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Hard Brexit, sterlina a picco. E la City perde tutti i big

Dopo le parole di Theresa May la City si rassegna: le grandi banche come Goldman Sachs e Morgan Stanley si trasferiranno. E la sterlina…

Nel suo discorso di ieri il premier britannico, Theresa May, è stato chiaro: l’ultima parola sulla Brexit spetterà al parlamento, ma la May si augura che vi sia un voto favorevole alla proposta del governo di far uscire la Gran Bretagna dal mercato unico europeo, per poter poi cercare un nuovo accordo con la Ue che ne preveda l’accesso in qualità di paese “non membro” dell’Unione europea.

Solo poche settimane fa l’idea che la Gran Bretagna potesse rinunciare al passaporto europeo e all’accesso al mercato unico avrebbe fatto inorridire i mercati, ma così non è stato, anche perché ormai da settimane i media avevano anticipato l’intenzione della May di optare per una “hard Brexit” che, in fondo, sembra essere gradita anche alla Germania e agli altri paesi Ue, tanto che oggi filtra da Bruxelles una certa soddisfazione per le parole della May, che sgombrano il campo dall’ipotesi di un ulteriore slittamento dell’attivazione dell’Articolo 50 e di un biennio di negoziati dominato dai tatticismi fini a se stessi.

In particolare, come aveva fatto notare qualche giorno fa il Financial Times, TheCityUK, il più gruppo lobbistico inglese che tutela gli interessi delle aziende del settore finanziario e dei servizi professionali, aveva eliminato dalla lista di priorità per i futuri negoziati con la Ue il mantenimento del “passaporto europeo” che consentirebbe alle società britanniche di vendere i propri servizi nell’intero mercato unico europeo senza dover sottostare a dazi di alcun genere.

Piuttosto ora i lobbisti londinesi sperano che il governo inglese si impegni per ottenere uno standard regolamentare “equivalente” che consenta l’accesso al mercato unico sottostando alle regolamentazioni dei singoli paesi. E’ un approccio pragmatico che fa leva sul fatto che la Ue ha già sottoscritto vari accordi bilaterali di questo tipo, ad esempio con gli Stati Uniti per quanto riguarda i servizi di clearing dei derivati.
Non tutti alla City sono convinti di doversi rassegnare ad una hard Brexit. Anthony Browne, presidente della British Bankers’ Association, ha avvertito che “il dibattito pubblico e politico in questo momento ci sta portando nella direzione sbagliata” perché l’ipotesi hard Brexit comporterebbe per le banche non solo la rinuncia al passaporto europeo,  ma anche all’unione doganale, col rischio di una reintroduzione di dazi e restrizioni non tariffarie su importazioni ed esportazioni britanniche verso e dalla Ue.

Anche l’ipotesi di un “regime equivalente” non appare allettante perché coprirebbe solo una limitata gamma di servizi e potrebbe essere ritirato virtualmente senza alcun preavviso. Per questo le maggiori banche operanti a Londra stanno continuando a preparare piani per abbandonare la City entro il 2019 se sarà necessario.
Tra chi ha già detto di essere pronto a lasciare la capitale inglese vi è ad esempio Goldman Sachs, che attualmente impiega 2 mila dipendenti nella City, piuttosto che Morgan Stanley (che già lo scorso giugno aveva detto di stare valutando un trasferimento del proprio quartier generale da Londra a Dublino o Francoforte), ma secondo lo stesso TheCityUK i posti a rischio trasferimento sarebbero non meno di 7 mila.
Posti di lavoro che fanno gola, naturalmente, a molte città europee pronte a candidarsi come nuovo “hub finanziario” del vecchio continente, così delegazioni provenienti da Parigi, Francoforte, Dublino e persino Madrid sono già state in visita alla City per cercare di convincere i banchieri di Sua Maestà a stringere nuovi rapporti in vista di un trasloco a medio termine.

Nel frattempo gli analisti di Citigroup come pure di Deutsche Bank continuano ad avere un giudizio negativo sulle prospettive della sterlina, che nonostante il rimbalzo segnato ieri dopo le parole di Theresa May resta su valori inferiori del 17% contro dollaro rispetto ai livelli a cui trattava prima dell’esito del referendum del 23 giugno scorso che vide la vittoria del “leave” contro il “remain”. Se per gli esperti tedeschi la sterlina potrebbe perdere ancora un 10%, Citigroup parla più genericamente di prospettive negative “per i mesi a venire”.

Più cauti gli esperti di Bank of America Merrill Lynch e di Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj, che ritengono che il grosso del calo per la valuta britannica sia ormai alle spalle anche se non escludono un’ultima discesa delle quotazioni che porterebbe la sterlina ad apparire sottovalutata. Del resto, notano gli uomini di Hsbc Holdings, c’è ancora molta incertezza sulla reale tenuta della crescita economica britannica, con l’incertezza politica e squilibri di bilancia dei pagamenti che minacciano di pesare sul Pil nei prossimi anni.
La hard Brexit può apparire nell’immediato la soluzione meno dolorosa, perché rimuove una parte delle incertezze, ma non è certamente priva di costi, rilevanti, per la City di Londra e per l’intera economia britannica. Nessuno potrà quindi dirsi sorpreso il giorno in cui all’ingresso delle sedi delle maggiori banche e intermediari finanziari londinesi comparirà il cartello “ci siamo trasferiti”.