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Generali Italia: presentato il Rapporto Welfare Index PMI 2026 a Roma

Fancel (Generali Italia): “Il Rapporto Welfare Index PMI 2026 conferma come il welfare aziendale sia oggi parte integrante delle strategie d’impresa e una leva concreta di crescita”

Generali Italia: presentato il Rapporto Welfare Index PMI 2026 a Roma

Generali Italia: presentato il decimo studio sul welfare aziendale, oltre 3 su 4 delle imprese a livello medio

È stato illustrato oggi, a Roma, il Rapporto Welfare Index PMI 2026, uno studio giunto ormai al suo decimo anno di vita che offre una fotografia dettagliata sullo stato del welfare nelle piccole e medie imprese del nostro Paese.

Quest’anno l’iniziativa, promossa da Generali Italia con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e con la partecipazione delle principali Confederazioni italiane (Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato, Confprofessioni e Confcommercio), ha registrato l’adesione di oltre 7.000 aziende provenienti da ogni regione e settore merceologico d’Italia, un numero complessivo che risulta più che triplicato rispetto alla primissima edizione.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, Ministro per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione Normativa ha dichiarato: “Il Rapporto Welfare Index PMI 2026 dice che le aziende con un welfare più evoluto registrano tassi di crescita superiori a quelli delle imprese che investono meno nel benessere dei propri lavoratori. Le imprese più forti, dunque, sono quelle che mettono al centro la persona. Oggi i giovani, ad esempio, non scelgono un’impresa soltanto in base alla retribuzione. Guardano alla qualità del lavoro, alle opportunità di crescita, all’equilibrio tra vita e lavoro, ai servizi e ai benefit offerti. In sintesi: guardano al progetto di vita legato a un posto di lavoro. Per attrarre e trattenere i talenti non bastano più gli stipendi. Servono imprese che investano sulla persona prima ancora che sul lavoratore. Imprese capaci di guardare ai bisogni e alle aspirazioni dei propri dipendenti, non soltanto alla loro produttività. Il welfare, dunque, fa bene ai lavoratori, ma fa bene anche alle imprese. Quando una piccola impresa investe nel welfare, non migliora soltanto la qualità della vita dei propri dipendenti. Rafforza il tessuto sociale della comunità in cui opera. E quando l’impatto sociale di un’azienda supera i confini dello stabilimento, sostenendo le comunità locali, promuovendo formazione e salute, valorizzando il capitale umano e i giovani talenti, quell’impresa contribuisce a un obiettivo ancora più grande: creare occupazione, aiutare la coesione sociale e rendere attrattivi anche i territori più periferici, contrastandone lo spopolamento”.

Il modello analitico su cui si basa l’indagine si articola in dieci specifiche aree d’intervento: 1) Previdenza e protezione, 2) Salute e assistenza, 3) Conciliazione vita-lavoro, 4) Sostegno economico ai lavoratori, 5) Sviluppo del capitale umano, 6) Sostegno per educazione e cultura, 7) Diritti, diversità, inclusione, 8) Condizioni lavorative e sicurezza, 9) Responsabilità sociale verso consumatori e fornitori, 10) Welfare di comunità.

I risultati emersi mostrano come il welfare aziendale abbia ormai raggiunto una fase di piena maturità, con le PMI fortemente consapevoli del proprio impatto e ruolo sociale. Ben il 76,5% delle imprese italiane di piccole e medie dimensioni (ossia più di 3 su 4) ha infatti superato il livello medio di welfare. Al contempo, la quota di realtà che riducono questo strumento a un mero adempimento degli obblighi contrattuali si contrae progressivamente, attestandosi oggi solo al 18,2%. Al contrario, le PMI caratterizzate da un livello alto o molto alto sono più che triplicate nell’ultimo decennio, balzando dal 10,3% del 2016 al 33,9% del 2026.

Giancarlo Fancel Country Manager & CEO Generali Italia, ha dichiarato:“Il Rapporto Welfare Index PMI 2026 conferma come il welfare aziendale sia oggi parte integrante delle strategie d’impresa e una leva concreta di crescita, capace di generare valore per i dipendenti, le loro famiglie e i territori. In questi dieci anni abbiamo accompagnato un percorso che ha rafforzato la consapevolezza del ruolo sociale delle PMI, sempre più protagoniste della coesione e dello sviluppo economico. Come Gruppo Generali sosteniamo la crescita del tessuto produttivo italiano con iniziative concrete, interpretando il nostro ruolo di Partner del Paese”.

