trasparenti, clienti, dipendenti e beni dichiarati. Ed è proprio per questo che diventa il bersaglio più semplice.
Si arriva così a un paradosso profondamente ingiusto: il sistema rischia di tutelare più chi non ha mai contribuito rispetto a chi, pur tra mille difficoltà, continua a sostenere il peso fiscale del Paese. Non solo. In alcuni casi viene denunciata anche una rigidità amministrativa che sembra ignorare persino pronunce degli organi giurisdizionali tributari. Vi sono contribuenti che, nonostante decisioni favorevoli delle Corti di giustizia tributaria o riconoscimenti di errori da parte dell’amministrazione, continuano a subire azioni esecutive o procedure che richiedono ulteriori battaglie burocratiche e legali per essere fermate. Questo alimenta un senso crescente di sfiducia nelle istituzioni fiscali e nella stessa idea di giustizia tributaria. Serve allora una riflessione seria e urgente. Lo Stato deve certamente combattere l’evasione, ma deve anche distinguere tra chi evade per scelta e chi è entrato in difficoltà pur continuando a voler adempiere ai propri obblighi.
Occorre costruire una riscossione più intelligente, capace di recuperare il credito senza distruggere il contribuente. Una riscossione che tenga conto della reale capacità economica, che favorisca il rientro sostenibile del debito e che non interrompa il circuito produttivo da cui dipende anche il gettito fiscale futuro. Perché un contribuente aiutato a rialzarsi continuerà a lavorare, produrre e pagare le tasse. Un contribuente schiacciato, invece, rischia di diventare l’ennesima vittima di un sistema che, nel tentativo di recuperare tutto e subito, finisce per perdere molto di più.

