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Economia

No: la “soluzione Cipro” non potrà essere “sistemica” e applicabile in tutta Europa, Italia e Spagna compresa, ma dopo la manovra varata da Nicosia su pressione di Bruxelles il circolo vizioso che ha finora legato il debito sovrano al debito bancario appare spezzato, per il sollievo dei contribuenti comunitari cui sarebbero altrimenti stati addossati per intero o quasi gli oneri dell’ennesimo salvataggio (col rischio per l’Italia di dover contribuire da un minimo di 750 milioni a un massimo di 3,5 miliardi di euro alle perdite future, soldi che, appunto, avrebbero dovuto essere in qualche modo prelevati dalle tasche dei contribuenti). Ma il prezzo da pagare è elevato, soprattutto per il settore bancario i cui diversi attori sono tutti stati colpiti duramente ulteriormente rischiano di esserlo nel prossimo futuro, finché non arriverà l’agognata ripresa.

Gli azionisti delle banche, sostanzialmente spazzati via nel caso della Grecia come di Cipro, ma anche della Spagna (basti pensare ai titoli Bankia, il cui valore è stato abbattuto da 2 euro a 1 centesimo per azione) e in qualche caso in Italia (dove Mps, la più debole tra le maggiori banche nazionali, ha visto le quotazioni passare dai 2 euro dell’aprile 2008 ai meno che 20 centesimi attuali), complici una serie di risultati di bilancio resi pesantissimi dall’opera di pulizia avviata sotto la pressione delle autorità di settore nazionali ed europee.

Opera di pulizia che ha portato nel 2012 la spagnola Bankia a contabilizzare una perdita record di 19,06 miliardi (dopo i 2,98 miliardi di rosso del 2011), la francese Credit Agricole a riportare un rosso di 6,47 miliardi (dopo la perdita di 1,47 miliardi l’anno precedente), l’italiana Banco Popolare a sfiorare il miliardo di euro di perdita (-945 milioni, contro i -2.258 milioni del 2011), per non dire delle perdite subite dalle banche greche (le 4 principali hanno perso 28 miliardi nel solo 2011) e cipriote (con Laiki Bank, la seconda banca del paese, fallita, e Bank of Cyprus, la principale, ricapitalizzata e avviata a una pesante ristrutturazione).

La pulizia di bilancio che ha in qualche caso accompagnato, in altro evitato, l’intervento di salvataggio dei singoli stati e dell’Unione europea ha ovviamente avuto ripercussioni anche in termini di occupazione: col fallimento di Laiki resteranno a casa in 25 mila, Bankia si è “limitata” a 5 mila esuberi dopo averne preannunciati fino a 6 mila, Bnp Paribas, che pure resta tra le banche francesi più solide, ha ridotto gli organici di 1.800 persone dallo scorso autunno. In Italia Mps ha previsto 4.600 esuberi, Unicredit circa 3.500, Ubi Banca poco meno di 1.600, Bper 1.100 e il Banco Popolare un migliaio: in tutto secondo fonti sindacali saranno circa 20mila i posti di lavoro persi (su un totale di 330mila) entro il 2015, cui occorre sommare fino a 35 mila prepensionamenti.

Così, in attesa che venga eventualmente varato una sorta di “Terp” all’europea che consenta alle banche, come già avvenne per gli Usa all’indomani della crisi provocata dal crack di Lehman Brothers, di ricapitalizzarsi in misura adeguata senza incidere ulteriormente sull’erogazione del credito, l’attesa di analisti e investitori sembra concentrarsi non solo e non tanto sulle reazioni, spesso tardive, delle agenzie di rating quanto sui futuri annunci di ristrutturazione e sull’andamento di svalutazioni e accantonamenti di bilancio. La cui crescita mostra solo ora qualche debole segnale di rallentamento, almeno in Italia, ma che rischiano di continuare a salire in valore assoluto (lordo) almeno fintanto che i Pil dei paesi della sponda Sud dell’Europa non torneranno a registrare variazioni positive.

 

Luca Spoldi

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