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Economia
L'opinione di Mediolanum #01 : Torna la crescita, passa la paura

Dopo una grande partenza fin dall’inizio del 2013, il Nikkei - l’indice della borsa giapponese - ha filato veloce sino a raggiungere un rialzo del 50% da inizio anno che addirittura diventa del 90% dai minimi del Novembre che precedettero l’elezione politica a premier di Abe. C’é stata una caduta che con una correzione del 20% è riuscito a superare. Non si è rialzato in modo precipitoso, ha preferito curare prima  gli eccessi, prepararsi per la corsa successiva. Perché in Giappone, la corsa economica e finanziaria, sembra appena agli inizi.

Decisamente diversa la situazione che si prospetta negli Usa e in Europa,  dove sembra di vivere in spazi temporali opposti, da un lato gli USA già molto lontani, mentre l’Europa si sta ancora preparando ai blocchi di partenza.

Un ottimismo, quello americano, che quasi sbalordisce, eppure è di pochi giorni fa la notizia della bancarotta della città di Detroit. “Motown”, un tempo la città era il tempio delle auto e della musica, oggi sembra un gigante seduto, frastornato, peró pronto a una trasformazione che deve per forza passare per il dolore della disintossicazione che gli eccessi del passato hanno creato. Le aziende USA non brillano nei conti, mentre i dati economici si alternano tra positivi e meno buoni. Il motore è forte anche senza il turbo.

Mentre gli Usa si confermano ancora una volta la locomotiva del mondo, l’Europa ancora debole confida in Mario Draghi. Ricorre in questi giorni l’anniversario del salvataggio dell’Euro: era il 26 Luglio quando da Londra  bastarono poche ma chiare e incisive parole di Draghi per fermare l’ennesimo attacco speculativo all’Europa: “la BCE farà di tutto per salvare l’Euro, e credetemi, sarà sufficiente”. Euro, Borse europee e obbligazioni dell’Europa periferica si rianimarono, fu il miracolo Draghi.

Un anno dopo, lentamente, la situazione sembra migliorare, soprattutto per l’Italia, lo dimostrano gli ultimi dati economici anticipatori, quelli sulla fiducia di consumatori e imprese e soprattutto quelli che si riferiscono alle intenzioni dei direttori degli acquisti, ci stiamo riavvicinando verso quota 50, livello che fa da spartiacque tra la recessione e la crescita.

 

PORTAFOGLIO

 

Azioni

Nonostante siano ancora molte le cattive notizie - ultima la bancarotta di Detroit - non passa giorno che sui quotidiani non si parli dei nuovi record realizzati da Wall Street, la più grande piazza finanziaria del mondo. Siamo entrati nel vivo della stagione delle trimestrali, una sfilata di conti e di numeri che ci permettono di capire qual è lo stato di salute delle aziende - si parte sempre dagli USA, poi arriva il turno dell’Europa e dell’Italia - e nonostante i record storici delle quotazioni, la cosa che più risalta è la mancanza di eccessi, a differenza di altri picchi di mercato visti in passato, oggi le quotazioni di mercato dicono che le azioni sono correttamente valutate rispetto alle medie storiche, anche senza risultati sorprendentemente positivi e nonostante alcune aziende abbiano disatteso le stime delle agenzie previsionali  la quali per il prossimo anno indicano un miglioramento dei margini, in poche parole le azioni non sono sopravvalutate, anzi c’è ancora molto spazio per crescere. I margini maggiori di questa crescita si trovano in Europa (Italia sopra tutte) e nei mercati emergenti, tra questi la Cina, oggi in apparente difficoltà, ma sempre in corsa.

