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Economia
Grecia, solo raffinazione e navi. La dracma sarebbe un disastro. Ecco perché
Antonio Villafranca1
 

di Andrea Deugeni
twitter11@andreadeugeni

 
 
 
 
 

C'è un motivo percui anche il premier greco Alexis Tsipras vuole che il suo Paese rimanga nell'unione monetaria. Ed è la struttura dell'economia ellenica. Antonio Villafranca, senior research fellow e capo del programma Europa dell'Ispi (nella foto a sinistra), intervistato da Affaritaliani.it spiega perché il ritorno alla dracma da parte di Atene sarebbe un disastro per il Paese ellenico.


L'INTERVISTA 

La salita al potere di Alexis Tsipras coincide con un peggioramento dell'economia greca. Purtroppo da gennaio 2015, tutti gli indicatori sono deteriorati. Qual è la fotografia dello stato di salute dell'economia ellenica?
"Dal 2008 al 2012 si è verificato un crollo enorme del Pil greco: -0,4% nel 2008, -4,4% nel 2009, -5,4% nel 2010, -8,9% nel 2011 e -6,6% nel 2012. Nel 2013, invece,  c'è stata un'inversione di tendenza con un +3,9% come nel 2014 (+0,8%). Nel 2015, il Pil sarebbe dovuto crescere del 2,5%. Purtroppo, però, già dall'ultimo trimestre del 2014 e nel primo trimestre del 2015, il segnale è stato negativo con il ritorno del Paese in recessione. Andamento che compromette il target del 2,5-3% nel 2015 sull'avanzo primario e che ora rischia di avere il segno meno. Il 2015, quindi, che doveva essere un anno di svolta, invece, probabilmente finirà con un disavanzo. Da qui, anche la richiesta avanzata di ulteriori sacrifici da parte del fronte dei creditori. Nel 2014 il rapporto debito/Pil era del 174% e quest'anno, invece, di diminuire sta registrando un trend opposto, proprio a causa dei segnali negativi che ci sono stati nell'ultimo trimestre del 2014 e nel primo semestre del 2015. Devo precisare una cosa, però". 

Prego...
"Non è totalmente corretto fare un collegamento fra il nuovo governo Tsipras e un peggioramento della situazione economica greca. Le difficoltà del Paese ellenico sono legate al proprio sistema produttivo. Sistema che è insostenibile e che va riformato in maniera sostanziale". 

Perché?
"Faccio un esempio, con un paragone fra la Grecia e il Portogallo. Nel caso lusitano c'è stata una riduzione del costo del lavoro intorno al 20%. Nel frattempo, l'euro si è indebolito favorendo le esportazioni e l'economia portoghese è tornata a crescere. In Grecia è successo la stessa cosa: il costo del lavoro si è ridotto maggiormente, l'euro ha avuto lo stesso trend, ma l'economia di Atene non si è risollevata. Come mai? Le ragioni sono da ricercarsi nella struttura dell'export ellenico". 

Com'è composto?
"La Grecia essenzialmente esporta da un lato prodotti petroliferi raffinati, un settore estremamente maturo in cui i margini di profitto sono inferiori al 5%. Se anche migliorano, quindi, le condizioni di competitività, il settore contribuisce marginalmente alla crescita del Pil del Paese. Dall'altra, la Grecia esporta servizi navali, un comparto dove la tassazione è quasi nulla, ncecessaria a incentivare un settore a bassa tecnologia, non moderno e che impiega essenzialmente manodopera extracomunitaria che costa poco. Un settore, quindi, il cui andamento ha un basso impatto occupazionale sulla popolazione greca".

E quindi? 
"Il vero problema della Grecia è la sua struttura produttiva che, anche di fronte a delle condizioni favorevoli come la riduzione del costo del lavoro e dell'euro sui mercati valutari, non riesce a trarne un beneficio significativo".

(Segue...)

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