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Economia
Il divario Nord-Sud? Si combatte con una nuova Iri per i settori capital-intesive

Sale tra le imprese l'ottimismo su una possibile stabilizzazione finanziaria del Paese, ma scende dal 25,9% del 2014 all'11,8% la propensione delle imprese ad investire. E mentre la situazione dell'economia italiana nei prossimi mesi sarà ancora caratterizzata dall'incertezza, con previsioni negative sia sul fronte del fatturato (-2,6%), sia sull'occupazione (-1%), il Mezzogiorno non uscirà dalle secche del mancato sviluppo. Non c'è straccio di una politica ad hoc per quest'area del Paese, coerente con le proposte di riforma sui temi strutturali di scala nazionale, come la scuola, il mercato del lavoro, la pubblica amministrazione, l'assetto istituzionale dello Stato, le grandi infrastrutture, l'energia alternativa e il fisco. A questa conclusione pervengono le anticipazioni del Rapporto Imprese e Competitività 2015 dell'Osservatorio Banche Imprese di Economia e Finanza (Obi). L'economista Antonio Corvino, direttore generale dell'Osservatorio, si sofferma sul rapporto, anticipando ad Affaritaliani.it alcuni approfondimenti dell'indagine.

Direttore, partiamo dal gap finanziario e dalle politiche del lavoro fra Nord e Sud. "Il gap di capacità finanziaria del sistema creditizio e delle imprese va affrontato, soprattutto nel Mezzogiorno, non solo con aiuti alla crescita dimensionale ed alla patrimonializzazione delle pmi, e con adeguati strumenti di ingegneria finanziaria, ma anche attraverso un fondo di microcredito per promuovere l'autoimpiego e reti di autoimpego per i soggetti deboli non bancabili. Allo stesso modo, le politiche attive del lavoro dovranno vedere la Youth Guarantee come un punto di partenza, e non di arrivo, che miri a ricostruire servizi per l'impiego efficienti".

Veniamo alle politiche industriali per il Mezzogiorno. "Le politiche industriali per il Mezzogiorno dovranno recuperare un approccio "ricardiano" sui vantaggi comparati, concentrando le risorse sui settori produttivi per i quali l'economia meridionale appare vocata, ovvero il cosiddetto "TAC 3.0": turismo, agroalimentare, cultura e creatività, logistica,  sistemi di efficienza energetica, chimica verde. In questo contesto, la filiera agroalimentare va valorizzata difendendone le punte di eccellenza, ampliandone il bacino, e facendo politiche promozionali mirate. L'altra filiera su cui puntare è quella della biomassa forestale, in modo da dare anche un nuovo sbocco ai lavoratori del comparto. Così come si potrebbe puntare sull'efficienza energetica in edilizia e bioedilizia per rivitalizzare un comparto strategico per l'economia, senza ulteriore consumo di suolo, riqualificando il patrimonio immobiliare esistente, pubblico e privato e la ricucitura delle periferie urbane. Non meno strategica è l'intermodalità via mare per integrare il sistema portuale a servizio dell'intero Mediterraneo, differenziandone l'offerta, evidenziando una possibile vocazione crocieristica per porti come Cagliari, Palermo o Catania. Logistica significa anche una politica urbana evoluta, che crei meccanismi diffusivi dello sviluppo anche in direzione dell'hinterland, tramite interventi di bonifica, ricucitura, spostamento agevolato di attività produttive".
 
Quale può essere dunque un'azione riformista?
  "Innanzitutto con misure che prevedano l' abbassamento dell'imposizione fiscale sui fattori produttivi e incentivi alla crescita dimensionale, ed all'internazionalizzazione. Poi, sostenendo gli investimenti nell'efficienza energetica, ciclo integrato dei rifiuti e del riciclo, riformando inoltre ampi settori della pubblica amministrazione, con meccanismi premiali e sanzionatori basati su obiettivi misurabili. Infine, recuperando una visione programmatica delle politiche industriali, mirata a rimuovere gli ostacoli ambientali allo sviluppo imprenditoriale, più che ad aiutare direttamente le imprese, e che contempli meccanismi di tutela degli asset produttivi strategici per il Paese, come le reti di trasporto, di distribuzione energetica, l'industria di base, della Difesa e delle telecomunicazioni". 

Per il governo Renzi l'innovazione è una sfida nazionale. "Sì, ma occorre rimuovere le difficoltà nel farla. Il debole trend di crescita italiano è dovuto proprio alla persistente debolezza della crescita produttiva frenata dall'assenza d'innovazione, oltre al conteso ambientale sfavorevole alle imprese e al capitale umano sotto utilizzato. Occorre pertanto impossessarsi delle nuove tecnologie con un approccio sistemico, che passi per  un cambiamento della politica industriale, che rivaluti il ruolo dei campioni pubblici nazionali nei settori strategici, tornando ad avere una nuova IRI focalizzata sui settori di maggiore prospettiva per l'innovazione, alla quale affiancare una politica per le imprese ed un approccio di natura evolutiva alle politiche per l'innovazione". 

Eduardo Cagnazzi

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