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La crescita c’è, sta arrivando e in molti luoghi del mondo si sta espandendo come una grande macchia, un balsamo benefico che lenisce le ferite, dai problemi del debito a quelli del credito e delle banche, fino ad arrivare a diminuire la disoccupazione, il dato economico più lento ma in questo momento storico il più importante e vitale. Abbiamo vissuto un’epoca storica anomala. Oggi si cerca il ritorno alla normalità, un mondo che spinge verso l’alto richiede borse positive a braccetto con rendimenti al rialzo (si spera questi ultimi lo facciano con calma e moderazione), è inevitabile e non deve essere visto come un cattivo segnale.

Tra le trimestrali pubblicate negli ultimi giorni, le società che hanno brillato sorprendendo le stime degli analisti sono state le società finanziarie come Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup etc. Proprio le stesse società che hanno contribuito a generare l’attuale crisi, il messaggio che si può leggere dai bilanci è questo: a causa della finanza Usa siamo entrati in questa crisi, e grazie alla finanza Usa ne usciremo.

 

Obbligazioni

 

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Fonte: Il Sole 24 Ore 20/06/13; Wall Street Journal 10/07/13;

Il Sole 24 Ore 5 /07/13; Il Sole 24 Ore 28/06/13.

 

“Tapering” - ovvero la riduzione degli acquisti mensili di titoli da parte della Fed - è il verbo attorno a cui sembrano ruotare i mercati finanziari di tutto il mondo. Il tapering sembra essere come il sole, appena qualche nube lo copre scoppiano i malumori e i meteoropatici vengono assaliti dal pessimismo.

È questo quel che è successo il 19 Giugno scorso dopo le parole di Ben Bernanke al termine della riunione della Banca Centrale Americana. “ Abbiamo discusso sulla riduzione degli stimoli monetari, quattordici su diciannove di noi pensano che i tassi non aumenteranno prima del 2015, tutto è legato all’ottimismo dell’economia. Se le condizioni economiche miglioreranno più del previsto e l’inflazione risalirà sopra il limite da noi dichiarato come preoccupante, potremmo ridurre gli stimoli monetari, se invece sia il mercato del lavoro e sia l’inflazione rimarranno sotto i nostri obiettivi, gli acquisti continueranno al ritmo attuale.” Ma ha anche aggiunto: “se le condizioni dovessero peggiorare potremmo anche decidere di aumentare gli stimoli”. 

La reazione a caldo del mercato è stata quella di cancellare totalmente l’ultima precisazione e di focalizzarsi sul peggiore scenario tra quelli descritti: “Bernanke vede la fine degli stimoli”. Da qui le vendite di azioni, obbligazioni, materie prime, e la ricerca del classico bene rifugio: Dollaro in salita.

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Sollevare delicatamente il piede dall’acceleratore non è la stessa cosa che premere sul pedale del freno. Bernanke tiene a fare questa distinzione, tanto che nei successivi interventi ha pensato di spiegarlo con “delicatezza”, il tapering è una cosa, altra cosa è l’aumento dei tassi, che si verificherà molto in la nel tempo. È bastato che lo chiarisse per rassicurare i mercati, e i rendimenti dei Tbond e delle obbligazioni che tanto si erano compresse nel tempo, dopo la brusca risalita che a molti aveva fatto temere il ripetersi dell’incubo del 1994 (sensibile e doloroso aumento dei tassi Usa), hanno limato le esagerazioni tornando su rendimenti più ragionevoli, ritrovando una velocità di crociera più moderata e soprattutto sensata.

Lo stesso Bill Gross (boss di PIMCO, il più grande gestore obbligazionario del mondo) particolarmente critico verso la politica di Bernanke definita ingiustificata e fin troppo generosa, ha ricomprato i Treasuries (bond Usa) decennali per sfruttare la caduta dei rendimenti verso livelli più ragionevoli. 

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La realtà deve però essere affrontata, il mondo sta superando la crisi e gli Usa sono in testa nell’uscita dal tunnel, ma paradossalmente quel che nella vita normale dovrebbe essere una notizia bellissima, per i mercati, da tempo assuefatti alla terapia anti crisi, non lo è ancora, ancora non si capacitano della realtà. Devono affrontare la fase di disintossicazione che comporta rinunce, anche all'immissione di liquiditá. Un'economia in crescita comporta inevitabilmente l'aumento dei tassi d'interesse, a maggior ragione se si parte da livelli storicamente bassi in maniera  anomala.

