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Il governo tassa le banche, ma rischia di tassare la crescita (già molto scarsa)

Aumento Ires e stretta Irap portano 5,8 miliardi. Ma punire la redditività del credito rischia di danneggiare il Paese

Il governo tassa le banche, ma rischia di tassare la crescita (già molto scarsa)
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Stangata sulle banche in Manovra: un rischio per il credito a famiglie e imprese

Le banche hanno guadagnato molto negli ultimi anni, questo è un fatto, ma trasformarlo nella giustificazione per colpirle ancora una volta rischia di essere uno di quegli esercizi di politica fiscale in cui, mentre si cerca un colpevole facile, si finisce per danneggiare se stessi. La manovra chiede a banche e assicurazioni un contributo aggiuntivo che porterà nelle casse dello Stato circa 5,8 miliardi nel 2027. Ci sono l’aumento di tre punti dell’Ires, interventi sulle DTA, una stretta sulla deducibilità ai fini Irap e l’aumento della Tobin Tax.

Naturalmente si può sostenere che chi guadagna molto debba pagare molto, allora però bisognerebbe almeno guardare la fotografia per intero perché le banche italiane non hanno sempre navigato nell’oro. Nel 2013 e nel 2014 il loro ROE era negativo; nel 2016 arrivò addirittura a -5,8%, nel 2019 era appena al 5%.

Solo negli ultimi anni, con il rialzo dei tassi e l’esplosione del margine d’interesse, la redditività delle banche italiane è tornata ai livelli più elevati con il ROE che è passato al 12,8% nel 2024 per salire ulteriormente al 13,8% nel 2025. Insomma, gli utili di oggi sono reali, ma raccontare la storia delle banche soltanto attraverso gli ultimi due o tre bilanci significa raccontarne una parte e, soprattutto, significa dimenticare che cosa sono le banche.

Non sono semplicemente aziende che producono utili, ma uno dei principali ingranaggi attraverso cui l’economia funziona. Come? Raccolgono risparmio, finanziano famiglie e imprese, partecipano al mercato dei titoli di Stato e costituiscono una parte essenziale della trasmissione della politica monetaria all’economia reale. In un Paese che cresce poco, con una produttività storicamente debole e un mercato del lavoro destinato a essere trasformato dall’intelligenza artificiale, la domanda dovrebbe essere un’altra: come facciamo a rendere più forte il circuito del credito, degli investimenti e della crescita? La risposta italiana, invece, sembra essere ancora una volta: troviamo qualcuno da tassare.

In questo modo si rischia di colpire proprio uno dei settori che dovrebbe accompagnare famiglie e imprese nella tormentata fase economica. Una banca più tassata non necessariamente assorbe il costo. Può infatti ridurre la remunerazione del capitale, gli investimenti, la propensione al rischio e, soprattutto, diventare più selettiva nel concedere credito.

Non è detto che accada domani, ma è un rischio che un governo dovrebbe considerare prima di festeggiare il gettito. Se poi si decide di tassare chi fa profitti, tanti profitti, allora si faccia un’analisi completa su tutti i settori e non si colpisca solo il facile bersaglio delle banche “malefiche” (secondo un adagio che risuona nei palazzi della politica). Altrimenti non è politica economica ma semplicemente il vecchio sport italiano della caccia al ricco di turno.

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