Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Corporate – Il giornale delle imprese » Fondazione Laura e Alberto Genovese, cura personalizzata e inclusione sociale: l’intervista al DG Vittorio Tanzi

Fondazione Laura e Alberto Genovese, cura personalizzata e inclusione sociale: l’intervista al DG Vittorio Tanzi

Tanzi (Fondazione Laura e Alberto Genovese): “Indispensabile prestare grande attenzione alla singolarità del paziente e alla personalizzazione della terapia”

Fondazione Laura e Alberto Genovese, cura personalizzata e inclusione sociale: l’intervista al DG Vittorio Tanzi

Fondazione Laura e Alberto Genovese, dalla dipendenza alla ricostruzione con cura personalizzata e inclusione sociale: intervista al DG Vittorio Tanzi

Dall’ascolto delle famiglie alla presa in carico dei pazienti, fino ai percorsi residenziali e al reinserimento sociale e lavorativo. La Fondazione Laura e Alberto Genovese punta a costruire una filiera completa per la cura delle dipendenze patologiche. A spiegare obiettivi, strumenti e prospettive è Vittorio Tanzi, Direttore Generale della Fondazione. La Fondazione Laura e Alberto Genovese nasce con una pluralità di obiettivi. Come spiega il DG Tanzi, è stata costituita per volontà di Laura Genovese, sorella di Alberto Genovese, con l’intento di offrire supporto, orientamento e aiuto ai familiari di persone con un disturbo da uso di sostanze.

In una prima fase”, racconta Tanzi, “la Fondazione aiutava soprattutto le persone che avevano bisogno di intraprendere un percorso terapeutico, residenziale oppure ambulatoriale”. A partire da settembre 2025, però, è stato compiuto un ulteriore passo: l’apertura diretta di punti di ascolto, assistenza e cura rivolti a chiunque presenti un disturbo legato all’uso di sostanze. Il primo ambulatorio è stato inaugurato a Milano il 1° settembre 2025 e segue già gratuitamente più di 400 famiglie. “Abbiamo inoltre iniziato a prendere in carico i pazienti che necessitano di un trattamento”, prosegue il Direttore Generale, “cercando di mantenere tariffe molto contenute”.

L’offerta terapeutica comprende percorsi di terapia cognitivo-comportamentale condotti da psicoterapeuti, terapie di gruppo rivolte sia ai familiari sia alle persone direttamente interessate, oltre a colloqui individuali con psicoterapeuti, psicologi e psichiatri. “Abbiamo avviato anche attività online di supporto e orientamento per i familiari”, aggiunge Tanzi. Tra gli strumenti introdotti vi è inoltre la TMS, la stimolazione magnetica transcranica, considerata un’ulteriore possibilità di intervento per le persone con problemi di abuso di sostanze. “Ad aprile di quest’anno”, conclude il Direttore Generale, “abbiamo infine aperto la nostra prima struttura residenziale di cura in provincia di Varese”.

L’intervista di Affaritaliani a Vittorio Tanzi, Direttore Generale della Fondazione Laura e Alberto Genovese

Direttore Tanzi, la tossicodipendenza non coinvolge soltanto chi ne soffre, ma l’intero nucleo familiare e, più in generale, l’intera cerchia di rapporti affettivi della persona in questione. Quali sono le difficoltà più comuni vissute dalle famiglie e dalle persone vicine a una persona tossicodipendente?

Il disturbo da uso di sostanze e la tossicodipendenza costituiscono una malattia che coinvolge l’intero nucleo familiare e, più in generale, tutte le persone care e affettivamente vicine alla persona direttamente interessata. È come un sasso che cade in un lago: i cerchi concentrici che si formano coinvolgono progressivamente tutte le persone che le stanno accanto. Una delle specificità del nostro approccio consiste quindi nel considerare che qualsiasi trattamento delle dipendenze patologiche da sostanze può produrre risultati migliori quando vengono coinvolti anche gli “altri significativi”, ossia le persone che hanno un legame affettivo o familiare con il paziente”, ha dichiarato Tanzi.

Come si sviluppa concretamente il percorso di sostegno offerto dalla Fondazione e che cosa accade dal momento in cui una famiglia vi contatta per la prima volta?

