Mps-BancoBpm, una fusione che fa acqua
Nell’epoca del “carta-contro-carta”, torna di moda la fusione tra BancoBpm e Mps. Un’idea in realtà covata da tempo, sicuramente almeno da aprile – da quando, cioè, Piazza Meda votò per la lista Lovaglio durante l’assemblea di Rocca Salimbeni. Un’unione difensiva più che una mossa strategica, resa ancora più urgente dal fatto che Intesa Sanpaolo ha messo sul piatto azioni e cash per conquistare Monte dei Paschi.
E dunque, da una parte un’operazione fatta più che altro per tutelare lo status quo e per coronare quel sogno di Giancarlo Giorgetti di un terzo polo italiano con Giuseppe Castagna amministratore delegato e Luigi Lovaglio presidente. Un’operazione che però aveva un enorme convitato di pietra: i francesi di Crédit Agricole che, nel silenzio generale, si sarebbero ritrovati primi azionisti del nuovo gruppo bancario con una quota intorno al 15% e soprattutto pivotali nella gestione del 13% di Generali detenuto in pancia da Mediobanca e, quindi, da Mps.
LEGGI ANCHE: BancoBpm-Crédit Agricole, il 3 luglio i francesi arrivano in Italia da Giorgetti. Ma il Mef smentisce
In un’economia di mercato europea nulla da segnalare. Ma se il ministro Giorgetti è lo stesso che ha imposto il golden power nell’operazione con cui Unicredit si sarebbe dovuta comprare tramite Opas Banco Bpm – dicendo che Gae Aulenti è un soggetto straniero – ecco allora qualcosa da obiettare c’è.
I francesi sono, appunto, francesi. E quindi ci sarebbe da inarcare più di un sopracciglio. Ma il problema resta: perché mai Siena, che a oggi vale in Borsa 35,8 miliardi di euro dovrebbe accettare di fondersi con un istituto di credito che ne vale poco più di 24? Certo, Tesla insegna che il valore di borsa è relativo, ma insomma… Anche qui viene il sospetto che sia una scelta interamente difensiva nei confronti di Intesa Sanpaolo, più che una scelta industriale. Non si infrange la passivity rule, da parte di Siena, ma si cambiano molto le carte in tavola. Si vedrà, anche perché ovviamente la scelta sarà poi degli azionisti.
Peserà molto la scelta di Francesco Gaetano Caltagirone, che però con Intesa ha un rapporto finanziario privilegiato e che, a operazione completata, si troverebbe con oltre il 2% di Ca’ De Sass. Molto peserebbe anche la Delfin guidata da Francesco Milleri, se non fosse dilaniata da conflitti interni difficili da appianare e costretta quindi a giocare in difesa dopo aver sostenuto la lista di Lovaglio per Mps.
D’altronde, inutile nascondersi: l’opas di Intesa garantisce agli azionisti del Monte dei Paschi quel cash che la fusione paritetica con BancoBpm non offre. Non un dettaglio da poco, insomma. E poi il futuro: l’istituto di credito guidato da Carlo Messina garantirebbe una stabilità definitiva al Monte che, contestualmente, vedrebbe con ogni probabilità l’uscita dal capitale azionario dello Stato italiano dopo quasi un decennio.
BancoBpm teme di restare con il cerino in mano: dopo aver scampato il tentativo di acquisizione da parte di Unicredit, ora potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione, come nel gioco dell’oca. E questa volta senza più poter chiedere aiuto allo Stato. D’altro canto, Crédit Agricole preme per capire come portare avanti la propria partita: finora è stato un socio tutto sommato silenzioso e prettamente finanziario. Ma con la possibilità di salire fino al 29,9%, soglia dell’opa, potrebbe guardare in modo più diretto a Piazza Meda.
E il governo non farebbe una bella figura. Possibile, magari, che Unicredit torni ad affacciarsi, dopo aver completato l’integrazione di Commerzbank, magari come regalo di buon auspicio di Andrea Orcel ai suoi azionisti dopo la (scontata) riconferma ad aprile dell’anno prossimo.