Utile rileggere con attenzione le parole di Bernanke: “l’inflazione è una delle variabili che detterà i tempi nei movimenti dei tassi”. L’inflazione in questo momento è assente se non lievemente percepibile, è questo che ci fa stare tranquilli e ci regala tutto il tempo per aggiustare il nostro portafoglio in anestesia, senza sentire dolore.

 

Valutario

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Uno dei più grandi paradossi dei mercati finanziari lo si trova nel valutario, per anni i mercati hanno attaccato l’Europa e l’Euro testando le capacità di tenuta dell’economia e della moneta unica, per anni l’Europa è stata il ventre molle della crisi e nonostante ciò l’Euro, su tutti e soprattutto sul Dollaro, è rimasto inesorabilmente la moneta forte.

L’economia più debole con la moneta forte. Nonostante questa anomalia, sia l’Europa sia l’Italia sono riusciti a mantenere forti le esportazioni, pensate a cosa può accadere se e quando l’Euro dovesse tornare a livelli più consoni ai fondamentali economici.

E se fosse questo il momento? 

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Abbiamo potuto vedere che l’economia USA è piuttosto avanti, già fuori dal tunnel e pronta ad accelerare nella sua espansione economica, Bernanke sul finire del suo mandato ritirerà con moderazione la liquidità in eccesso dal mercato e in quel momento i dati economici torneranno a essere l’indicatore di mercato che guiderà i movimenti valutari, nella normalità ritrovata e con tassi più deboli per l’Europa rispetto agli USA è molto facile prevedere che sarà il Dollaro a prendere il sopravvento su tutte le altre monete. Da ricordare che ci sono stati momenti in cui l’Euro contro il Dollaro si è trovato sotto la parità 1 a 1, oggi siamo sopra 1,30. La moneta unica è nata con una quotazione di 1,16 sarebbe più giustificato a livello fondamentale che con il passare del tempo ci si avvicini a quella quota, piuttosto che vedere un Euro che torna sopra 1,40.

 

“Non c’è spina senza rosa”

 

“Stiamo assistendo alla riduzione più rapida del debito pubblico dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi”. Dichiarazione tanto di peso quanto sorprendente, a farla è Sylvia Mathews Burwell, voce autorevole in quanto responsabile dell’ufficio del bilancio della Casa Bianca, dedicato proprio ai conti americani.

E pensare che questa riduzione è avvenuta senza tagliare la spesa per la crescita e nemmeno gli incentivi. Stupefacente!

Solo nel 2009 gli USA erano circondati dalla frana avvenuta nel settore immobiliare, dal tracollo dei conti delle grandi banche e dalle perdite delle agenzie federali dei mutui e da quelle di AIG il colosso assicurativo. Per gli economisti più intransigenti, si era sulla soglia del non ritorno che avrebbe portato non solo al disastro economico, ma anche a un’inflazione galoppante con un finale drammatico, il default di stato.

Così non è stato, l’economia è migliorata e i vari salvataggi finanziari, operati in modo ordinato, hanno portato benefici, soprattutto alle casse dello stato, perché il risanamento dei vari enti caduti in disgrazia hanno portato plusvalore e dividendi che hanno contribuito a decurtare il debito.

A questo si aggiunge lo “shale gas” che riduce le importazioni di petrolio dall’estero, e con il tempo trasformerà il Paese da grande consumatore e importatore, in esportatore: una manna per le casse di Washington.

Un messaggio per il rigorismo di Berlino? Un messaggio anche per il Dollaro. Non solo crescita, ma anche riduzione del debito, portano salute e forza al Biglietto Verde pronto per tornare agli antichi splendori. Vi ricordate l’era del “Dollaro forte”? Potrebbe tornare.

 

 

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