Esistono due tipologie principali di percorso. Molto spesso sono i familiari a chiedere aiuto per primi, e non la persona direttamente interessata. Questa è un’altra peculiarità delle dipendenze patologiche: solo raramente chi presenta il disturbo si rivolge direttamente a un servizio. Più frequentemente la richiesta arriva da un amico, da un familiare, dal marito, dalla moglie, da un fratello o, molto spesso, dai genitori. Noi prendiamo innanzitutto in carico la persona che ci contatta, offrendole la possibilità di svolgere colloqui, ricevere orientamento, ascolto e supporto e, quando possibile, partecipare ai nostri gruppi. Il confronto con altre persone permette anche di comprendere che questa esperienza riguarda molte famiglie e che non si è soli. Cerchiamo inoltre di lavorare sullo stigma, sulla paura e sulla vergogna che possono derivare dall’avere un familiare o una persona cara con questo tipo di problema”, ha detto Tanzi

Successivamente, quando è possibile, cerchiamo di entrare in contatto con la persona che necessita direttamente di cure. Occorre quindi”, ha proseguito Tanzi, “tenere conto sia dei bisogni del familiare sia di quelli della persona realmente interessata. In questo secondo caso, naturalmente, il percorso è diverso. È necessario incontrare la persona con un disturbo da uso di sostanze, comprenderne la gravità e i bisogni, formulare, quando possibile, una diagnosi accurata con l’aiuto dei nostri psicoterapeuti e valutare se sia indicato un trattamento ambulatoriale oppure un percorso residenziale”.

Bisogna inoltre stabilire se sia necessaria una fase di disintossicazione. Per questo motivo stiamo stipulando convenzioni con strutture di cura pubbliche e private. In seguito, può essere valutata anche l’opportunità di intraprendere un percorso terapeutico in comunità”, ha ribadito Tanzi

La Fondazione propone un metodo articolato in quelli che sono definiti come ‘quattro passi’: capire cosa sta succedendo, non agire da soli, intervenire in modo utile e mettersi in sicurezza prima di aiutare. Può spiegarci perché questi passaggi sono così rilevanti in un percorso riabilitativo e come possono sostenere concretamente il percorso di un paziente e della sua famiglia?

Si tratta di passaggi molto importanti, soprattutto per i familiari delle persone che arrivano alla nostra attenzione. Senza riuscire, per esempio, a mettersi in sicurezza rispetto al problema e senza ricevere un orientamento e un supporto adeguati, spesso è difficile compiere un passo nella direzione della cura. Tutti possiamo commettere degli errori: i terapeuti, i pazienti e i familiari. Se, però, riusciamo a costruire un buon contratto terapeutico e una prima forma di alleanza e collaborazione, possiamo forse procedere nella direzione del desiderio di cura della persona. Dentro ciascuno esiste una parte che desidera curarsi, ma che può incontrare enormi difficoltà nel trovare gli strumenti, la motivazione e la continuità necessari. Se riusciamo a stabilire almeno una prima alleanza terapeutica, possiamo iniziare a costruire un percorso insieme”, ha affermato Tanzi.

Nel ruolo di direttore generale quale visione guida il suo lavoro e le scelte future della Fondazione? Guardando ai prossimi anni, in quale direzione vorreste far evolvere il modello della Fondazione e quali nuove iniziative o implementazioni di servizi di aiuto considerate prioritarie?

Nel mio ruolo di Direttore Generale della Fondazione, ritengo che nei prossimi mesi e nei prossimi anni dovremo riuscire a ricostruire l’intera filiera della cura. L’obiettivo è offrire a ciascuna persona, sulla base dei suoi specifici bisogni, la possibilità di accedere a tutte le fasi del trattamento. Il percorso deve partire dall’orientamento, dalla presa in carico e dalla comprensione del bisogno, per arrivare alla disintossicazione, al trattamento ambulatoriale o residenziale e, soprattutto, al reinserimento sociale e lavorativo”. “Queste ultime fasi sono spesso molto trascurate, anche perché nel privato sociale è difficile realizzarle in modo efficace. Occorre costruire solidi collegamenti con il territorio e creare opportunità di stage, apprendistato e inserimento lavorativo per persone che, al termine di mesi di cura e dopo un passato di tossicodipendenza, continuano a subire uno stigma molto forte”, ha dichiarato Tanzi.

