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Economia
Jobs Act, accordo nei Democratici. Insorge l'Ncd

Fumata bianca dalla nuova, febbrile mediazione avviata nel Pd dalla concreta ipotesi che il governo Renzi ponesse la fiducia sul Jobs Act. La nuova intesa prevede la rinuncia alla fiducia da parte dell'esecutivo sul testo lcenziato al Senato e il ritorno all'ordine del giorno che in direzione apriva alle richieste di modifica della minoranza Pd, tra cui il "salvataggio" dagli interventi sull'articolo 18 del reintegro nei licenziamenti disciplinari. In cambio, ovviamente, di un passo spedito verso l'approvazione della riforma del mercato del lavoro anche alla Camera.

Una "sintesi" che chiude una mattinata difficile in casa dem. Cominciata con le parole con cui il responsabile per l'economia e il lavoro del Partito democratico, Filippo Taddei, a Omnibus, su La7, aveva confermato quanto Matteo Renzi aveva già lasciato intendere in direzione Pd: di avere in serbo l'arma della fiducia sul Jobs Act, anche se restava in piedi la strada alternativa di "garantire l'entrata in vigore dal primo gennaio anche con modifiche da verificare". "La fiducia alla Camera? E' una concreta possibilità ed è l'orientamento del presidente del Consiglio. Il dibattito è in corso ma contano i tempi e i risultati" aveva detto Taddei.

Un segnale d'apertura, la seconda opzione, sul Jobs Act, attualmente all'esame della commissione Lavoro della Camera, in quello che resta il principale banco di prova sulla tenuta del Pd, soprattutto del gruppo parlamentare di Montecitorio. Con i "mediatori" che propongono un emendamento per salvare nell'articolo 18 i licenziamenti disciplinari. Ma le parole di Taddei evidentemente avevano fatto pendere la bilancia dalla parte del piatto di una nuova forzatura dell'esecutivo renziano.

Mentre il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, a domanda diretta sulle intenzioni del governo, rispondeva che suo interesse è il "risultato finale", cioè l'approvazione entro la fine dell'anno, mentre "stiamo già lavorando ai decreti attuativi, perché siano pronti entro inizio anno per chi vuole assumere". "La fiducia? Le modalità sono nella libertà del Parlamento".

Quanto è bastato a innescare la reazione delle varie anime della minoranza Pd, scontratesi in direzione con i fedelissimi per premier anche sullo sciopero generale indetto dalla Cgil, per la reazione giudicata "eccessiva" e "offensiva" degli esponenti renziani nei confronti del sindacato. Una mattinata di contatti all'interno del Pd e con il governo per trovare una sintesi, poi la riunione con il presidente della commissione Lavoro Damiano e Taddei per verificare gli spazi per modifiche, anche minime.

Infine, la fumata bianca. Con il capogruppo alla Camera Roberto Speranza che annuncia: "Sta terminando in questi minuti una riunione e abbiamo deciso di fare modifiche rilevanti. Il testo verrà modificato oggi in commissione, in modo da recepire i contenuti dell'ordine del giorno votato dalla direzione Pd". E il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, che parla di "buona risposta a chi voleva aprire fronti nel Pd. Il partito, dentro la sua espressione della commissione Lavoro, ha saputo svolgere un lavoro serio, un confronto di merito per un punto condiviso che responsabilmente impegna tutti". Lo stesso Guerini non ha escluso che il governo possa porre la questione di fiducia sul testo che sarà approvato dalla commissione lavoro della Camera, recependo l'intesa raggiunta nel Pd.

Da Bucarest, il premier Matteo Renzi dice: "Il primo gennaio entreranno in vigore le nuove regole sul lavoro: è un grandissimo passo in avanti". Ciò che sta emergendo - prosegue - è "rutto quello che è stato deciso nella direzione del Pd. Bene così, andiamo avanti".

Prima della nuova sintesi, Stefano Fassina aveva dichiarato ad Agorà, su Raitre: "Non voterò la fiducia su una delega in bianco. Noi non vogliamo rallentare le riforme, però vogliamo migliorarle". "Siamo andati in direzione - aveva aggiunto -, qualcuno ha parlato, anche se ha avuto poco senso, ma abbiamo voluto dare ancora una volta il nostro contributo per cercare di fare le riforme, ma di farle bene. Mettere una fiducia in bianco su una delega che riguarda i diritti fondamentali dei lavoratori diventa, a mio parere, un problema di rilievo costituzionale. In un clima così complicato come quello che stiamo vivendo sarebbe una forzatura, negare la possibilità di discutere allontana ancora di più dalle istituzioni i cittadini".

Anche Francesco Boccia, deputato Pd e presidente della commissione Bilancio, a SkyTg24 aveva affermato che "se il governo Renzi porrà alla Camera la fiducia sul testo del Jobs Act, così come è uscito dalla prima lettura al Senato, cioè il testo Sacconi, e non lo modifica con la norma approvata nella direzione Pd sui licenziamenti disciplinari, io non posso votarla, sarebbe un errore. Il mondo andrà avanti, ma nella vita bisogna assumersi responsabilità".

Pippo Civati, intervistato da Repubblica, aveva allargato lo scenario. "Dai prossimi passaggi - legge elettorale, riforme, Jobs Act, manovra - si capirà tutto". Riferimento all'idea di un Pd "partito unico di centro, una grande forza che domina il sistema" e "schiaccia una sinistra" che "rinuncia ai tratti riformisti". "Vedremo se uno sarà costretto ad andare via oppure se sarà possibile restare nel Pd, ma con un'agibilità". Per Civati, "non c'era motivo di pensare" che il patto del Nazareno "non continuasse, nonostante i distinguo. Crollerebbe tutto, altrimenti. Berlusconi fa sponda a Renzi, non ricostruisce il centrodestra e si mostra molto più disponibile del passato a mantenere gli accordi". E, a proposito del Jobs Act, Civati aveva profetizzato: "Se si continua così, alla Camera il dissenso crescerà".

Fibrillazioni nella maggioranza sulle possibili modifiche da apportare al testo del Jobs act. Dopo un vertice del Pd, il capogruppo Speranza apre all'ipotesi di modificare il testo. Ma Ncd non ci sta. Entrambi i capigruppo, Sacconi e De Girolamo, rimandano a quanto stabilito nel vertice di maggioranza di lunedi' scorso e annunciano che se il Pd proseguira' con la richiesta di modifiche, allora Alfano chiedera' un nuovo vertice di maggioranza. Ma il ministro Maria Elena Boschi, al termine della Conferenza dei capigruppo di Montecitorio, taglia corto: "Stiamo discutendo con tutti i partner della maggioranza. Non sono necessari vertici, e' sufficiente il lavoro parlamentare".

Ncd chiede vertice di maggioranza. "Il Pd non ha ancora la maggioranza assoluta nelle due Camere, nelle quali peraltro non è ancora stato superato il sistema paritario". Ad affermarlo il presidente della commissione Lavoro del Senato e capogruppo di Ncd a Palazzo Madama, Maurizio Sacconi, che critica la notizia dell'accordo nel Pd sul jobs act. "Nel Partito democratico - prosegue Sacconi - coabitano oggi le tesi più conservatrici con quelle più innovative e la qualità dell'equilibrio che si produce al suo interno non è per nulla scontata. Anche se sarà dirimente il decreto delegato dedicato alla regolazione del nuovo contratto a tempo indeterminato, il Nuovo centrodestra vuole discutere ora in una riunione di maggioranza le eventuali modifiche alla delega".

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