Manovra, fino a 11mila euro alle imprese che assumono madri
Per molti giovani trovare lavoro non basta per diventare indipendenti: pesano stipendi, affitti e contratti precari. In Italia oltre due ragazzi su tre tra i 18 e i 34 anni vivono ancora con i genitori. È il dato Istat del 2024, che fotografa le difficoltà di chi vorrebbe uscire dalla famiglia d’origine.
La manovra 2027 prova ad affrontare alcuni di questi ostacoli, intervenendo su lavoro, casa e sostegno alle famiglie. Tra le misure c’è la superdeduzione per le imprese che assumono stabilmente under 36 e madri lavoratrici. Il Centro studi Unimpresa ne ha calcolato i possibili benefici.
La nuova disciplina, prevista dal disegno di legge di Bilancio, porta la deducibilità complessiva del costo del lavoro al 140% per i giovani e al 180% per le madri lavoratrici. Le imprese potranno così dedurre, alle condizioni previste, più di quanto spendono per assumere. Prendendo come riferimento una retribuzione lorda annua di 45mila euro, corrispondente nella simulazione a un costo aziendale di 58.500 euro, il risparmio Ires teorico può raggiungere 5.616 euro per l’assunzione di un under 36 e 11.232 euro per quella di una madre lavoratrice.
Con una retribuzione di 35mila euro, il beneficio è rispettivamente di 4.368 e 8.736 euro. Rispetto alla maggiorazione ordinaria del 20%, il vantaggio aggiuntivo della nuova disciplina, in questa seconda ipotesi, è pari a 2.184 euro per un giovane e 6.552 euro per una madre. Secondo i dati europei, in Italia si lascia la famiglia d’origine intorno ai trent’anni, contro i 26,6 della media dell’Unione. Senza affitti sostenibili, però, anche un contratto può non bastare per andare a vivere da soli.
Il governo interviene anche sulla natalità. Il congedo parentale retribuito all’80% viene rafforzato: quattro mesi per il primo figlio, fino a cinque per il secondo e sei dal terzo, secondo le misure annunciate. Resta decisiva anche la disponibilità degli asili nido.
Marco Pepe, consigliere nazionale di Unimpresa, ha osservato che il rafforzamento degli incentivi interviene su uno dei problemi strutturali del sistema produttivo italiano, il costo del lavoro, introducendo «un vantaggio economico misurabile, che può contribuire a rendere più conveniente l’occupazione stabile». Il vantaggio fiscale può incoraggiare nuove assunzioni, ma la loro tenuta dipenderà anche dalla domanda, dalla produttività e dalla capacità delle aziende di offrire salari adeguati.
Nel 2022 la disoccupazione giovanile era ancora al 23,7%. I ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiavano, non lavoravano e non seguivano percorsi di formazione rappresentavano il 19% della popolazione della stessa età. Una delle quote più alte d’Europa.
Da allora il mercato del lavoro è migliorato, anche se il merito non può essere attribuito a una sola politica. A settembre 2026 la disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è scesa al 19,9%, mentre gli occupati complessivi hanno raggiunto 24 milioni e 328mila. Nel 2025 i NEET tra i 15 e i 29 anni si sono ridotti al 13,3%. I NEET sono quindi diminuiti di 5,7 punti rispetto al 2022.
E gli ultimi dati Istat mostrano progressi anche nell’occupazione di chi ha appena concluso gli studi: nel 2025 lavorava il 62,9% dei neodiplomati e il 78,7% dei neolaureati, con aumenti rispettivamente di 2,3 e 1,4 punti sull’anno precedente. Il rapporto OCSE di luglio 2026 riconosce i record occupazionali, anche se segnala che il tasso di occupazione del Paese resta circa nove punti sotto la media OCSE, con ritardi particolarmente marcati proprio tra donne e giovani.
È anche alla luce di questi dati che, secondo quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi, il governo ha destinato gran parte delle pur limitate risorse disponibili a misure per giovani e donne. Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha affrontato il problema in un intervento del gennaio scorso dedicato proprio a giovani, innovazione e capitale umano. Ha ricordato che la produttività italiana ristagna da un quarto di secolo, frenando salari e opportunità.
