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Economia
Generali sposa di Axa o Zurich. Addio così al controllo italiano

Ci voleva Leonardo Del Vecchio per vedere Generali risalire in borsa sopra i 13 euro per azione, dopo che il tracollo di marzo aveva portato il titolo dell’assicuratore triestino, di cui Mediobanca è primo socio col 12,86%, a sfiorare i 10,25 euro per azione nel momento di massima incertezza sull’impatto del coronavirus sul settore. Da quel momento in verità Generali era già rimbalzata per poi oscillare tre i 12 e i 13 euro per azione in attesa di novità. Novità che il mercato pensa possano essere collegate all’evoluzione dello scenario in Piazzetta Cuccia.

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Come noto Del Vecchio, che di Generali è già socio al 4,87%, ha approfittato lo scorso novembre della improvvisa uscita di scena di Unicredit dall’azionariato di Mediobanca per salire sino a poco meno del 10% con la sua holding di famiglia, Delfin, che ora ha chiesto alla Banca centrale europea la necessaria autorizzazione a portarsi dal 10% al 20%. Una mossa che costerebbe circa mezzo miliardi di euro (più o meno gli stessi soldi che dovranno usare in Cattolica Assicurazione per rafforzare il capitale dopo l’invito pressante dell’Ivass in tal senso) ma che potrebbe essere solo un antipasto a un “secondo stadio” dell’operazione che il mercato si è convinto accarezzi da tempo Del Vecchio, ossia una parallela crescita in Generali (dove salire sino all’8% potrebbe costare altri 600-650 milioni).

leonardo del vecchio
 

L’attivismo di Del Vecchio rischia di indurre mosse a catena nell’azionariato di Mediobanca e di Generali, ma di segno opposto. Almeno stando alle voci che circolano a Piazza Affari, gli azionisti riuniti nel patto di consultazione (12,61% del capitale di Piazzetta Cuccia) potrebbero ritenere ormai superata la ragione stessa dell’esistenza del patto (che a differenza dell’originale patto di sindacato non prevede del resto alcun vincolo di blocco o di voto) e iniziare dunque a cedere i titoli. In tal senso potrebbero orientarsi i Doris (3,84% di capitale considerando sia la quota di Banca Mediolanum sia quella di FinProg) e forse i Berlusconi (2%), mentre più sfumata appare la posizione dei Benetton (2,1%) e delle altre famiglie con partecipazioni minori (Gavio, Ferrero, Angelini, Pecci, Lucchini, Seragnoli, Acutis e Minozzi).

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Alla finestra appare Vincent Bolloré, impegnato in una lunga guerra di posizione contro i Berlusconi in Mediaset e che dal governo deve ottenere un “via libera” per l’eventuale fusione delle reti Tim (dove è azionista 23,94%) e Open Fiber (50% Enel, 50% Cassa depositi e prestiti, socia in Tim al 5,03%) e che dopo aver ridotto di un 3% la propria partecipazione a prezzi, pre-crollo, superiori ai 9 euro per azione attende di vedere l’evolversi della situazione, quanto meno per vendere al meglio ulteriori pacchetti. In Generali, al contrario, Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista con il 5,11% del capitale, sarebbe pronto a salire sino all’8% o anche al 10 % (in questo caso l’impegno finanziario richiesto sarebbe vicino al miliardo di euro), continuando così lo storico “testa a testa” con lo stesso Del Vecchio.

E i Benetton, soci di Generali al 3,99%? Per ora il silenzio è totale e del resto essendo Generali uno dei pochi centri di potere finanziario italiano che qualsiasi governo italiano sarebbe pronto a difendere ad ogni costo, eventuali mosse di Ponzano Veneto non potranno che essere ponderate anche in base al riflesso che potrebbero avere sulla vicenda Autostrade per l’Italia.

mario greco
 

Ma perché Del Vecchio dovrebbe voler puntare a Generali? E perché l’ipotesi genera così tanta apprensione che il deputato Raffaele Volpi (Lega), ex sottosegretario alla Difesa e attuale presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, cui è demandato il controllo dell’operato dei nostri servizi segreti), ha ritenuto di esternare i timori che il “Sistema Paese” possa vedersi “depauperato di capisaldi strategici” in favore di attori che proseguono “interessi diversi da quelli nazionali”?

Un timore espresso anche dal vicepresidente del Copasir, il senatore Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), secondo cui “tra poco nella insipienza dei più, e con la complicità di alcuni, il sistema bancario e assicurativo italiano parlerà solo francese”?

axa ape
 

Secondo Piazza Affari il motivo è solo uno: Del Vecchio punterebbe a far crescere Generli con un’operazione cross border, c’è chi dice con Axa (ipotesi già circolata quando si ipotizzava appunto un “asse francese” che avrebbe fatto leva sul Ceo di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, e quello di Generali, Philippe Donnet, ex top manager proprio di Axa), chi invece con Zurich, guidata dal marzo 2016 dall’italiano Mario Greco (che dall’agosto 2012 ad un mese prima del suo trasferimento in Svizzera aveva guidato proprio Generali).

Un “matrimonio all’italiana” che seguirebbe quelli già realizzati con le proprie attività nel settore immobiliare (Beni Stabili, fusa con Foncier des Regions, ora Covivio, di cui Del Vecchio è il primo socio col 28%) e dell’occhialeria (Luxottica, fusa con Essilor, di cui Del Vecchio ha il 38,4%) ma che vedrebbe in entrambi i casi Generali avviarsi a una fusione “non alla pari”, dato che la capitalizzazione di borsa di Axa e Zurich è circa doppia di quella del gruppo triestino.

In più Del Vecchio il 22 maggio ha spento 85 candeline e sebbene goda di ottima salute, nessuno è eterno e con sei figli avuti da tre unioni il rischio che per motivi successori scoppi una “dinasty” familiare non può essere escluso. Così chi è abituato a guardare le operazioni in controluce già intravede la conseguenza ultima della possibile “madre di tutte le operazioni cross border”: la perdita del controllo di Generali in un futuro neppure troppo lontano.

 

 

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