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Economia

di Gianni Pardo

C’era una volta un ricco signore novantenne tanto poco amabile che i suoi discendenti diretti - in tutto una ventina di persone - aspettavano soltanto che morisse, per mettere le mani sul suo patrimonio. E per meglio augurargli di tirare le cuoia, gli interessati si erano messi d’accordo perché ogni giorno, di primo mattino, uno di loro, a turno, dicesse: “Oggi muore il nonno”. Ma il nonno arrivò prima a novantuno anni, poi a novantadue, poi a novantatré. Ma è chiaro che, perseverando, uno dei nipoti, una volta o l’altra, avrebbe detto: “Oggi muore il nonno”, e avrebbe avuto ragione.


Questa, insegnavano i giuristi romani, è la differenza tra il termine (non si sa “quando”) e la condizione (non si sa “se”). La condizione è un’ipotesi, il termine una certezza. Consideriamo ora la recessione italiana. La recessione è un calo del prodotto interno lordo per almeno due trimestri consecutivi. E noi siamo a otto col buon peso. Non due trimestri: due anni. Nel corso del primo, Mario Monti ci annunciava un giorno sì e l’altro pure che “si vedeva la luce in fondo al tunnel”, cioè che si vedevano i primi segnali di una prossima ripresa dell’economia: ma di fatto l’illustre economista deve avere scambiato per uscita del tunnel qualche lucciola. O qualche lanterna. Infatti abbiamo continuato a scendere per tutto il tempo che lui è stato al potere. Ma ciò non impedisce al veggente di turno - il successore Enrico Letta - di vedere la luce in fondo al tunnel. E non gli si può certo usare la scortesia di dirgli che altri non la vedono. Avrà una vista migliore della nostra.


Ciò non significa tuttavia che non si uscirà dalla recessione. Monti ha sicuramente visto male. Letta ora può darsi che veda bene e può darsi (molto più probabilmente) che veda male. Ma una cosa è sicura: se non Monti, se non Letta, certo qualche altro nipote una volta o l’altra vedrà bene. Perché il pil non può andare indietro indefinitamente. La ripresa è un “termine”, non una “condizione”. Se potesse non esserci, dovremmo avere un prodotto interno lordo pari a zero e non avere dunque più né cibo né acqua né corrente elettrica, niente di niente. Cosa impossibile. Nel Medio Evo non erano ricchi, ma certamente mangiavano. Altrimenti noi non saremmo qui.


Dal fatto che la recessione certamente si fermerà e che l’economia certamente riprenderà a girare - se non migliorando costantemente almeno non peggiorando costantemente - non si deduce però automaticamente che il merito dell’inversione di tendenza sia del governo in carica in quel momento. Non più di quanto la morte del ricco vegliardo sia provocata dall’augurio del nipote di turno. Un governo si potrà attribuire il merito dell’uscita dal guado soltanto se si vedrà chiaramente che questo salvataggio è opera sua. Invece la recessione è esplosa con Monti ed è continuata con Letta, che ne ha confermato la politica economica. Ed essa ha continuato a non funzionare anche con lui. Dunque è chiaro che, se si dovesse verificare un’inversione di tendenza “Letta consule”, non sarebbe per merito di questa linea di comportamento ma soltanto perché avremmo veramente toccato il fondo. Come tutti gli uomini sono mortali, tutte le recessioni hanno una fine.


Nella situazione attuale si scontrano due opinioni: quella – maggioritaria – di chi crede che la politica economica che ci ispira l’Europa sia quella giusta – e fra questi ci sono Enrico Letta e il suo governo – e quella di chi crede che questa politica sia sbagliata. Se prevalgono la Germania e i suoi consigli, o l’Italia guarisce, perché la Germania aveva ragione, o l’Italia scoppia e fa scoppiare l’Europa. Se invece si riconoscesse che quella politica è sbagliata, bisognerebbe adottare provvedimenti drastici e drammatici, comunque meno drammatici dell’ipotesi che l’Italia scoppi e faccia scoppiare l’Europa.
La luce in fondo al tunnel ci sarà sempre. Sta a vedere quanto sia lontana e se ci arriveremo in automobile o nudi e infreddoliti.

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