Panetta ha richiamato anche il confronto europeo. Dal 2000 i salari orari italiani sono rimasti pressoché fermi in termini reali, mentre in Germania sono aumentati del 21% e in Francia del 14%. L’inflazione ha allargato il divario: dal 2019 prezzi su del 20%, retribuzioni nominali del 12%.
La manovra prova a intervenire anche su questo versante, prevedendo per il 2027 un’imposta sostitutiva dell’1% su determinati incrementi retributivi fino a 2.500 euro, nei limiti e alle condizioni stabiliti dalla legge. Una misura che si affianca agli incentivi alle assunzioni e punta ad aumentare il reddito netto dei giovani lavoratori interessati.
Un altro intervento riguarda gli affitti. Per i nuovi contratti a canone concordato stipulati nel 2027, infatti, il disegno di legge prevede di ridurre la cedolare secca all’1% quando l’inquilino ha meno di 36 anni. Il vantaggio fiscale riguarda direttamente il proprietario, non il conduttore. Si punta ad aumentare l’offerta, ma non è detto che il risparmio fiscale riduca i canoni.
Il problema tocca anche laureati sottoccupati, precari e giovani donne impegnate nella cura familiare. Lo conferma la ricerca INAPP del giugno 2026, Dentro la condizione NEET, di Anna Ancora e Antonietta Maiorano, che mette in discussione l’idea semplicistica secondo cui i giovani che non lavorano e non studiano sarebbero prevalentemente persone prive di motivazione.
Le ricercatrici descrivono situazioni molto diverse: ragazze impegnate nel lavoro di cura familiare, laureati bloccati dalla richiesta di un’esperienza professionale che non hanno potuto acquisire, giovani alle prese con occupazioni discontinue e persone che cercano di migliorare autonomamente le proprie competenze. La famiglia, rileva l’INAPP, supplisce spesso alla carenza di servizi pubblici.
Il divario diventa ancora più marcato nel Mezzogiorno. Il Rapporto Svimez 2025 mette in luce una contraddizione. Tra il 2021 e il 2024 gli occupati under 35 nelle regioni meridionali sono aumentati di circa 100mila unità. Nello stesso periodo, però, 175mila giovani hanno lasciato il Sud per trasferirsi nel Centro-Nord o all’estero.
Svimez parla di una vera e propria trappola del capitale umano. Il Sud forma giovani che poi lavorano altrove. L’associazione stima che l’investimento in istruzione perso ogni anno a causa dell’emigrazione dei laureati meridionali ammonti a circa 8 miliardi di euro.
Lo stesso rapporto richiama un altro dato: nel 2024 il rischio di povertà tra gli occupati nel Mezzogiorno raggiungeva il 19,4%, circa tre volte il livello del Centro-Nord. Anche per questo la crescita del numero degli occupati non coincide sempre con una maggiore sicurezza economica. Oltre alla maggiorazione fiscale del costo delle nuove assunzioni, la politica di sostegno alle famiglie comprende il taglio delle imposte sul lavoro, gli aiuti per gli asili nido, i congedi parentali e gli strumenti destinati alla genitorialità.
Su un altro versante, il Dipartimento per il programma di Governo ha elaborato una simulazione richiamata dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Nel caso di una madre lavoratrice con due figli piccoli e un reddito annuo di 30mila euro, il vantaggio economico complessivo nel 2026, rispetto alle condizioni del 2022, può arrivare a 11.646 euro.
È una cifra significativa per il caso ipotizzato, considerando l’insieme delle misure applicabili. Non è però un beneficio generalizzato né deriva tutto da minori imposte. La simulazione comprende benefici fiscali, trasferimenti e agevolazioni legate a particolari condizioni familiari e lavorative, alcune delle quali non sono ricorrenti.
La manovra introduce strumenti utili e l’occupazione è ai massimi. Ma per misurarne gli effetti sui giovani servirà verificare la qualità dei nuovi posti, il potere d’acquisto dei salari e l’accessibilità delle case. È lì che si gioca la loro autonomia.
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