Il gran ballo del risiko con vista su Generali
“Il denaro non dorme mai” recitava il sottotitolo del sequel di Wall Street. Epitome dello yuppismo sfrenato, quel film però ricordava che non ci sono crisi, non ci sono guerre: il mondo della finanza si muove come un moloch. Lentissimo per intere stagioni e poi pronto a dare improvvise accelerate. Rimane difficile capire quale sia la vera scintilla che ha fatto scatenare lo “snowball effect”, l’effetto valanga del mondo bancario.
Quello che è certo è che oggi ci siamo svegliati con una realtà completamente diversa rispetto a quella che avevamo conosciuto fino a venerdì sera. Certo, i segnali di un movimento magmatico sotterraneo, pronto a deflagrare, c’erano tutti: Affaritaliani aveva già dato conto del sogno di Giancarlo Giorgetti di creare un maxi-polo bancario da oltre 50 miliardi di capitalizzazione in cui le chiavi venivano date a Giuseppe Castagna, come ceo, e a Luigi Lovaglio come presidente.
LEGGI ANCHE: Intesa, Messina dopo il lancio dell’Opas su Mps: “Creeremo una banca wealth da 2mila miliardi”
Solo che Giorgetti e Piazza Meda hanno fatto male i loro conti. Non hanno pensato, da una parte, che Intesa Sanpaolo non sarebbe rimasta inerte. La prima banca del Paese, quella che, dopo l’operazione Ubi, ha proseguito il suo percorso di crescita e che non poteva però rimanere spettatrice inerte; dall’altro lato, hanno dimenticato che l’operazione di co-gestione del risparmio tra Natixis e Generali è saltata proprio perché il governo non ha voluto che i francesi toccassero i soldi degli italiani. E per quale motivo, quindi, avrebbero dovuto accettare che Crédit Agricole diventasse primo azionista del gruppo Banco Bpm-Mps che ha in pancia il 13% del Leone?
C’è anche il risvolto politico: Piazza Meda è un istituto storicamente vicino alla Lega. Forse troppo vicino per non far temere a Fratelli d’Italia che il Carroccio si sarebbe intestato il Terzo Polo. E quindi meglio tifare per Intesa Sanpaolo e perfino per Bper, banca “rossa” perché emanazione di Unipol eppure capace di garantire un progetto solido ed efficace. Si vedrà, anche perché il valore dato a Mps (intorno ai 30 miliardi) è già stato superato dai rialzi in Borsa di oggi e quindi bisognerà capire se un euro “cash” e 1,6 azioni di nuova emissione rappresentino una cifra sufficiente o se si dovrà guardare a un rilancio.
In tutto ciò, però, resta da capire quale ruolo vorrà giocare Unicredit. Sicuri sicuri che agli azionisti e agli analisti basti l’acquisizione – dando per scontato che vada in porto, forse con un afflato eccessivo di ottimismo – di Commerzbank mentre in Italia succede di tutto? In effetti, no. Non si prende uno come Andrea Orcel per conquistare una banca tedesca. Lo si vuole perché è il “Cristiano Ronaldo” dei banchieri. Perché è il più pagato, il più trendy, il più invidiato. Solo che resta una macchia sul suo curriculum che rischia di diventare una sorta di lettera scarlatta. Quando nel 2021, appena arrivato in Piazza Gae Aulenti, ebbe la possibilità di comprarsi Monte dei Paschi per una cifra simbolica ma si incartò chiedendo garanzie e incentivi agli esodi facendo innervosire il governo.
Non ci fu mai l’incontro che non poteva mancare, quello con Mario Draghi che – da ex presidente Bce – avrebbe saputo forse trovare una soluzione. Il resto è storia: Mps che ritorna redditiva sotto la guida di Luigi Lovaglio, l’operazione su Mediobanca fino al clamoroso (o no?) colpo di scena in assemblea con la conferma dello stesso Lovaglio – che pure era stato licenziato per giusta causa da direttore generale del Monte – e lo sgambetto a Fabrizio Palermo.
Di più: il vero terreno di scontro sarà Generali. Qui si muovono diverse anime, ognuna assai pugnace. C’è la stessa Unicredit, che detiene l’8,8% del capitale. C’è Mps che, tramite Mediobanca che ancora non è stata formalmente integrata, detiene il 13,32%.
C’è la Delfin dei litigiosi familiari Del Vecchio che potrebbe trovare una inattesa pax sotto la guida di Leonardo Maria (per tutti LMDV) il quale però potrebbe anche fregarsene bellamente delle partecipazioni accatastate dal padre e cederle per avere mani libere sulle sue altre idee imprenditoriali. Ma anche qui è un gioco dell’oca (e anche dell’Opa, come disse Enrico Cisnetto negli anni ’80): le banche che forniranno al rampollo gli 11 miliardi necessari sono Unicredit e Crédit Agricole come capofila, oltre a Bpm, Bbva, Deutsche Bank e Société Générale. L’eterno ritorno di certi nomi, dunque.
Ma nel capitale del Leone c’è anche Francesco Gaetano Caltagirone, l’Ingegnere che ha dovuto accettare l’affermazione di Lovaglio in assemblea ma che continua a detenere il 6,32% del Leone e guarda sornione quello che succede.
Tanto che, per vie traverse, si è già affrettato a dire che con Carlo Cimbri (e quindi Unipol e quindi Bper e quindi Intesa) ha un ottimo rapporto. E che dire dei Benetton, che sotto la guida del nuovo patriarca Benetton stanno vivendo una trasformazione epocale e che potrebbero decidere di affidare ad altri la loro partecipazione in Generali di poco inferiore al 5%.
In tutto ciò, Intesa si è portata avanti e ha acquistato poco più del 3% del Leone, dimostrando che se è vero – come dice Carlo Messina – che non c’è la voglia di acquisire o gestire Generali, c’è però l’intenzione di dettare la linea in modo da non farsi trovare impreparata quale che siano le scelte di Orcel. Che rischia un po’ di restare col cerino in mano: potrebbe uscire dall’impasse solo con una mossa a sorpresa. Di nuovo, con direzione Trieste. La farà?