L’idea è quindi quella di sviluppare ogni aspetto della filiera, disponendo direttamente di luoghi di cura adeguati e personalizzati oppure costruendo collaborazioni solide con altre realtà. Un altro tema a cui tengo molto è la possibilità di collaborare con istituzioni impegnate nella ricerca e nello studio, come l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, per promuovere la ricerca nell’ambito delle dipendenze e condividere i risultati raggiunti. Vorremmo inoltre offrire borse di studio alle persone desiderose di proseguire il proprio percorso formativo e migliorare la qualità della propria vita”, ha affermato il Direttore Generale della Fondazione.

Dal suo punto di vista gli ausili istituzionali e pubblici alle persone tossicodipendenti e alle loro famiglie sono sufficienti? In caso contrario come e dove sarebbe prioritario intervenire?

Gli ausili e gli strumenti disponibili per la cura delle dipendenze non sono mai sufficienti. Questo avviene perché la capacità di cura delle dipendenze patologiche è costantemente costretta a rincorrere l’evoluzione dei bisogni delle persone. È quindi molto importante individuare nuovi strumenti, reperire nuove risorse e creare nuovi luoghi di cura, oltre a condividere i risultati con la comunità scientifica, con i professionisti e con tutti coloro che si occupano di questo problema”, ha dichiarato Tanzi.

In qualche modo, siamo sempre insufficienti. Sarebbe bello poter affermare di disporre di tutti gli strumenti necessari e di paradigmi terapeutici sempre certi. Al momento”, ha proseguito Tanzi, “possiamo dire che alcuni strumenti funzionano meglio di altri, ma che non esiste un unico paradigma valido per tutti. È quindi indispensabile prestare grande attenzione alla singolarità della persona e alla personalizzazione della terapia. A volte è necessario anche superare alcuni vecchi schemi sui quali si sono storicamente costruiti i trattamenti delle dipendenze patologiche, perché quei modelli sono nati in un mondo completamente diverso da quello attuale. Un esempio riguarda l’attenzione alle specificità di genere. Le prime strutture di cura, le comunità e i servizi pubblici e privati erano impostati secondo un modello prevalentemente maschile ed erano costruiti intorno ad alcune forme specifiche di dipendenza: inizialmente quella da eroina e, successivamente, quella da cocaina. Oggi ci troviamo invece di fronte a un fenomeno molto più complesso, sfaccettato e caratterizzato da una pluralità di generi e di bisogni. Non è più possibile non tenere conto di questi aspetti”, ha detto in conclusione il Direttore Generale Tanzi.

L’impegno della Fondazione Laura e Alberto Genovese non si limita al sostegno delle persone che affrontano una dipendenza e delle loro famiglie, ma si estende anche ai temi della dignità, dei diritti e del reinserimento delle persone detenute. In questo ambito rientra il sostegno al Movimento Italiano Diritti Detenuti, nato recentemente con l’obiettivo di promuovere un modello di giustizia fondato sulla responsabilizzazione, sulla tutela dei diritti e sull’inclusione sociale. La stessa attenzione si traduce nel supporto a due progetti dedicati alle persone in regime di detenzione: ZeroMail e FinePena.it. ZeroMail punta a ridurre la distanza tra il carcere e gli affetti: la persona detenuta scrive una lettera a mano, che viene raccolta, digitalizzata in modo sicuro e inviata via e-mail ai familiari; la risposta viene poi stampata e consegnata in istituto. FinePena.it, invece, è uno strumento gratuito che consente di calcolare il termine della pena e le date utili per richiedere benefici e misure alternative, a partire dalla data di inizio della detenzione e dalla durata della condanna. Un insieme di interventi che restituisce una visione più ampia della cura e del reinserimento: non soltanto accompagnare le persone fuori dalla dipendenza o dalla detenzione, ma creare le condizioni perché possano ricostruire legami, autonomia e un nuovo spazio nella società.