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Economia

 

Ci volevano il G7 prima e il G20 poi per mettere nuovamente monete "al centro del dibattito politico mondiale" come notano gli analisti di Morgan Stanley, secondo cui "mentre vi è stata una certa confusione per quanto riguarda l'interpretazione della dichiarazione (del G7, ndr), non vi è alcun dubbio circa la sensibilità della classe politica ai tassi di cambio, al momento", come in effetti par di capire dalle numerose dichiarazioni che negli ultimi giorni si sono ripetute da parte di esponenti quali, ad esempio, Jens Weidmann (membro tedesco della Bce), dettosi apertamente contrario ad un eventuale taglio dei tassi ufficiali europei per indebolire l'euro.

Secondo gli esperti americani, tuttavia, "questo non cambierà la politica" attuale, per cui viene confermata la visione relativa alle principali tendenze dei mercati valutari, con "la liquidità sullo yen che rimane una grande forza" ed un cambio "dollaro/yen in un trend rialzista significativo e sostenibile". Lo yen, insomma, tornerà a perdere terreno: musica per le orecchie del finanziere George Soros (divenuto improvvisamente famoso nel settembre del 1992 per aver venduto allo scoperto oltre 10 miliardi di sterline, attacco che obbligò di lì a poco l'Inghilterra a far uscire la sterlina dallo Sme e a svalutare) che secondo alcune fonti avrebbe speculato al ribasso contro la divisa giapponese col proprio family office, riuscendo a guadagnare sino allo scorso novembre almeno 1 miliardo di dollari.

Ma ben oltre la possibilità di portare a guadagni (o perdite) miliardarie per gli investitori in grado di effettuare operazioni di trading approfittando degli alti e bassi dei cambi, il tema dei "corretti" rapporti tra le diverse valute mondiali è destinato a restare al centro della scena dato i segnali sempre più evidenti di un ulteriore rallentamento ciclico emersi tanto in Giappone (dove il Pil è calato per il terzo trimestre consecutivo negli ultimi tre mesi del 2012, segnando -0,1% sul trimestre precedente ossia -0,4% su base annualizzata) sia in Eurozona (l'ultimo trimestre del 2012 si è chiuso con un calo dello 0,6% su base trimestrale, dello 0,9% su base annua), con gli stati del Sud Europa come  l'Italia (-0,9% trimestre su trimestre e a -2,7% su base annua) sempre più in affanno ma anche la "virtuosa" Germania in panne (-0,6% nel trimestre, appena +0,1% sull'anno).

Se le esportazioni debbono essere la sola valvola di sfogo concessa alle economie occidentali per rifiatare nel bel mezzo di una recessione autoindotta (in Eurozona) da un restringimento del credito che si coniuga ad una repressione fiscale (o meglio sinché la "ricetta tedesca" non verrà modificata, forse dopo le elezioni tedesche del prossimo settembre) i rapporti di cambio possono giungere da acceleratore o da freno per l'andamento della bilancia commerciale. Ma quali sono i rapporti "corretti" a cui dovrebbero tendere i cambi, in particolare l'euro/dollaro? La risposta non è univoca e varia a seconda dei singoli paesi.

Secondo una simulazione condotta di recente dalla Bce, a fronte di un cambio che oscilla al momento tra 1,33 e 1,34 (dopo aver superato brevemente quota 1,35 la scorsa settimana), la Germania può permettersi anche un cambio euro/dollaro pari a 1,53 prima di risentire della eccessiva forza della divisa unica. Ecco dunque spiegati i ripetuti attacchi da parte di Berlino a ogni ipotesi di un ulteriore allentamento della politica monetaria europea che possa indebolire l'euro. Non ha molto da dire l'Irlanda, la "prediletta" tra i PIIGS che sta riuscendo a riemergere dal baratro dopo essersi allineata strettamente alla "ricetta" economica promossa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, perché per Dublino un cambio corretto potrebbe essere attorno a 1,40-1,41 dollari per euro.

Hanno invece da dolersi paesi meno "virtuosi" o se volete meno liberisti come la Spagna (che dovrebbe puntare a un cambio pari a 1,26) o il Portogallo (1,24), ma anche la Francia (per cui un rapporto corretto sarebbe attorno a 1,23), l'Olanda (1,22) e persino il Belgio (1,19). E l'Italia? Pur con un debito pubblico che a fine 2012 era calato a "soli" 1.988 miliardi di euro (dal record di 2.020,82 di fine novembre), a causa di un'economia sempre più in crisi che rischia di far rapidamente salire il rapporto debito/Pil (se il Prodotto interno lordo italiano dovesse calare di un punto percentuale quest'anno il rapporto arriverebbe al 130% anche a fronte di un debito pubblico stabile), se non cambierà ricetta saranno guai.

Perché per l'Italia l'unico modo per poter contare sull'export come motore per la propria crescita sarebbe vedere un euro che cala a 1,19 contro dollaro. Poco di più di quell'1,07 che servirebbe alla Grecia per rimettersi in moto. Una somiglianza, quella tra Roma e Atene, che al momento nessuno vuole vedere come testimoniano rendimenti e spread nel complesso stabili sui titoli di stato su cui il Tesoro (non la Banca d'Italia) paga interessi che vanno dall'1,55% dei bond a 2 anni al 4,4% dei decennali (mentre un Btp a 30 anni offre una cedola pari al 5% lordo). Ma una somiglianza fin troppo sinistra per non preoccupare chi dovrebbe tutelare l'economia del Belpaese sia in sede comunitaria sia in occasione delle riunioni dei vari organismi sovranazionali come il G7 o il G20.

Luca Spoldi

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