All’evento di presentazione nella Capitale hanno preso parte numerose autorità istituzionali e partner del progetto, tra cui : Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy; Maria Elisabetta Alberti Casellati, Ministro per le riforme istituzionali e la Semplificazione Normativa; Monica Lucarelli, Assessora alle Attività Produttive e alle Pari Opportunità di Roma Capitale; Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo Generali Italia; Massimo Monacelli, General Manager di Generali Italia; Fausto Bianchi, Presidente Piccola Industria e Vicepresidente, Confindustria; Riccardo Giovani, Direttore Politiche Sindacali e del Lavoro, Confartigianato; Luca Brondelli di Brondello, Vice-Presidente di Confagricoltura; Marco Natali, Presidente di Confprofessioni; Eugenio Miccone, Presidente giovani imprenditori Confcommercio Roma; Barbara Lucini, Responsabile Country Sustainability & Social Responsibility di Generali Italia; Enea Dallaglio, MBS Consulting – A Cerved Company. 

Nel tracciare la storia di questi dieci anni di monitoraggio del Welfare Index PMI, gli esperti identificano tre distinte fasi evolutive. La prima (2016-2019) è stata una fase espansiva, contraddistinta da una rapida diffusione delle iniziative e da un progressivo ampliamento delle prestazioni offerte. La seconda (2020-2024), condizionata profondamente dal contesto del Covid-19, ha visto una forte crescita di consapevolezza, con il welfare che ha assunto una valenza più strategica per la resilienza del sistema produttivo e il sostegno a famiglie e lavoratori. Oggi si apre invece la terza fase, quella della maturità: pur registrando un rallentamento della crescita quantitativa, avanza l’evoluzione qualitativa e l’integrazione strutturale del benessere nelle strategie d’impresa, aumentando l’efficacia nel generare valore condiviso a beneficio delle aziende stesse, dei nuclei familiari e dell’intero sistema Paese.

Fausto Bianchi, Presidente della Piccola Industria di Confindustria e Vice Presidente di Confindustria, ha dichiarato: “Nelle PMI c’è una forte consapevolezza che i figli dei dipendenti rappresentino il futuro del Paese. È una sensibilità che nasce naturalmente, perché nelle piccole imprese, che spesso sono a conduzione familiare, il rapporto tra imprenditore e collaboratori è diretto, quotidiano: si condividono responsabilità, fiducia e i momenti più importanti della vita delle persone. Ora questa sensibilità deve trasformarsi in strategia: le imprese che integrano il welfare nella propria cultura aziendale sono più produttive, attraggono talenti e sono più pronte ad affrontare il cambiamento. Le PMI possono fare la differenza sul tema dell’ascensore sociale, perché mettono la persona al centro e offrono la possibilità di valorizzare il talento indipendentemente dalla condizione di partenza”.

L’esame aggrega molteplici dati sul comportamento delle aziende (estensione delle tutele, entità della spesa, fonti istitutive come contratti collettivi o iniziative autonome, modalità di gestione e obiettivi dichiarati), classificando le PMI in quattro profili specifici: Welfare in evoluzione: costituisce il segmento più numeroso, pari al 31,7% delle imprese (in aumento rispetto al 24,9% del 2016), caratterizzato da realtà posizionate perlopiù a livello medio e in transizione tra la valorizzazione della funzione sociale e le politiche retributive o di relazioni industriali. Welfare premiante: comprende il 31,1% delle aziende (rispetto al 23,9% del 2016), le quali utilizzano e gestiscono il welfare aziendale come componente integrata del proprio sistema retributivo ed incentivante, ritenendolo di grande importanza per il raggiungimento dei risultati di business. Welfare strategico: raccoglie il 19% del campione (era l’8,5% nel 2016) ed esprime un modello evoluto ai massimi livelli d’iniziativa e capacità gestionale, dove la reputazione e la soddisfazione dei dipendenti sono considerati obiettivi centrali. Welfare di conformità: si ferma al 18,2% del totale (in netta riduzione rispetto al 42,7% del 2016), muovendo i primi passi nel settore e limitandosi perlopiù ad applicare le disposizioni previste dai contratti collettivi.

