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Economia
La Fed torna ad alzare i tassi: aumento dello 0,25%. Range tra 0,25 e 0,50%

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

LA PROGRESSIVA DISCESA DEI TASSI D'INTERESSE AMERICANI:

29 giugno 2006 5,25%
16 settembre 2007 4,75%
31 ottobre 2007 4,50%
11 dicembre 2007 4,25%
22 gennaio 2008 3,50%
30 gennaio 2008 3,00%
18 marzo 2008 2,25%
30 aprile 2008 2,00%
8 ottobre 2008 1,50%
29 ottobre 2008 1,00%
16 dicembre 2008 0-0,25% 

Svolta storica: una data da segnare che simbolicamente segna la definitiva uscita degli Stati Uniti dalla lunghissima crisi che come gravità è stata inferiore solo alla Grande Depressione. Dopo quasi sette anni la Federal Reserve ha messo la parola fine all'era del costo del denaro a zero e per la prima volta dopo quasi un decennio (dal 2006) è tornata ad aumentare i tassi d'interesse. Segnando l'epilogo della lunga fase di politica monetaria espansiva, accompagnata anche dalle misure non convenzionali di quantitative easing in cui la banca centrale Usa ha iniettato sul mercato 2.500 miliardi di dollari, gonfiando il proprio bilancio attraverso l'acquisto di titoli.

La mossa (decisione presa all'unanimità) della squadra di banchieri capitanata da Janet Yellen in realtà era attesa già a settembre, quando la banca centrale americana, dopo le molte pressioni del Fondo Monetario, ha preferito rinviare la stretta (lo scoppio della bolla finanziaria in Cina era ancora dietro l'angolo) a fine anno per non mettere nei guai i Paesi emergenti fortemente indebitati in dollari e innescare nuova volatilità nei listini finanziari. 

Ora, per non rischiare di perdere credibilità e grazie anche a una situazione economica negli States che, complice anche il buon lavoro svolto dall'Amministrazione democratica, è tornata a godere di buona salute (il tasso di crescita del Pil cresce a ritmi superiori al 2% l'anno, la disoccupazione è drasticamente calata dai livelli a due cifre che ha assunto durante la crisi e si avvicina al 5% e l'inflazione core, depurata cioè delle componenti volatili energia e alimentare, viaggia intorno all'1,5%), la Fed ha alzato i tassi di uno 0,25%, portando il costo del denaro dalla fascia minima dello 0-0,25% a quello superiore 0,25-0,50%. 

Il ritorno alla normalità nella gestione della politica monetaria passa anche dall'indicazione della sua rotta futura, approccio che era stato abbandonato durante la lunga crisi per la forte incertezza che caratterizzava fino ad ora il contesto interno e quello macro internazionale. E così, la Fed, nella sua nota in cui ha comunicato al mercato le proprie decisioni, ha fatto sapere che alla luce delle previsioni sull'economia Usa, i prossimi rialzi dei tassi d'interesse saranno "solo graduali". Il documento conclusivo della riunione del Fomc giustifica poi l'intervento con "i notevoli miglioramenti del mercato del lavoro" e la "ragionevole fiducia nel fatto che l'inflazione salirà nel medio termine verso l'obiettivo del 2%. Alla luce di tutto questo, la banca centrale spiega come sia giunto "il tempo di decisioni che abbiamo un impatto sugli sviluppi economici futuri". 

Wall Street, che inizialmente sembra non risentire dell'annuncio atteso da mesi e già digerito, accelera con il passare dei minuti e chiude con il Dow Jones in progresso dell'1,28%. I listini americani procedono positivi con aumenti superiori all'1%, nonostante il calo del petrolio, sceso a 35,52 dollari al barile con l'aumento più forte del previsto delle scorte petrolifere americane. L'aumento ''moderato'' dei tassi ''riconosce i progressi dell'economia'', ha affermato in conferenza stampa il presidente della Fed, Janet Yellen, sottolineando che la mossa mette fine a una ''fase straordinaria'' della politica monetaria. Una fase iniziata nel 2008, l'ultima volta che i tassi sono stati toccati: allora alla guida dela banca centrale c'era Ben Bernanke che, il 16 dicembre 2008, esattamente sette anni fa, aveva portato il costo del denaro ai minimi storici, a zero.

Proprio Bernanke è stato l'ultimo a decidere un aumento dei tassi, nel giugno del 2006. L'importanza del primo aumento dei tassi ''non va esagerata'', ha aggiunto però la Yellen, ribadendo quanto scritto nel comunicato e cioè che gli aumenti successivi saranno graduali. ''Vogliamo muoverci in modo prudente, in maniera graduale'', ha precisato, spiegando che la Fed vuole vedere l'impatto della stretta sulle condizioni finanziarie. ''Le condizioni che avevamo fissato per un aumento sono state centrate'', ha aggiunto il presidente della Fed in quella che probabilmente è la più importante conferenza stampa degli ultimi anni per la banca centrale statunitense.

''Attendere troppo per una aumento avrebbe potuto creare problemi'', e anche costringere la Fed a procedere più velocemente con i successivi rincari del costo del denaro. La media delle previsioni sui tassi dei membri del Fomc indica che saranno all'1,375% alla fine del 2016. Il costo del denaro salirà al 2,375% entro la fine del 2017 e al 3,25% in tre anni. Le previsioni implicano quattro aumenti di un quarto di punto il prossimo anno. L'aumento è stato deciso alla luce del miglioramento dell'economia americana e delle condizioni del mercato del lavoro. E alla luce della fiducia sul fatto che, nel medio termine, l'inflazione tornerà al 2% ("sono stata sorpresa dall'ulteriore movimento al ribasso dei prezzi del petrolio" ma per avere un effetto positivo sull'inflazione, con un rialzo verso l'obiettivo del 2%, "tutto quello che devono fare è stabilizzarsi: penso ci sia un limite al di sotto del quale i prezzi del petrolio difficilmente scenderanno", ha specificato poi sulla dinamica di crescita dei prezzi).

''Le informazioni ricevute dalla riunione di ottobre suggeriscono che l'attività economica si espande a ritmo moderato'', ha fatto sapere la Fed, sottolineando che ''i rischi all'outlook per l'attività economica e il mercato del lavoro sono bilanciati. L'inflazione tornerà al 2% nel medio termine''.

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