Geolocalizzazione e controlli sui fornitori: gli adempimenti richiesti alle aziende
Dal prossimo 30 dicembre, conoscere l’origine della materia prima, fino al singolo appezzamento, diventerà per molte imprese una condizione per restare sul mercato. È questa la sfida concreta del Regolamento europeo sulla deforestazione (European Union Deforestation Regulation, “EUDR”), che da quella data si applica alle medie e grandi imprese; micro e piccole imprese, invece, avranno tempo fino al 30 giugno 2027. Dopo due rinvii e un pacchetto di semplificazioni, la Commissione ha escluso ulteriori proroghe: il tempo dell’attesa è finito.
L’obbligo è chiaro. Chi immette sul mercato europeo o esporta prodotti legati a legno, soia, caffè, cacao, olio di palma, gomma e bovini deve dimostrare che non provengono da terreni deforestati dopo il 2020 e che sono conformi alla legislazione del Paese di origine. Lo fa con una dichiarazione di due diligence che riporta il Paese di produzione, la geolocalizzazione degli appezzamenti e una valutazione del rischio. Ciò che non deve essere sottovalutato è il modo in cui questo obbligo si propaga lungo la catena del valore. Il legislatore, dunque, se da un lato ha alleggerito l’obbligo di rendicontare attraverso il Decreto Omnibus, dall’altro ha reso più concreto e stringente l’obbligo di dimostrare.
L’attenzione, infatti, si è spostata dal report al modo di fare business, dalla dichiarazione alla prova, dalla governance alla filiera. Nessuna impresa può infatti produrre da sola queste informazioni. Le deve ricevere da chi sta a monte: il fornitore diretto, il fornitore del fornitore, fino al produttore agricolo. L’intervento normativo di fine 2025 ha concentrato la dichiarazione sul primo operatore che immette il prodotto nel mercato UE, mentre gli operatori a valle si limitano a trasmetterne il numero di riferimento. Per molti significa meno burocrazia, ma anche una dipendenza ancora più forte dall’affidabilità dei dati all’origine. Se l’informazione si interrompe in un punto qualsiasi della filiera, il prodotto non può essere venduto.
È qui che la tracciabilità smette di essere un adempimento e diventa un requisito commerciale. Un’azienda soggetta all’EUDR non può permettersi fornitori incapaci di documentare l’origine delle materie prime: senza quei dati non può presentare la propria dichiarazione, e quindi non può stare sul mercato. Chi si è preparato sta già traducendo questa esigenza in scelte concrete: clausole contrattuali sulla tracciabilità, questionari di qualifica, richieste di geolocalizzazione, audit di filiera. Il passo successivo è prevedibile: privilegiare chi risponde in modo completo e affidabile e sostituire, progressivamente, chi non è in grado di farlo.
Le sanzioni restano un rischio serio: multe commisurate al fatturato, confisca dei prodotti e dei ricavi, esclusione temporanea da appalti e finanziamenti pubblici. Ma arrivano dopo un controllo e un procedimento. L’esclusione dalle catene di fornitura arriva prima, e in modo silenzioso: al rinnovo di un contratto, in una gara, in una nuova selezione dei fornitori. E colpisce anche imprese che non sono direttamente soggette agli obblighi, ma che lavorano per clienti che lo sono. Per molte PMI italiane, inserite come subfornitori in filiere complesse, è questo il vero punto di esposizione.
Con la scadenza ormai vicina, le priorità sono chiare. La prima è verificare se e come si rientra nel perimetro, alla luce dell’aggiornamento dell’ambito di applicazione. Poi bisogna mappare la filiera, identificando per ogni materia prima i fornitori e la loro capacità di fornire dati di origine. Serve inoltre un sistema di gestione delle informazioni che regga nel tempo, perché la due diligence accompagna ogni singola immissione sul mercato. Infine, conviene investire nel dialogo con i fornitori, che spesso avranno bisogno di supporto: accompagnarli significa proteggere la continuità delle proprie forniture.
Chi conosce la propria filiera potrà offrire ciò che il mercato darà presto per scontato: la garanzia che ciò che vende è in regola. Chi non la conosce rischia di scoprire che il costo più alto non è una sanzione, ma un cliente sfiduciato e potenzialmente perso.
Le imprese coinvolte sono più numerose di quanto si pensi: appartengono a settori molto diversi tra loro e reggono alcuni pilastri del made in Italy. Il legno-arredo e la carta dipendono in larga parte da materia prima importata. L’agroalimentare è esposto su più fronti: caffè e cacao per torrefazioni e industria dolciaria, olio di palma per prodotti da forno e cosmetica, soia per la mangimistica e quindi per le filiere zootecniche. La gomma riguarda l’automotive e la componentistica. Sono settori diversi per dimensione, mercati e organizzazione, ma tutti devono rispondere alla stessa domanda: da dove arriva, esattamente, ciò che compriamo?
*Partner e ESG Leader di Grant Thornton Italy