Luca Brondelli di Brondello, vicepresidente di Confagricoltura ha dichiarato:“La sostenibilità è un fattore strategico di competitività che genera valore economico, ambientale e sociale. Tuttavia, richiede investimenti importanti che non possono ricadere solo sulle imprese, proprio perché vanno a vantaggio dell’intera collettività. Servono, dunque, politiche adeguate a sostegno, per far sì che sempre più aziende, a tutti i livelli, vadano in questa direzione. Oggi, dopo anni di slogan, possiamo dire con orgoglio che si sta affermando una visione più concreta della sostenibilità, fondata sui risultati, come dimostra il Welfare Index PMI. Noi di Confagricoltura aderiamo sempre con impegno, perché valorizzare le esperienze virtuose è il modo migliore per dimostrare che sostenibilità e crescita possono e devono procedere insieme”.

Eugenio Miccone, Presidente Giovani Imprenditori Roma Confcommercio ha dichiarato:“Assistenza sanitaria integrativa e attenzione alla cura e al benessere dei lavoratori sono pilastri della nostra visione di welfare aziendale, integrato e sussidiario a quello pubblico e che supporti il lavoratore. Per questo Confcommercio ha costruito un solido sistema di welfare contrattuale che, attraverso fondi sanitari e bilateralità, raggiunge persino le micro imprese – quelle che più faticano nell’implementazione di servizi di welfare-, con un’attenzione crescente alla prevenzione da una parte e alla non autosufficienza e alla cronicità dell’altra, coscienti delle transizioni demografiche in atto”.

L’impatto sociale si attesta oggi come l’indicatore chiave di questa maturità: non conta più soltanto la semplice diffusione delle iniziative, ma la loro reale capacità di rispondere in modo concreto ai bisogni delle persone e delle comunità. Nel 2026, l’87,6% delle imprese riconosce la centralità assoluta di salute e sicurezza, il 75,9% reputa necessario rafforzare la propria funzione sociale e il 66,4% si sente chiamato in prima persona a contribuire allo sviluppo sostenibile della propria filiera e del territorio. Le aziende che inseriscono organicamente il welfare nei propri piani strategici riscontrano un alto impatto sociale fino al 90% dei casi, potendo contare su modelli strutturati, maggiore coinvolgimento del personale e una migliore abilità nell’intercettare le reali necessità dei lavoratori. È proprio questo passaggio da insieme di misure a leva strategica che consente al welfare di produrre valore e risultati tangibili stabili nel tempo.

Sul fronte economico, i dati evidenziano una correlazione solida tra il benessere aziendale e le performance di business, superando la dimensione del mero costo per affermarsi come investimento strategico. Le aziende con un welfare più evoluto si posizionano con maggiore frequenza nei segmenti a crescita profittevole e sostenibile (la quota sale infatti dal 21,3% di chi si trova al livello iniziale al 39% tra chi ha un welfare molto alto), riducendo la propria presenza nei profili finanziariamente fragili o sotto pressione. Queste realtà si distinguono per una produttività nettamente superiore, con un fatturato per addetto che tocca i 396 mila euro (+20% sulla media complessiva) e picchi di redditività superiore fino al +40,5%.

Inoltre, tra il 2021 e il 2024, le imprese con welfare alto hanno visto raddoppiare l’aumento dell’occupazione (+20,4% di addetti) rispetto alle realtà meno organizzate. Questa attrattività si riflette anche nei dati del 2025: il 61,5% delle PMI ha effettuato nuove assunzioni, percentuale che balza al 78% nelle aziende al top della classifica. In un mercato occupazionale sempre più selettivo, il welfare diventa un fattore chiave per trattenere i talenti e attrarre i giovani, incrementando la presenza e l’inserimento stabile degli under 30. Oltre il 45% delle imprese rileva un elevato utilizzo e apprezzamento dei servizi da parte del personale, e più del 60% delle realtà strutturate evidenzia un deciso miglioramento della retention dei propri lavoratori.

In un contesto segnato dal calo demografico e dal progressivo invecchiamento della popolazione, le PMI si configurano ormai come una vera infrastruttura sociale sussidiaria, in grado di integrare l’azione pubblica e rafforzare le reti territoriali di protezione per le famiglie. Nell’ambito dei servizi di salute e assistenza, si consolidano le soluzioni di sanità integrativa (l’11% adotta una polizza sanitaria) e cresce il ricorso a prestazioni digitali come i consulti medici a distanza (2,5%). L’aspetto più significativo è però lo sviluppo della prevenzione sul lungo periodo: il 13,4% offre check-up e il 6,9% organizza programmi di screening oncologici annuali.

