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Vacanze, che cos’è la dismorfobia da spiaggia? Un italiano su 10 evita il mare perché si sente brutto. L’indagine

Il sondaggio Shopping Cube su 850 internauti fotografa insicurezze, confronto fisico e scuse usate per evitare la spiaggia

Vacanze, che cos’è la dismorfobia da spiaggia? Un italiano su 10 evita il mare perché si sente brutto. L’indagine
Ottavia Pittaluga

Un italiano su dieci evita il mare perché non si sente a proprio agio con il proprio corpo. Una ricerca dell’Osservatorio Shopping Cube su 850 internauti misura il disagio soprattutto tra donne e giovani e racconta anche le scuse utilizzate per sottrarsi alle giornate in spiaggia.

Il confronto con gli altri spaventa il 73%: sotto accusa giochi, docce pubbliche e attività di gruppo

Non andare al mare perché ci si sente troppo esposti. È la scelta di un italiano su dieci secondo una ricerca dell’“Osservatorio Shopping Cube sulle Nuove Tendenze”, diretto dall’imprenditrice e cool hunter Ottavia Pittaluga e realizzata su un panel di 850 internauti.

L’indagine definisce questo disagio “dismorfobia da spiaggia”, legandolo alla percezione di avere un corpo inadeguato da mostrare sul bagnasciuga e alla paura del giudizio degli altri. Il fenomeno risulta più diffuso tra le donne, con punte del 60% nella fascia tra 25 e 34 anni, mentre tra gli uomini della stessa età la percentuale raggiunge il 47%. Tra gli adolescenti si registrano picchi del 51% tra le ragazze e del 45% tra i ragazzi.

A creare disagio sono presunti difetti fisici, sovrappeso o parti del corpo considerate poco armoniose, dalle gambe alle spalle fino a mani, piedi e capelli. Il 7% degli uomini, secondo la ricerca, non vuole mostrare in spiaggia la propria calvizie.

Il problema non riguarda però soltanto l’aspetto fisico. Il 73% degli intervistati dichiara di temere la vita di gruppo in spiaggia e il confronto con gli altri. Il 61% non ama giochi come calcio, beach volley e racchettoni, mentre il 53% prova disagio nel fare la doccia in uno spazio aperto e visibile agli altri.

I gavettoni mettono in difficoltà il 44% del campione, mentre il 33% non sopporta attività collettive sul bagnasciuga come balli o ginnastica. Il 23% preferisce addirittura fare il bagno indossando una maglietta.

Chi decide di evitare il mare cerca spesso una giustificazione da dare ad amici e parenti. La più utilizzata è il mal di testa, indicato dal 71%, seguito dalle temperature troppo alte al 64%. Il 52% dice di dover accudire un familiare, il 46% inventa un appuntamento di lavoro e il 36% una visita medica.

C’è anche chi preferisce appellarsi allo sport in tv. Il 31% usa come scusa una partita di calcio o tennis oppure un Gran Premio di Formula 1 o MotoGP. Seguono i pranzi con vecchie zie, indicati dal 24%, mentre il 17% arriva a inventare un lutto improvviso.

Tra gli adolescenti cambiano le giustificazioni. Il 64% tira in ballo i compiti delle vacanze, il 49% una serie televisiva o una fiction da seguire, il 45% un appuntamento con qualcuno e il 37% un impegno con i genitori. Il 31% parla di una visita medica, il 28% di una partita ai videogiochi con altri ragazzi e il 25% di calcetto, padel o tennis. Il 15% utilizza come scusa persino un funerale.

Secondo Ottavia Pittaluga, anche l’abbigliamento può aiutare chi vive con disagio l’esposizione del proprio corpo in spiaggia.

“L’unico consiglio veramente valido è sentirsi a proprio agio nel corpo e la scelta di un look adeguato serve proprio a valorizzare il corpo, coprendo vergogne e mettendo in luce punti di forza. Al mare vale la regola del ‘non per forza tutto scoperto’. Se si vuole coprire braccia e busto, la camicia in lino o cotone leggero, taglio maschile e oversize, stampa righe (effetto optical perfetto) è la scelta perfetta. Da tenere aperta con le maniche arrotolate e al massimo uno o due bottoni allacciati, copre, dona un allure regale e aiuta anche a prevenire le scottature e, se umida e fresca, serve anche a trovare sollievo dal caldo rovente. Il mare è un bene pubblico e un diritto alla salute. Per lo stesso motivo anche la moda mare dovrebbe seguire questo pilastro. L’inclusività non è solo una questione di centimetri in più sulla linea di cintura; è una risposta ai bisogni reali di corpi unici. La vera rivoluzione fashionista ha un nome preciso: estetica one-size-fits-all, resa possibile dai tessuti Crinkle. Tessuti tridimensionali, arricciati e a nido d’ape hanno abbattuto la dittatura della taglia fissa. Questa tecnologia non serve a ‘nascondere’, ma a celebrare la silhouette attraverso un effetto scultoreo chiamato wet look”, conclude Ottavia Pittaluga.

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