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Economia
Campari, Bauli e Tamburi: made in Italy in cerca di campioni nazionali

Che l'economia italiana più che su qualche "campione nazionale" nell'industria pesante o (purtroppo) nella tecnologia possa e forse debba puntare le sue carte nel ricco tessuto di piccole e medie imprese in settori tipici del "made in Italy" come la moda e i prodotti tipici enogastronomici è ormai casa nota. Che marchi e prodotti italiani, dai tessuti e abiti di Loro Piana ai gioielli di Bulgari, dai gianduiotti di Pernigotti ai krumiri rossi dei Portinaro, piacciano agli investitori esteri è altrettanto noto da tempo. La novità delle ultime settimane, tuttavia, è che anche capitali italiani stanno tornando a scommettere sul "made in Italy" di eccellenza.

Campari, ad esempio, ha da poco comprato, pagamento in contanti, il 100% di Fratelli Averna Spa (che nel luglio dello scorso anno già avevano ceduto la Pernigotti, acquistata nel 1995, ai turchi di Toksoz) valutandola 103,75 milioni di euro, vale a dire 9,2 volte l'Ebitda proforma 2013 (11,3 milioni di euro, a fronte di 61,8 milioni di euro di vendite nette). Presentando l'operazione il gruppo controllato fin dagli anni Ottanta dalla famiglia Garavoglia (che lo scorso anno ha registrato vendite per 1524 milioni, un Ebtida di 339 milioni e un utile netto di quasi 150 milioni) ha sottolineato come l'acquisizione consentirà, grazie a quattro marchi (gli amari Averna e Braulio, il liquore naturale Limoncetta di Sorrento e la grappa Frattina), di rafforzarsi sul mercato italiano delle bevande alcoliche oltre che di sviluppare le opportunità internazionali per le specialità italiane, in particolare negli Usa.

E' un segnale importante: non si tratta più di un marchio che viene comprato dall'estero per il suo "allure" italiano,  ma di prodotti italiani che traggono il loro punto di forza anzitutto dal mercato domestico, anche se possiedono caratteristiche tali che ne dovrebbero garantire una buona accoglienza anche sui mercati internazionali. Che non sia un caso isolato ma il possibile punto di svolta di una crisi che è durata fin troppo sembra confermato da altre operazioni annunciate o nell'aria. Tamburi Investment Partner, una della compagnie di private equity di maggior successo in Italia, ha da poco rilevato per 120 milioni il 20% di Eataly dalla famiglia Farinetti, per la quale si parla di una possibile quotazione in borsa entro il 2017.

Sempre per rimanere in ambito enogastronomico il gruppo veronese Bauli (che punta a chiudere, a fine giugno, l'esercizio 2013-2014 con 500 milioni di fatturato) ha continuato a investire anche in anni di crisi rilevando marchi storici come Motta, Alemagna, Doria, fino a mettere le mani l'anno passato sulla Bistefani, storica produttrice di Krumiri di Casale Monferrato, con l'intenzione di riequilibrare la gamma facendo scendere il peso delle "ricorrenze" (pandori, panettoni, colombe e simili) a meno del 50% e di puntare, anche grazie alla spinta di Expo 2015, ad una maggiore presenza sui mercati internazionali che per ora pesano meno del 10% dei ricavi complessivi.

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