Nelle aziende più avanzate, il welfare sposa una visione ESG ad ampio spettro, con l’introduzione di figure dedicate alla sostenibilità e la definizione di obiettivi sociali e ambientali verificabili. Le PMI evolute rafforzano le relazioni con il territorio ricorrendo a fornitori locali nel 61,7% dei casi, sostenendo iniziative sociali per il 37,3% e costruendo reti stabili con il terzo settore per l’erogazione dei servizi. In questo scenario di generale maturazione, le politiche di conciliazione vita-lavoro registrano una lieve flessione, fisiologica dopo la forte espansione della fase post-pandemica: la flessibilità dell’orario scende dal 41,3% al 38,6% e lo smart working si contrae dal 21,4% al 17,0%. Ciononostante, le imprese che continuano a privilegiare i bisogni familiari ottengono performance superiori alla media, segnalando un tasso di soddisfazione dei dipendenti al 65,0% (rispetto al 32,3% delle altre realtà) e una produttività al 62,3% (contro il 27,9%), a ulteriore conferma del legame profondo tra qualità del welfare e risultati dell’impresa.

Marco Natali, presidente di Confprofessioni ha dichiarato:“Negli studi professionali, dichiara Marco Natali, presidente di Confprofessioni, le donne rappresentano oggi la componente prevalente del lavoro dipendente e questo rende ancora più evidente una realtà: la crescita della partecipazione femminile non coincide automaticamente con il raggiungimento della piena parità.Le differenze che ancora emergono nei percorsi di carriera, nelle opportunità di crescita professionale, nei livelli retributivi e nella capacità di conciliare responsabilità lavorative e familiari dimostrano che il tema delle pari opportunità resta una priorità per il mondo del lavoro. Non si tratta soltanto di garantire accesso all’occupazione, ma di creare condizioni che consentano a ogni persona di esprimere pienamente il proprio talento e le proprie competenze.Per questo Confprofessioni considera strategico investire in welfare, formazione, flessibilità organizzativa e valorizzazione del capitale umano. La vera sfida non è aumentare semplicemente la presenza delle donne nei luoghi di lavoro, ma costruire ambienti professionali in cui il merito, le capacità e l’impegno possano tradursi in concrete opportunità di crescita. Quando non saremo più costretti a parlare di pari opportunità, ma semplicemente di opportunità, significherà che avremo raggiunto il nostro obiettivo”.

Le dichiarazioni di Barbara Lucini, Responsabile Country Sustainability & Social Responsibility di Generali Italia, ad Affaritaliani

Oggi presentiamo l’edizione 2026 di Welfare Index PMI: un’iniziativa che, come Generali, da 10 anni mandiamo avanti per accompagnare e anche raccontare l’evoluzione del welfare aziendale tra le piccole e medie imprese del nostro Paese. Sono 10 anni di osservazione di un mondo che è composito, sfaccettato, anche a più velocità, ma che ci aiutano a tracciare con chiarezza una traiettoria: la traiettoria di una trasformazione che ormai è matura. Il primo dato che ci colpisce è che è cambiata la qualità del welfare. La quota delle imprese con indice alto e molto alto è cresciuta, più che triplicata dagli inizi di questa iniziativa, siamo al 34%, quindi parliamo di una quota, di un cluster di aziende che ha ormai un peso percentuale importante, che non si limita a singole iniziative, ma inserisce il welfare all’interno della più ampia strategia aziendale”, ha dichiarato Lucini.

E allora il valore del welfare, se praticato in modo maturo, come sempre più spesso accade, riesce a superare il suo ruolo pur fondamentale di integrazione al reddito e tende a coincidere con l’insieme delle politiche sociali dell’azienda verso gli stakeholder interni (i dipendenti), ma anche verso le comunità e le famiglie. Abbiamo registrato tanti risultati. Il primo è, innanzitutto, questa qualità crescente nella capacità di gestione di un sistema di iniziative; quindi, di policy sociali e non di interventi mirati: sanità integrativa associata a percorsi di prevenzione, una ampia gamma di servizi alla persona, dalla flessibilità organizzativa a servizi di assistenza per chi si trova a gestire persone anziane, quindi caregiver. La capacità del welfare maturo è quella anche di accompagnare le persone nell’arco dell’intera vita lavorativa: la flessibilità di un neogenitore diventa poi l’esigenza di avere servizi di assistenza in qualità di caregiver”, ha continuato Lucini.

