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Economia
Ilva-ArcelorMittal: 8 milioni di tonnellate d'acciaio e 10.700 occupati

Previsto da giorni, l’armistizio tra Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal è stato raggiunto oggi con la firma presso lo studio notarile di Pier Gaetano Marchetti, a Milano, di un impegno comune a porre fine al contenzioso tra le parti davanti al Tribunale di Milano (venerdì era prevista un’udienza anche se la data potrebbe slittare per l’emergenza da coronavirus) e a modificare il contratto sulla gestione in affitto e all’acquisizione del gruppo siderurgico italiano (al gruppo indiano sarà concesso uno sconto sul fitto).

Tra i punti qualificanti, la previsione di una produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio, l’impegno a elaborare un nuovo piano industriale 2020/2025, il completo rifacimento dell’altoforno 5, l’adeguamento (con costi suddivisi al 50% tra Ilva e ArcelorMittal) degli altoforni 1, 2 e 4  (il 3 è stato ormai dismesso), la costruzione di un nuovo forno elettrico (con relativo utilizzo di pre-ridotto di ferro) nell’ottica di una “graduale decarbonizzazione” dell’impianto e l’utilizzo di nuove tecnologie a minore impatto ambientale.

A pieno regima Ilva sarà così in grado di produrre 8 milioni di tonnellate d’acciaio contro i 6 milioni proposti da ArcelorMittal, che se volesse disimpegnarsi entro il 30 novembre dovrebbe pagare una penale di 500 milioni di euro, esercitando in pratica una sorta di opzione “put”. Quanto ai lavoratori, si prevede l’utilizzo di 10.700 unità a regime (contro gli 11 mila dipendenti attuali), ma entro il prossimo 31 maggio dovranno essere trovate soluzioni, anche coi sindacati (che non essendo stati coinvolti per il momento bocciano l’accordo), per attivare “strumenti di sostegno, compresa la cassa integrazione guadagni straordinaria, per un numero di dipendenti da determinare”.

Sullo sfondo restano lo scudo penale relativo al piano ambientale (che avrebbe dovuto essere completato fin dal 2015 e invece non lo sarà prima del 2025), eliminato l’anno scorso dal governo e richiesto da ArcelorMittal ma per quel che si sa non inserito nell’accordo odierno, e il problema (esiziale per il destino finale dell’impianto tarantino e del suo indotto) di quello che potrà essere l’impatto su un settore altamente ciclico come quello dell’acciaio della frenata economica che si inizia a prevedere in conseguenza del diffondersi in tutto il mondo dell’epidemia da coronavirus.

Un’epidemia che “potrebbe facilmente provocare una recessione globale” come commenta Michael Metcalfe, responsabile Macro Strategy di State Street Global Markets notando come da giorni i mercati delle materie prime stessero mandando segnali d’allarme. In questa contingenza difficile pensare che i conti di Ilva possano migliorare. il prezzo del coils a caldo (il tipo di acciaio prodotto dall’Ilva) da inizio 2018 a oggi è passato da 550 euro a 440-450 euro la tonnellata e questo ha portato Ilva a perdere, secondo stime Morgan Stanley, sui 540 milioni di euro l’anno.

ArcelorMittal, forse anche per giustificare il suo disimpegno, aveva previsioni ancora più fosche e parlava a fine 2019 una perdita di quasi 700 milioni di euro per il gruppo italiano nell’ultimo esercizio. Solo se i prezzi risaliranno (o i costi di produzione caleranno) Ilva potrà rimettersi in carreggiata in un mercato che, oltre a soffrire per i dazi americani, resta contraddistinto da un eccesso di produzione a fronte di una domanda indebolita dall’andamento incerto delle vendite di alcuni importanti mercati di sbocco come quello automobilistico o della grande cantieristica.

Uno scenario che non piace ai sindacati secondo cui la strategia del governo in merito al risanamento ambientale e alle prospettive industriali e occupazionali dell’Ilva resta “assolutamente non chiara”, così come permane una “totale incognita sulla volontà dei soggetti investitori, a partire da ArcelorMittal, riguardo il loro impegno finanziario nella nuova compagine societaria che costituirà la nuova AMInvestco”.

I sindacati vorrebbero sapere in particolare quale sarà il ruolo delle banche e dell’investitore pubblico, quale il mix produttivo tra ciclo integrale e forni elettrici, che ruolo avranno i due partner, quali sino le reali possibilità “di occupare i 10.700 lavoratori più i 1.800 in amministrazione straordinaria e i lavoratori delle aziende di appalto, che l’accordo del 6 settembre 2018 assicurava”. Dopo che nei 7 anni trascorsi dal sequestro del 26 luglio 2012 dell’impianto a novembre scorso a causa di Ilva sono già stati “bruciati” qualcosa come 23 miliardi di Pil secondo stime di Svimez per il Sole24Ore, anche i contribuenti italiani hanno altrettanto diritto a vederci chiaro.

 

 

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