C’è un altro aspetto che colpisce: questa dinamica, cioè di ricchezza e di anche strutturazione del welfare, porta a un maggior apprezzamento da parte dei lavoratori. Questa cosa non si vedeva agli inizi del percorso che abbiamo cominciato. Adesso è raddoppiata la quota dei lavoratori che riconoscono il valore del welfare. Perché? Perché lo gradiscono, perché lo utilizzano, perché è interessante e perché è costruito insieme a loro. E allora, a questo punto, queste diventano le chiavi di successo perché l’impresa possa sempre più, davvero, rispondere a bisogni reali. Quindi un’impresa che sa comunicare in modo strutturato, che sa co-costruire la propria offerta, che abbia le competenze tecniche e anche un presidio manageriale… ecco, si candida ad avere anche un impatto sociale verso la comunità interna dei dipendenti e verso l’esterno in modo molto significativo”, ha concluso Lucini.

Le dichiarazioni di Massimo Monacelli, General Manager di Generali Italia, ad Affaritaliani

10 anni di sicuro molto, molto importanti. Il welfare ha avuto un’evoluzione, nel corso di questo decennio, costante nel tempo. Da un punto di vista quantitativo ormai abbiamo raggiunto, rispetto a numeri molto esigui all’inizio, il 75% di imprese che hanno un livello di welfare medio, e il 30% di imprese addirittura un livello evoluto. Peraltro, questa evoluzione si accompagna anche a una conferma di correlazione tra livello di welfare aziendale, produttività e redditività delle imprese. Cioè, le imprese che hanno un welfare evoluto hanno una produttività maggiore del 20%, una redditività maggiore del 40%. A conferma del fatto che il welfare è creazione di valore diffusa: valore per le persone, valore per le stesse imprese che lo praticano e valore per il Sistema Paese, perché naturalmente portano un contributo al benessere dei cittadini in modo complementare a quello che è il servizio pubblico”, ha dichiarato Monacelli.

Ma il dato più significativo credo che sia proprio quello legato al continuo aumento di imprese che adottano il welfare come leva strategica della propria crescita. Credo che questo sia molto importante perché, da un welfare che all’inizio era un po’ più tattico, un po’ più legato a singoli servizi, oggi diventa davvero un fattore differenziante di attrattività sul mondo del lavoro, di integrazione, di inclusione; e quindi sta veramente dando forma alla nostra società in un modo molto importante. Considerato anche che le imprese private raggiungono direttamente, o attraverso i loro familiari, quasi un italiano su due, si tratta di un impatto che ha un potenziale davvero enorme nel nostro Paese”, ha concluso Monacelli.

Le dichiarazioni di Giancarlo Fancel, Country Manager & CEO Generali Italia, ad Affaritaliani

Il welfare per Generali si compone di diverse componenti. Come sapete, il tema del welfare è partito ormai oltre 10 anni fa con il tema di integrazione economica, istituzione economica. Poi, pian piano, è diventato un sistema molto più complesso, infatti noi lo definiamo “ecosistema”, che riguarda la parte di prevenzione, riguarda la parte di sostegno, riguarda la parte di molti elementi che, diciamo, sono di supporto alla vita dei lavoratori, ma, conseguentemente, anche delle persone, delle loro famiglie. Come ho ricordato questa mattina, questo è il decimo anno dell’indice, che ci fa comprendere non solo l’aumento delle imprese che partecipano alla ricerca, circa 7.000, ma soprattutto ci fa comprendere come gli elementi che compongono il welfare sono veramente, veramente molti. E noi, come partner del Paese, ci sentiamo orgogliosi di proseguire in questo percorso”, ha dichiarato Fancel.

Come sempre, le previsioni sono sempre un po’ difficili, come sapete. Io ritengo che nei prossimi 10 anni ci sarà un’accelerazione a livello delle piccole e medie imprese che, come sapete, in Italia stiamo parlando di oltre 4 milioni di imprese. Ci sarà un percorso di accelerazione perché la base attuale consente anche di essere di esempio agli altri. Io la vedo, quindi, in termini estremamente positivi, anche perché i vari elementi che compongono il welfare sono elementi reali per le famiglie e per i lavoratori”, ha continuato Fancel.

Io ritengo che noi non siamo solo assicuratori ma, come abbiamo avuto occasione di dire in altre occasioni, ci riteniamo partner del Paese. Per me il dato più significativo, onestamente, è lil numero di imprese che hanno partecipato al sondaggio, al questionario. Questo è il dato, a mio avviso, più significativo, perché poi ogni singolo dato ha una sua importanza all’interno dell’indice e consente, ovviamente, poi di fare le classifiche e quant’altro. Ma il numero crescente di imprese, come dicevo, è il più importante e  rappresenta, a mio avviso, proprio un sistema di buon esempio per le altre imprese che non hanno ancora sviluppato in modo adeguato il welfare”, ha concluso Fancel.